[Altre pagine] La zia marchesa

Un libro per stomaci capaci, per famelici ingordi pronti alla grande abbuffata.

(Simonetta Agnello Hornby, Feltrinelli 2004)

Un libro per stomaci capaci, per famelici ingordi pronti alla grande abbuffata.

Fine Ottocento, Sicilia aspra, calda, selvaggia e desolata, come lo sguardo di Amalia, la balia di Costanza, la “criata” di casa Safamita, che trascorre i suoi giorni lenti, faticosi e sempre uguali incastrata nelle grotte della Montagnazza insieme a sua nipote, Pinuzza. Unico passatempo il racconto degli anni trascorsi a servizio, a tirar su quella bambina strana, rossa di pelo, spuntata fuori da non si sa dove, al cui destino si legano le sorti di un’intera famiglia, generazioni di ‘padroni’, nobili oziosi e indolenti, abituati a comandare, scalzati , poco alla volta ma inesorabilmente, dai nuovi potenti, politici e mafiosi, con cui, per sopravvivere, bisogna scendere a patti.

Sullo sfondo, caparbio, ostinato, il colpo d’occhio degli ultimi, il fatalismo rassegnato di chi sa che tutto cambia per rimanere uguale. Le increspature di superficie non smuovono gli abissi a loro assegnati e con questa consapevolezza, appiccicata addosso, osservano le vicende dei padroni, i crucci e gli affanni di quei pupi in crinolina, che soffrono, sì, ma non hanno dolori.

La trama gattopardesca e il debito linguistico evidente, dichiarato, nei confronti di Camilleri rivelano la “sicilianità” dell’opera, il suo inserirsi all’interno di una linea genealogica chiaramente riconoscibile.

Prova ne è il fatto che la zia marchesa è realmente esistita. Lontana parente della Hornby, di cui tutti in famiglia tramandano un pessimo ritratto, a partire da quel suo strano colore di capelli, stigmatizzato nel celebre titolo di un’altra vecchia gloria locale e foriero solo di guai, la marchesa è già stata oggetto di trasfigurazione letteraria, protagonista di una novella, niente popò di meno che di Pirandello, Tutt’e tre, che ne fissa il ricordo negativo da cui Hornby tenta di riscattarla.

Eppure, al di là dei titoli ereditati da predecessori così ingombranti, questo romanzo non è affatto il tardo epigono di una più florida stagione letteraria. Ingenerosi i giudizi intercettati in altre recensioni: «un neo-feuilleton di trama infinita ed estenuante, […] un romanzo di trama, di personaggi, di architettura professionale, ma non un ‘romanzo di ricerca’» (…che poi bisognerebbe sapere cos’è un romanzo di ricerca senza trama, personaggi, dialoghi, narrazione, descrizioni, tutte cose in cui la Hornby si dimostra straordinariamente capace).

Sparita l’eleganza altera, la nostalgia compiaciuta di sé di Tomasi di Lampedusa, la grazia e la leggerezza del siciliano arioso di Camilleri, la Hornby è impietosa e lucida nell’analisi. Greve, terrestre, aspra e impastata la lingua, debordante il fraseggio, smisurata la trama.

L’incomprensibile irrazionalità di un popolo che ride delle tragedie e fa drammi per niente, le radici antiche di una mentalità non completamente decifrabile e neppure superata, al centro della ricerca. Senza reticenze o giustificazioni posticce, rivestimenti mitologici né scuse per nessuno.

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2 Comments

  • non condivido la recensione, che è ben scritta sia chiaro: la zia marchesa, assieme a la mennulara (sempre della Agnello Hornby) e Barbablù di Amelie Nothomb formano il mio personale podio negativo dei romanzi letti in 31 anni di vita

  • grazie per aver apprezzato la recensione almeno dal punto di vista stilistico. quanto ai contenuti ivi espressi e al tuo commento, non ho letto barbablù anche se tendo istintivamente a darti ragione. della nothomb, infatti, non si dirà mai male abbastanza, mentre evidentemente sulla agnello hornby coltiviamo pareri diversi. ho trovato deludente boccamurata, ma gli altri due (la zia merchesa e la mennulara) mi sono piaciuti entrambi. che dire, cose che accadono con la letteratura… ;)

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