[Face To Face] Plasma Expander

Tra le band più interessanti del panorama italiano, i Plasma Expander tornano dopo tre anni di pausa con 3, nuovo album di inediti. In attesa di mettere le mani sul nuovo materiale, noi di Mumble: siamo riusciti a intercettare Fabio Cerina, chitarrista e fondatore della band sarda. Una chiacchierata per parlare di progetti passati e futuri e dei concerti che stanno per sbarcare nell’isola dei Nuraghi.

Questo è quello che ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazzo e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Questa è una domanda da 1000 milioni di dollari! Brevemente: ci sono state diverse fasi… ho abbandonato da subito la miseria qualitativa della musica mainstream contemporanea quando, a 14 anni, mi sono avvicinato ai Beatles, i quali mi hanno aperto una porta verso i classici degli anni ’60-’70 (dal prog dei King Crimson all’hard rock dei Led Zeppelin e Sabbath, ma soprattutto un amore viscerale per Hendrix). Dopo un breve amore per i vari Nirvana, Soundgarden e Alice in Chains, i gusti si sono un po’ raffinati durante i miei primi 20 anni quando ho avuto la fortuna di vivere in diretta gli anni gloriosi di quello che è stato infelicemente definito “post-rock” (Slint, June of 44, Don Caballero e compagnia). Pochi anni dopo, è sorta l’esigenza di tornare ancora indietro negli anni per scoprire altri 2 magici mondi: quello del Kraut Tedesco (Can, Faust, Neu) e quello del Free-Jazz nero degli anni ’60 (Coleman, Dolphy, Shepp e Coltrane su tutti). Ancora qualche anno ed è stata la volta della avanguardie sperimentali contemporanee (Cage, Berio), minimaliste (Reich e Riley) e improvvisative radicali (Bailey) e più squisitamente rock (Beefheart). Queste – direi – le mie più importanti rivoluzioni musicali. Ora mi ritrovo a mettere spesso il random nella mia collezione di mp3 e di soffermarmi su musica africana e classica indiana.

Come e soprattutto quando nascono i Plasma Expander?

I Plasma Expander sono nati nel novembre del 2004 quando, di ritorno in Sardegna dopo 10 anni di assenza per studi e lavoro e dato che l’esperienza milanese dei Bron-Y-Aur sembrava volgere al termine, sentivo la necessità di far partire un nuovo progetto. L’idea era quella di riproporre la formula del power trio in versione libera e svincolata da strutture tipiche del rock. Così, alla ricerca di un batterista, mi sono imbattuto in Andrea Siddu e da lì tutto ha avuto inizio…

Il nuovo disco è in uscita a breve e arriva a distanza di ben tre anni dall’ultimo lavoro in studio Kimidanzeigen. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Sono stati anni pieni di vicissitudini (cambio di line-up con l’ingresso di Corrado Loi al basso, synth e sample, pause forzate causa trasferimenti per lavoro, etc.), ma nonostante tutto – forti del fatto che quando si va in saletta a suonare ci si diverte sempre molto – siamo riusciti a mantenere il filo del discorso. La stessa uscita del nuovo album è stata un processo lungo e faticoso, visto che abbiamo registrato le tracce nell’agosto del 2011. Ma paradossalmente, pur rallentando la nostra attività compositiva (ci vuole tempo e costanza per produrre nuovo materiale, soprattutto dopo l’ennesimo cambio di line-up e la ricerca di una nuova identità musicale), abbiamo suonato parecchio dal vivo (per i nostri standard da musicisti non-professionisti) e abbiamo anche avuto l’occasione di vivere l’esperienza di un tour negli States.

Lo scorso anno siete partiti negli States per una serie di concerti in compagnia di Kid Millions, batterista dei mostruosi Oneida. Quanto ha influito l’esperienza americana nella stesura delle nuove tracce?

Appunto… L’esperienza degli States è stata meravigliosa. Un tour molto DIY, ma è andato tutto veramente bene. Dalla qualità dei concerti, all’accoglienza del pubblico statunitense (che viene ai concerti soprattutto per assistere allo spettacolo e non per fare relazioni sociali durante le esibizioni) fino alla quotidianità della vita di tour con Kid, con il quale ci siamo fatti sempre delle grasse risate oltre che dei gran soldi come dimostrano inequivocabilmente queste immagini. Tuttavia, non credo che l’esperienza US abbia avuto un ruolo particolare nelle nostre nuove composizioni, anche perché le registrazioni risalgono a 6 mesi prima. Ma di sicuro ci ha aiutato ad acquisire maggiore consapevolezza delle nostre capacità. Di certo c’è che il nostro sound si è fatto meno spigoloso, più fluido, più groovy e meno geometrico. Ma questo è più legato al cambio di line-up che all’amicizia con Kid e gli Oneida.

Hai fatto parte di una delle band – a mio parere – più importanti della scena impro/alternative italiana: i Bron Y Aur. Avete rilasciato una manciata di dischi memorabili che vengono ricordati ancora con affetto dai fan e dagli addetti ai lavori. Nostalgia di quel periodo e di quella band? Sei possibilista per una reunion? (vanno anche ultimamente…)

Già… mi capita spesso di ripensare ai Bron e devo dire che – pur cercando di rimanere obiettivo – quando ascolto Between 13 and 16 o Quien Sabe? (ora scaricabili gratuitamente su Bandcamp) realizzo quanto i Bron Y Aur fossero un gruppo molto avanti per i loro tempi e quanto siano stati sottovalutati da critica e pubblico. Il nostro punto di forza era anche il nostro punto di debolezza: avevamo inconsciamente imparato a essere totalmente liberi nell’espressione e a spingere fino alle estreme conseguenze il nostro affiatamento musicale. D’altra parte, questo elemento portava spesso a un atteggiamento molto autoreferenziale e ingiustificatamente snobistico il quale ci ha impedito di presentarci in maniera accattivante verso i potenziali ascoltatori e quindi suscitare la loro curiosità. Se solo avessimo avuto un approccio più friendly verso l’esterno e avessimo fatto un po’ più di marketing consapevole (il che non vuole assolutamente dire “sputtanarsi”, ma semplicemente comunicare meglio ciò che si è così come stanno cercando di fare ora i Fuzz Orchestra e gli stessi Plasma Expander), forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma chi lo sa? In ogni caso non rinnego nulla di quel periodo e sono ancora molto legato a Ciffo e Fiè dei Fuzz e anche a Mazzoldi che ha lasciato il gruppo circa un anno fa. La reunion? Ogni tanto se ne parla… ma non è di facile realizzazione… vedremo…

Domanda banalotta: riuscite a vivere di musica?

Vivere no. Non sono molti quelli che – dato il numero limitato dei sostenitori e il totale disinteresse delle autorità pubbliche per le espressioni artistico-musicali simili alla nostra – possono permetterselo. Ma la situazione all’interno della band è eterogenea. Alcuni di noi (io per esempio) hanno un lavoro che li impegna molto e quindi non possono dedicarsi a tempo pieno ai Plasma e ad altri progetti (condizione necessaria per poter sopravvivere di musica). Altri suonano con numerosi altri gruppi e le entrate dall’attività live riescono ad “arrotondare” in misura rilevante. A ogni modo, rispetto al passato riusciamo a rientrare più facilmente nelle spese grazie anche al fatto che – per lo meno in Sardegna – stiamo attraendo molte più persone ai concerti.

Cosa pensi della scena italiana?

Ti confesso che non acquisto riviste specializzate e non sono un assiduo lettore di webzine…pertanto, per onestà, ti devo dire che la mia idea della scena musicale italiana (“indipendente”, con tutto ciò che significa) è probabilmente poco aggiornata e rappresentativa essendo legata più alle amicizie e ai passaparola che a una ricerca mirata. Detto questo, nonostante la mia conoscenza deficitaria, sono convinto che esistano delle realtà musicali assolutamente degne di nota. Ma a pensarci, i nomi che mi vengono in mente sono quelli di musicisti che suonano da molto tempo. I nomi che potrei fare sono gli stessi che si sono esibiti e si esibiranno  nella nostra isola: Mombu, Fuzz Orchestra, Zeus, Makhno, ma anche brutta gente come i Dispo, Above the Tree, Quasiviri e i sempre grandi Jealousy Party che ci piacerebbe ospitare presto dalle nostre parti. Non sono molto al corrente di nomi totalmente nuovi e di giovani band di qualità, ma a quanto dicono gli addetti ai lavori (le etichette) la situazione è abbastanza desolante. La stessa cosa succede con riferimento alla scena sarda della quale abbiamo una conoscenza più approfondita. Non possiamo infatti che rilevare – a differenza di 5-10 anni fa – la pressoché totale assenza di giovani gruppi emergenti di qualità (parlo di ventenni): le novità più interessanti sono infatti spesso monopolizzate da band composte da diverse combinazioni dei soliti vecchietti… (The Rippers, The Oops, Nick Rivera, Takoma, Uncle Faust, Hola la Poyana, Julia Ensemble oltre ai sempre bravissimi Hermetic Brotherhood of Luxor). Questo ci porta a concludere che esperienze fenomenali come quella di Here I Stay e gruppi come i Plasma Expander non sono riusciti, dopo una quasi decennale attività, a fare proseliti. Se da una parte possiamo dare la colpa alla capacità creativa e allo spirito di iniziativa delle “nuove generazioni”, non possiamo esimerci dall’autocritica secondo cui non siamo riusciti, in un modo o nell’altro, a fare breccia sulle giovani speranze universitarie. E, se vogliamo che il mondo diventi un posto migliore (secondo i nostri canoni), dobbiamo in qualche modo modificare la nostra strategia di comunicazione. Cosa che ci ripromettiamo di fare a partire dall’esperienza di Egg Concerti.

I cinque dischi che ti/vi hanno cambiato la vita.

Mamma mia… allora, in ordine sparso:

Slint – Spiderland
Terry Riley – A rainbow in a curved air
Black Sabbath – Paranoid
John Coltrane – Ascension
Can – Future Days

Per i sardi che ci leggono, i Plasma Expander suoneranno il 9 marzo a Cagliari all’Interno 24. Save The Date!

Link Utili:

Bandcamp, Soundcloud

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