Mumble: ci mette una pezza

Il 6 aprile, le zone rosse di Finale Emilia, Mirandola e de L'Aquila prendono colore grazie a Mettiamoci una pezza

Per noi della bassa, il carnevale era quello di Finale Emilia. Altro che Cento, Venezia o Rio de Janeiro: fino alla tarda adolescenza, i carri che sfilavano per le due piazze finalesi erano un appuntamento fisso ogni febbraio. Una volta mi ci sono anche persa. Mi ha recuperato la Betty, piangente e coperta di brillantini, e abbiamo aspettato mio padre nella sua casa antica, antichissima.

Quanti bambini perduti devono aver visto quelle strade, e quanti costumi. Quante damine e quanti zorri, quanti maschi vestiti da femmine e quante femmine poco vestite, che a carnevale è tutto permesso. Quanti arlecchini, il costume più bello, per i colori e per il significato. Sì perché la mamma di Arlecchino non ce li aveva i soldi per fare a suo figlio un vestito nuovo, e non poteva neanche farla franca costringendolo a indossare una felpa con sopra un indiano e disegnandogli due righe in faccia (true story).

Ma la storia vuole che ogni abitante del paese abbia contribuito con un pezzetto di stoffa colorata e la mamma di Arlecchino sia riuscita a confezionare un vestito raffazzonato ma bellissimo, coloratissimo, unico.

Ecco, Finale Emilia, il 6 aprile prossimo, sarà come Arlecchino. Vestita a festa dai mille colori portati dal progetto Mettiamoci una pezza, in occasione del quarto anniversario del terremoto de L’Aquila.

Mettiamoci una pezza è un progetto di urban knitting nato nel 2012 per riaccendere l’attenzione dei media sulle zone terremotate attraverso un maxi-allestimento fatto di pezze di lana lavorate a mano.

Metri e metri di quadratoni fatti ai ferri da donne (e uomini) giovani e meno giovani, mamme e figlie, nonne e nipoti, di tutta l’Italia, che quest’anno ricopriranno i monumenti e le case del centro de L’Aquila, di Finale Emilia e di Mirandola.

Per ricordare a tutti che una zona rossa è una questione nazionale, e per non fare spegnere i riflettori, perché c’è ancora molto da fare in Abruzzo come in Emilia.

Ma anche un’occasione di festa e condivisione (l’allestimento è aperto a tutti), un modo per godere di una giornata all’aperto, sentirsi parte di qualcosa e contribuire al vestito di Arlecchino perché sia il più bello di tutti. E perché no, per entrare nel Guinness dei Primati con la coperta patchwork più grande del mondo.

 

Per consegnare o inviare una pezza c’è tempo fino al 1° aprile. Mumbleduepunti (con l’aiuto di una mamma) lo ha fatto.

Sul vestito di Arlecchino ci sarà anche una grande Emme.

 

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