Quale futuro per l’Ospedale di Mirandola?

Abbiamo incontrato Valter Merighi, portavoce del comitato spontaneo nato in difesa dell'ospedale di Mirandola

Abbiamo incontrato il portavoce del comitato spontaneo nato per difendere l’ospedale di Mirandola, struttura danneggiata dal terremoto e ora ripristinata nei reparti, la cui piena operatività è però minacciata dai piani sanitari delle amministrazioni pubbliche della nostra provincia.

Dopo i tagli ai servizi sanitari ordinati per “uscire dalla crisi” secondo logiche di austerità (riduzione della spesa pubblica per vendere meglio il debito dello Stato, caricando i privati cittadini di maggiori debiti sui quali – ahimé – nessun istituto farà mai credito), il terremoto del maggio scorso rischia di ridimensionare pesantemente l’offerta sanitaria per i cittadini della bassa modenese.

Del resto, l’impoverimento di tali servizi è in atto da almeno un decennio. La creazione di un’unica Azienda Unità sanitaria locale per la provincia di Modena, con la soppressione delle due Unità 15 e 16 (“Ausl” è una denominazione emiliano-romagnola), e la coeva costruzione dei nuovi ospedali di Baggiovara e Sassuolo avevano già drenato risorse alla sanità modenese.

Sebbene la struttura mirandolese sia stata rinnovata tanto nei reparti quanto nel Centro Servizi con gli interventi del biennio 2009-2010, gli standard di qualità sono stati garantiti soprattutto grazie ai provvidenziali aiuti dei privati. Senza le associazioni di volontariato e le fondazioni bancarie che hanno donato macchine come Tac, RMN (risonanza magnetica nucleare) ed ecografi e finanziato borse di studio, negli ultimi anni l’ospedale sarebbe stato un grande contenitore, ristrutturato e ampliato nei suoi locali, ma impossibilitato a svolgere le sue funzioni.

Secondo quanto abbiamo raccolto parlando con il portavoce del comitato spontaneo “Salviamo l’ospedale della bassa”, Dott. Valter Merighi, negli ultimi tempi la carenza di personale medico e infermieristico è stata affrontata con turni intensivi equivalenti a centinaia di ore di lavoro straordinario non retribuito. Dal punto di vista della gestione dei reparti, invece, i tagli hanno determinato l’unificazione di Ortopedia e Chirurgia in un’unica “area omogenea” e la chiusura dell’Area Semintensiva Post-Operatoria con conseguente dirottamento degli interventi più delicati verso altri ospedali.

Il Piano Attuativo Locale (PAL) adottato all’unanimità dalla dirigenza sanitaria e dalle amministrazioni locali della provincia di Modena nell’ottobre del 2011 ha tracciato chiare indicazioni sull’amministrazione futura della sanità modenese, penalizzando fortemente le zone periferiche, bassa e montagna soprattutto.

La collocazione geografica dei due ospedali ad “alta intensità” – Policlinico e Baggiovara – e dei due ospedali “di zona” – Sassuolo e Carpi – con il declassamento degli istituti di Pavullo, Vignola, Castelfranco E. e Mirandola a ospedali “di prossimità” accentra vistosamente verso il capoluogo le prestazioni sanitarie di medio-alto livello. Il sisma di maggio ha imposto poi l’evacuazione dell’ospedale di Mirandola e della Casa della Salute di Finale Emilia.

Se il recupero dei (pochi) servizi ancora attivi a Finale Emilia comporta il ripristino strutturale dell’ex-ospedale, da inizio febbraio tutti i reparti di Mirandola sono ripartiti, non senza difficoltà e alcune sorprese, criticate appunto dal neonato comitato spontaneo, creatosi in seno all’ospedale stesso.

“Le Unità Operative di Cardiologia e Pneumologia, vere eccellenze dell’ospedale”, spiega Merighi, “hanno perso la loro autonomia rientrando con la Medicina Interna in una sperimentale Area Omogenea Internistica”. Tra gli operatori sanitari e i pazienti è forte il timore che venga messo in atto un ulteriore ridimensionamento dell’area chirurgico-ortopedica (da ridurre a Day-Surgery o Week-Surgery, senza cioè assistenza medica notturna e festiva) e di quella ginecologica e pediatrica.

In particolare, l’istituzione dell’Area Omogenea è una novità gestionale introdotta finora solo in Toscana, e implica l’accorpamento dei posti letto in un unico reparto nel quale i pazienti non sono divisi per organo o patologia e di conseguenza assegnati a un medico, bensì vengono suddivisi in ordine di gravità e seguiti dal personale infermieristico, la cui attività si avvicina così alla figura del case manager  (l’infermiere “responsabile del caso”) della tradizione sanitaria anglosassone. Il personale medico assumerebbe il compito di consulenza e sovrintendenza delle cure infermieristiche.

Il comitato “Salviamo l’ospedale” di cui fa parte Merighi raccoglie il diffuso risentimento del personale medico e infermieristico, dei pazienti e dei cittadini nei confronti di un modello gestionale la cui implementazione non riuscirebbe a rispondere alle esigenze sanitarie della zona colpita dal terremoto.

I dati raccolti da Merighi e colleghi, nonché gli studi ufficiali, indicano un marcato aumento delle patologie, dei decessi, dell’uso di psicofarmaci e dei suicidi nella popolazione della bassa modenese. Le fragilità fisiche e psicologiche dei cittadini richiedono livelli qualitativi e quantitativi pari se non maggiori rispetto all’offerta sanitaria “pre-sisma”. Le competenze e le alte professionalità medico-infermieristiche verrebbero invece ridimensionate, e in qualche modo vanificate, dalla nuova governance, sinora poco diffusa e sperimentata.

Il comitato pone una serie di obiettivi tecnici per il ritorno alla piena funzionalità dell’ospedale di Mirandola:  innanzitutto il ripristino dei reparti autonomi di Cardiologia, Pneumologia, Ortopedia e Chirurgia; l’attivazione della Day-Surgery in precedenza svolta a Finale ..; l’attivazione di 60 posti-letto di lungodegenza che per le esigenze di Mirandola e Finale E.;  ricopertura di tutti i ruoli rimasti vacanti a causa di pensionamenti o trasferimenti (riferito alla richiesta di trasferimento da parte del primario di Cardiologia e di un folto gruppo di medici e infermieri in seguito alla riorganizzazione dei reparti). Per quanto riguarda la nuova suddivisione dei reparti, il comitato non è contrario al nuovo modello, ma chiede una maggiore gradualità nella sua messa in atto, con l’attivazione dapprima di un’area omogenea semi-intensiva a gestione multidisciplinare (Cardiologia, Medicina, Pneumologia) dotata di personale paramedico autonomo, formato specificamente per il nuovo ruolo e non dirottato dai reparti per-esistenti. Infine, si chiede la promessa inaugurazione della Casa della Salute di Finale E. e la creazione di un “Hospice territoriale” promesso e previsto dal PAL per curare con metodi palliativi i malati in fase terminale.

Il comitato avanza anche due importanti richieste “politiche”. Primo, uno studio di fattibilità per un futuro nuovo ospedale unico della bassa, da realizzarsi per esempio a Cavezzo, che riunisca i servizi di Mirandola e Carpi e faccia tesoro della stretta collaborazione messa in atto a seguito del terremoto dal personale di entrambi gli istituti. Secondo, la fusione dei comuni dell’area nord in un unico soggetto, capace di raccogliere con maggior forza e peso politico le istanze di una cittadinanza ulteriormente unita dai tragici eventi del maggio 2012.

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