[Face To Face] Simona Gretchen

Una chiacchierata con Simona Gretchen, al secolo Simona DArchini

Autrice di Post Krieg, uno dei più brillanti lavori di questo inizio 2013, Simona Gretchen – al secolo Simona Darchini – ha trovato il tempo per farsi una chiacchierata con noi di Mumble:.

Ecco cosa ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazza e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Ascoltavo i Radiohead, i Nirvana, i Rolling Stones e i Beatles, Simon & Garfunkel, De André, Leonard Cohen, Syd Barrett. Molto punk e molta psichedelia. Una cosa che è entrata molto (troppo) tardi nella mia vita è stata la musica classica, ma quando è successo tutto ha, ovviamente, come preso una nuova forma ai miei occhi. Se Stravinskij e Mahler mi hanno violentato il cervello, i Faust gli hanno dato il colpo di grazia. Qualcosa era cambiato: avevo capito che cosa meravigliosa e terribile potesse essere la musica nelle mani di chi sa manipolarla, e avevo toccato con mano la potenziale catarsi di cui è in grado di farsi veicolo. Cominciavo, quindi, a capire in che direzione sarebbe potuta andare la mia, di ricerca.

Come e soprattutto quando nasce Simona Gretchen?

Quando Simona Darchini ha percepito di non avere niente da perdere. Lo ammetto, non era un bel momento!

Post-Krieg è ispirato agli scritti di Antonin Artaud e Carl Jung. Un concept sul conflitto, il krieg appunto, che viene sottolineato dalla scelta di utilizzare per tutte le tracce la tonalità di Do minore. Un’idea assolutamente azzeccata secondo me. Come è nato Post-Krieg?

Guardandomi allo specchio e non riconoscendomi. Rendendomi conto di non poterlo spiegare a parole a qualcuno. In Post-Krieg non c’è rabbia, anche se a qualcuno è – legittimamente – sembrato di vedercela; c’è una presa di coscienza, violenta e traumatica, forse, ma per nulla arrabbiata (la rabbia emerge piuttosto, e solo a tratti, in Gretchen pensa troppo forte). La guerra (krieg) ha lasciato le sue vittime sul campo, si direbbe, dentro e fuori di me, dunque l’idea alla base di Post-Krieg è quella di scrivere il loro rito funebre: il requiem è per quelle vittime, e soprattutto per la parte di me che, uccidendo, si è rotta a sua volta e non si ricompone. Anche per questo Gretchen non potrebbe mai continuare a esistere, dato alle stampe questo disco. Il resto sono elucubrazioni. Artaud ed il suo Eliogabalo, e indirettamente Jung, sono stati per me come Virgilio per Dante all’Inferno: erano fondamentali per toccare il fondo, eppure non si parla mai concretamente di loro in Post-Krieg. Questo è un disco maledettamente (in tutti i sensi!) autobiografico.

La tua etichetta – la Blinde Proteus – oltre al tuo Post-Krieg, ha ristampato The Jellyfish is Dead and the Hurricane is Coming degli Herba Mate. Quando ti è venuta l’idea di mettere su una label?

Ho sempre voluto farlo, e quando le circostanze si sono rivelate propizie, mi ci sono buttata. In fondo sono molto simile a un bambino di tre anni che non considera la linea che separa ciò che vuol fare da quello che può fare: spesso finisco per volere una cosa tanto da ritrovarmi a farla; semplicemente, senza pensarci un secondo. In meno di un anno Blinde Proteus ha pubblicato sei dischi, tutti accolti molto positivamente dalla critica: considerando che intanto stavo lavorando a Post-Krieg mi chiedo come sia stato possibile.

Domanda banalotta: riesci a vivere di musica?

No e, per quanto possa sembrare strano, non ho mai desiderato vivere di musica. Ho desiderato scrivere buoni brani, ma mai vivere di musica.

Hai più volte ribadito che l’avventura Simona Gretchen è arrivata al capolinea. Cosa c’è nel futuro di Simona Darchini?

Non lo so. Sono quasi del tutto incapace di proiettarmi nel futuro.

Cosa pensi della scena italiana?

Che a farne un’analisi dettagliata dovrebbero essere i giornalisti, e non i musicisti che ne fanno parte. Ma visto che a questo non seguirà un altro disco, come invece tutti tuoi colleghi sembrano augurarsi succeda, ti dirò la mia: dentro la scena italiana c’è tutto e il contrario di tutto, e gli artisti che secondo me vale la pena prendere seriamente in considerazione in Italia sono quelli cui non frega (né è mai fregato) nulla di ciò che funzioni in Italia. L’idea – discutibile – che una scena italiana esistesse ha condotto la stessa all’autoreferenzialità: è ora che i vecchi (da intendersi, chiaramente, non in senso anagrafico) muoiano. A partire da me: cinque anni (2009-2014) son più che sufficienti a lasciare qualcosa di buono.

I cinque dischi che ti hanno cambiato la vita.

Ho la sensazione che Altà fedeltà mi perseguiti: pensare che l’ho sempre genuinamente detestato, Hornby. Scherzi a parte, cito cinque pietre miliari, le liste oscure le lascio alle conversazioni da quattro del mattino con altri scoppiati (quelli sì – e siano sempre i benvenuti – mi hanno cambiato la vita!).

(GI) – The Germs
The Velvet Underground & Nico – Velvet Underground
Songs of Love and Hate – Leonard Cohen
Horses – Patti Smith
The Madcap Laughs – Syd Barrett

La foto è di Mirko Pezzi

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