Finale Emilia perde un maestro

Ero un ragazzetto quando ho conosciuto Giuseppe Pederiali e non mi è mai passato per la testa che un giorno avrei scritto queste parole di saluto e di ringraziamento.

L’altro giorno ero al lavoro quando mi è arrivato il messaggio di mia mamma con la brutta notizia, e per tutto il pomeriggio i ricordi della sua persona mi hanno affollato la mente.

In un ricordo un po’ sfocato eravamo nei pressi del Castello, non ricordo perché fosse a Finale ma ricordo la sua camminata agile, la sua forza nella stretta di mano, il tatuaggio che faceva capolino dalla manica della giacca e quel mezzo sorriso col quale sembrava sfottere  benevolmente chi lo omaggiava; ma non sfotteva me, ragazzetto impacciato e ingenuo, anzi mi dava dritte secche e decise.

Era questo tipo di splendida persona: irriverente col potere, non si faceva impressionare dallo sfoggio d’ufficialità nei cerimoniali e anzi ne satireggiava, ma serio e attento nei confronti dei suoi giovanissimi lettori, che altri magari non avrebbero neanche degnato di uno sguardo.

E quell’altra volta all’osteria La Fefa che ebbi la fortuna di sedere al suo fianco, avreste dovuto sentire che sentenze di intelligenza umoristica mi sussurrava a proposito di quei commensali che cercavano le parole più alte per elogiarlo.

Aveva una conoscenza vastissima degli esseri umani e del loro universo, dei loro vizi, delle loro manie, dei loro repertori comportamentali, una sapienza antropologica raccolta in anni di lavoro, avventura, esperienze in giro per il mondo. “Fare lo scrittore – mi disse una volta – è sempre meglio che lavorare” e lo disse prendendosi in giro perché sapeva molto bene cosa fossero lavoro e fatica e nei suoi occhi splendeva sì la luce del romanziere ma ben più ardente quella del marinaio.

Bello e complesso il suo rapporto coi finalesi, protagonisti dei suoi romanzi di realismo-magico, fiabe padane in cui la nebbia, la fumana, nasce dalla terra e fra le macchie dei maceri si annidano animali che amano il lambrusco. Ho spesso sentito dire che i finalesi non lo amassero, ma questo non è vero e lui lo sapeva, come sapeva che lo sport preferito dei finalesi è parlar male dei concittadini più fortunati ma, prima ancora, del sindaco: e in questo sport Pederiali, finalese genuino quanto caustico, dava il suo contributo.

A Finale tornava di rado, o meglio, rare erano le sue visite “ufficiali”, a conoscenza di tutti, ma basta leggere le sue opere per capire quanto non abbia mai smesso di considerare la Bassa come la sua culla, la sua terra, l’unico posto in cui sentiva davvero chiudersi il suo cerchio.

Mi ha dato consigli spassionati e veri e devo ringraziarlo per questo. Alcuni di questi sono diventati talmente radicati in me che li davo per scontati e, paradossalmente, soltanto ora che Pederiali non c’è più, mi accorgo che me li aveva dati proprio lui: a volte erano ammonimenti utili a smorzare il mio entusiasmo per una tal cosa, altre volte erano travestiti da simpatici ritratti di personalità accademiche con le quali entrambi eravamo entrati in contatto, altre ancora erano linee guida dettate da un maestro che, senza invadenza né paternalismo, mi invitava a leggere nel passato gli elementi per poter prefigurare il futuro, perché l’umanità comunque si ripete.

Ha sempre letto le cose che gli mandavo, anche se avrebbe potuto tranquillamente evitarlo, inviandomi critiche e commenti acuti e soprattutto tra i più sinceri che abbia mai ricevuto.

Ma non di soli consigli vive un maestro: Pederiali era uomo concreto e per quanto mi riguarda ho sempre visto nella sua biografia il più grande insegnamento, poiché le grandi persone parlano coi fatti.

E perché Pederiali ha sempre fatto di testa sua. Finalese come tanti, con tutto il suo bagaglio di usi e tradizioni “padane”, a quindici anni ha avuto le palle di prendere e andare in marina. A venticinque, con un buon posto all’Univac (programmatore sui computer di allora) si è licenziato per fare il giornalista free-lance, senza troppe prospettive di guadagno. A quarant’anni ha mollato un altro buon posto, questa volta in un giornale, ed è andato a lavorare alla Rusconi con uno stipendio inferiore, ma per un lavoro (libri) che gli piaceva di più. A quarantanove si è messo a fare lo scrittore libero professionista, cioè a vivere di soli diritti d’autore. “Scelte non facili, sempre d’azzardo” come mi scrisse una volta.

Il sapore dell’avventura lo aveva contagiato nella vita, altrimenti non avrebbe potuto trasferirlo nei libri; sapeva accettare il rischio, ben sapendo che la nostra volontà può abbattere qualsiasi barriera. È stato originale, curioso, indipendente. Uno scrutatore profondo e ironico del mondo e delle sue genti, che ha sempre conservato il bene prezioso della propria libertà.

Ha detto bene, senza retorica, il sindaco Ferioli: “Finale ha perso un altro monumento”. L’ultimo anno è stato severo con Finale Emilia e la sua cittadinanza; i finalesi sono stati chiamati ad affrontare prove che sembravano e sembrano impossibili da superare. Dalla terribile esperienza del terremoto ci si è subito rialzati, anche se le sue profonde conseguenze ancora pesano sulla vita quotidiana di tutti. Però fin da subito, nonostante la potenza del colpo, la cittadinanza unita ha scelto di reagire.

Certo, ha di fronte a sé ancora tanto lavoro, per il quale serve ancora tanta forza, quella che Pederiali – nel silenzio della sua umiltà marinaresca – ha sempre dimostrato di avere.

Me lo immagino a guardare, col suo sguardo penetrante, uno a uno tutti i finalesi, mettere a ognuno una mano sulla nuca, fare un’alzata di spalle e proseguire nel cammino. Bisogna solo seguirlo.

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