Non è un paese di merda

Io di politica non ci capisco niente. Ci ho provato, a interessarmene, come ci si sforza di capire il fuorigioco per piacere al fidanzato di turno, ma certi meccanismi non mi restano in mente.

Il sistema elettorale tutte le volte credo di averlo capito, poi lo dimentico. Confondo i nomi dei politici. Mi sembra che tenermi aggiornata su quello che succede in tutti quei posti – il Viminale, il Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Madama compro Vicolo Corto e ci faccio due palazzine, antisismiche sissignore – sia impossibile. Mi servirebbe un foglietto con scritte le regole, come quando gioco a poker.

Però mi appassiono. Mi incazzo. Mi arrovento. Toglierei il diritto di parlare di politica nonché la parola stessa a quell’italiano su quattro che, in molto casi per pigrizia o disinteresse, si è pulito il sedere con il diritto di voto. Non posso vedere Grillo che non fa altro che urlare e non mi sembra poi un gran democratico. Mi viene il sangue in faccia quando Berlusconi umilia gli anziani mandandoli in posta a richiedere un rimborso inventato. Mi indigna la sinistra moderata, che vorrei mi rappresentasse ma finisce sempre per non farlo. Mi innervosisco se Vendola fa metafore troppo filate, Bersani ha sempre l’aria scocciata o Di Pietro sbaglia un congiuntivo.

E forse lo so perché mi scaldo tanto. Perché ci tengo a questo paese. Che è tutto fuorché un paese di merda. E lo dice una che via c’è stata e che potrebbe ripartire anche domani. E mica a chiacchiere, come tanta gente insoddisfatta e arrabbiata, potrei partire davvero, ma non è il momento.

Perché va bene, non è una situazione facile. Ma quando mai lo è stata? Qualcuno mi dica un’epoca storica in cui tutto andava bene e la gente passava le giornate a dire che noia non so di cosa lamentarmi. Va bene, non è andata come speravamo. Va bene, siamo delusi. Incazzati. Furenti. Ma siamo qui, no? Abbiamo tanto e non ce ne accorgiamo.

Forse sono pensieri un po’ sciocchi, semplicistici, privi di fondamento. I pensieri di una che l’IMU non l’ha dovuta pagare, che non deve lottare con la mafia tutti i giorni, che non ha perso la casa o il lavoro, che è cresciuta nella bambagia dell’Emilia più rossa e vede tutto deformato. Di una fortunata, insomma.

Una che non può fare a meno di pensare: e se invece di minacciare di andarcene ci rimboccassimo le maniche e provassimo ad andare avanti? Con quel che c’è e cercando di fare sempre meglio che si può. In fondo lo abbiamo sempre fatto.

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