Politica e sondaggi: Intervista a Davide Policastro

Per capire meglio i sondaggi elettorali, abbiamo intervistato il ventinovenne bolognese co-fondatore di Quorum e Youtrend

Per capire meglio il funzionamento dei sondaggi elettorali, abbiamo intervistato Davide Policastro, ventinovenne bolognese co-fondatore di Quorum e  Youtrend e ideatore del seguitissimo Voci dal ConclaveEcco cosa ci siamo detti.


Innanzitutto, un’introduzione del vostro team di Quorum e in particolare di Youtrend, che per noi è stata una bellissima e interessante scoperta: qual è la vostra storia, la filosofia dietro al progetto, chi sono gli ideatori…

Quorum è un progetto di lungo corso nato da un forum di politica sei o sette anni fa, evolutosi poi in Termometro Politico, una prima associazione che, in seguito a divergenze di vedute con il proprietario del marchio, è stata abbandonata nel 2011 dal resto del nucleo storico dei fondatori per creare un’azienda, appunto, Quorum, con collegato un magazine, YouTrend, che più si dedicasse all’attualità e all’analisi della società attraverso i numeri, senza limitarsi dunque alla politica.

Avevamo notato che l’analisi sociale attraverso i dati e i numeri a livello non accademico era un settore dell’informazione in cui c’era la possibilità di inserirsi, e siamo ripartiti da lì con YouTrend, cercando di spostarci ancor di più sul data journalism.  Frattanto, abbiamo fondato un’azienda, Quorum, proprio per cercare di costruirci una vita e un lavoro tramite l’indagine sociale e la consulenza (questa sì) politica.

 

Una domanda-zero ad ampio raggio: i sondaggi servono? modificano le tendenze elettorali, cambiano la percezione che i cittadini hanno dei politici? Si può dire che Berlusconi sia ossessionato da questa idea?

A cosa servono – sempre che servano – i sondaggi?  Ecco: una bella domanda.  Perché in Italia soprattutto c’è una bella confusione proprio su quello che è un sondaggio, su come va “letto”, e, di conseguenza, su come utilizzarlo.   Un sondaggio è un’istantanea: fotografa qual è l’opinione di un gruppo di persone su un qualunque argomento nel momento in cui viene posta la domanda.  Questo vuol dire che necessariamente già il giorno dopo la situazione sarà diversa (ovviamente, sarà “leggermente” diversa, e molto difficilmente così diversa da poter essere tracciata da un nuovo sondaggio).

Oltre a questo, però, c’è un altro aspetto da considerare.  Il sondaggio viene usato (o almeno, dovrebbe essere usato) oltre che per “fotografare” la situazione in cui ci si trova, per capire come modificarla a proprio vantaggio.  Se – rimanendo sempre sul politico – mediante un sondaggio si rileva che un partito è particolarmente debole presso gli uomini laureati tra i 35 e i 45 anni, ma che facendo una campagna su particolari temi si ha la possibilità di migliorare decisamente il “livello di gradimento” presso quella categoria di persone, necessariamente la “fotografia” registrata dal sondaggio diventerà obsoleta.  Quindi, sì, i sondaggi servono e, indirettamente, possono cambiare la percezione che i cittadini hanno dei politici, nel senso che sono uno degli strumenti attraverso cui si raccolgono le informazioni necessarie per cambiarla.

In questo, quantomeno in Italia, l’esempio maestro è ovviamente Silvio Berlusconi: il primo a utilizzarli in maniera intensiva con risultati che indubbiamente gli hanno dato ragione.  Grazie (anche) ai sondaggi è sempre stato in grado di definire il campo della discussione politica a lui più congeniale, e a imporlo al centro del dibattito: l’operato negli ultimi due mesi di campagna elettorale ne è un tipico esempio.  Ha identificato l’elettorato più facilmente aggredibile e le parole chiave per riuscire a convincerlo a votare per sé, trasformando così una “catastrofe politica” in una “quasi vittoria” (anche se definire “quasi vittoria” l’aver perso circa la metà dei voti rispetto al 2008 suona sicuramente quantomeno bizzarro, ma in Italia accade questo e altro).

 

Come giudicheresti la campagna elettorale appena conclusa? Chi è stato il partito più bravo secondo te a interpretare i sondaggi? Sempre che ci sia stato qualcuno che si aspettava il proprio risultato: basti pensare che il M5S potrebbe essere messo in difficoltà dall’inatteso successo…

Qui la situazione si fa più complessa, dal momento che ovviamente una strategia politica si basa su una quantità di variabili, strumenti e competenze estremamente differente ed estremamente complessa.  Chi sicuramente si è mosso meglio degli altri nell’ultima campagna elettorale sono stati Berlusconi e Beppe Grillo.

Di Berlusconi s’è già detto, di Grillo (uno che dei sondaggi e della consulenza politica dice peste e corna per poi comportarsi “come se” i sondaggi li facesse, li facesse molto bene e li interpretasse ancora meglio) si possono dire un paio di cose.  Innanzitutto che la sua strategia parte da molto lontano; l’ultimo salto qualitativo l’ha compiuto nel 2011, dopo il primo smottamento del centrodestra in seguito all’accoppiata amministrative (quando il centrosinistra prese roccaforti della destra come Milano e Cagliari)  e referendum.  In seguito a quel risultato, difatti, si è verificato un riposizionamento a destra, sia a livello di linguaggio politico che di istanze, figlio sicuramente di un’attenta analisi del voto e probabilmente di ulteriori indagini successive.  Analogamente, difatti, non è sicuramente stato un caso che Berlusconi abbia deciso di rilanciare la sua campagna elettorale partendo proprio da Servizio Pubblico; oltre al forte portato simbolico del gesto, sicuramente anche il suo essere platea d’elezione del grillismo ha contribuito nella scelta.

Ad aspettarsi il risultato poi ottenuto era sicuramente il centrodestra, a non aspettarselo sicuramente era il centrosinistra, e neanche Grillo.  Bisogna difatti considerare che, fatte salve le prime elezioni della storia repubblicana, nessun partito “esordiente” è mai riuscito a ottenere un risultato del genere; neanche Forza Italia nel ’94 (con tra l’altro un’affluenza ben più alta, l’86,3%, e oltre sei milioni di votanti in più alle urne) è riuscita a prendere tanti voti (anche in termini assoluti: mezzo milione in più) quanti Grillo a questa tornata.  Si è verificata (e non è affatto da escludere che il processo sia ancora in corso) una gigantesca ridefinizione della geografia elettorale italiana, con l’affermazione di un partito che per la prima volta da tempo è riuscito a raccogliere i voti sull’intero territorio italiano e da tutte le categorie sociali come nessun altro prima.

Quindi sì, per quanto la sensazione di un gigantesco rimescolamento di carte fosse stata percepita da tutti gli addetti ai lavori, dubito fortissimamente che in molti l’avrebbero previsto in queste proporzioni; al di la’ degli slogan elettorali, probabilmente neanche Grillo e Casaleggio.

 

Ci puoi descrivere schematicamente come funzionano i vostri sondaggi? Perché i sondaggisti sbagliano? Le persone dichiarano il falso condizionando sondaggio e – magari – voto?

Banalizzando all’estremo: in base a criteri fondati su teorie matematiche, si chiede a un numero di persone scelte casualmente qual è la loro opinione su un determinato argomento. Raccolte le opinioni, si rende quell’opinione la più rappresentativa possibile del pensiero di tutta la popolazione.

Per esempio, se su 100 persone ho 20 rispondenti laureati, ma so che nella popolazione complessiva i laureati sono il 10%, allora la loro opinione conterà 0.5 anziché 1.  E così per ogni segmento sociale d’interesse individuato (per esempio se su quei 100 gli ultrasessantenni sono 20 anziché 30, il loro parere peserà 1.5 anziché 1).  Questo lavoro può essere svolto in più maniere, e ciascuna di esse ha intrinseco in sé un errore che può essere minimizzato ma mai eliminato.

In tutto ciò “perché i sondaggisti sbagliano” è una domanda abbastanza particolare, soprattutto per quanto riguarda il quadro politico.  Innanzitutto, per quanto tutti lo indichino ma nessuno lo legga, c’è sempre un margine di errore previsto già nel sondaggio: nessuna rilevazione può rispecchiare con assoluta certezza il dato puntuale al decimale; in tutti i sondaggi il dato puntuale che viene consegnato sarebbe in realtà da considerarsi come il punto medio di una fascia all’interno della quale il sondaggio non può essere considerato “sbagliato”, e spesso questa fascia è ampia 5-6 punti percentuali, se non di più.  Poi, normalmente, visto che appunto è compito del sondaggista ridurre quella fascia, l’errore è decisamente inferiore rispetto a quello statisticamente “accettabile”.  Cosa che in realtà nelle ultime elezioni (come già accennato, le più impronosticabili degli ultimi 20 anni, se non in assoluto) effettivamente è stata per tutti i partiti (prendendo la media tra i sondaggi fatti sotto elezioni, l’errore assoluto in quasi tutti i casi è inferiore al punto percentuale), tranne PD e M5S.

Sul perché di questo errore così concentrato si possono fare le ipotesi più varie; probabilmente hanno giocato un ruolo importante da un lato la difficoltà di individuare e distinguere una parte dell’elettorato grillino da quello democratico, dall’altro il “conservatorismo” che i sondaggisti tendono sempre ad applicare al sondaggio politico. Normalmente, difatti, quando si registrano spostamenti improvvisi ed estremamente sensibili di voti, si tende a pensare – quasi sempre a ragione – che l’indagine stia sovrastimando il fenomeno: questa è una peculiarità dei sondaggi politici, e dovuto a diversi fattori, tra cui, per esempio, la predisposizione a manifestare la propria intenzione di voto in base alla “popolarità” che ha il dichiarare quel voto (un chiaro esempio – in negativo – di questo fenomeno è stato più volte il voto per il centrodestra).

Tutto questo ovviamente al netto di coloro che mentono esplicitamente al sondaggio, ma che molto difficilmente sono un numero tale da riuscire a viziare il risultato.  Quello del sondaggio che condiziona il voto, invece, è un altro capitolo: è un fenomeno sociale accertato, l’effetto bandwagon, che, in italiano, si può tradurre molto prosaicamente con “saltare sul carro del vincitore”.  Gonfiare i risultati di un sondaggio per ingenerare questo effetto, come in una sorta di profezia autoavverante, è un trucchetto che i consulenti politici a volte utilizzano, ma di cui ovviamente non si può abusare a meno di non farne perdere l’efficacia.

 

Parliamo del grande successo del vostro”Voci dal conclave”: come vi è venuta in mente l’idea? Così non è stato violato il divieto di divulgazione dei sondaggi elettorali?

Infatti noi, così come i fan delle corse di cavalli clandestine di Nota Politica (i primi ad inaugurare questo tipo di letteratura nel lontano 2008), non abbiamo divulgato alcun sondaggio.  Abbiamo riportato delle voci che serpeggiavano su chi avrebbe potuto essere il futuro Papa.  Quello che le persone poi hanno voluto leggere in quanto abbiamo divulgato, è un altro discorso.

Ciò che mi posso limitare a dire è che una situazione come questa, dove i vaticanisti non possono esporsi in prima persona, ma hanno la necessità di sfruttare dei tramiti, è potenzialmente foriera di un’ulteriore disinformazione.  Essendo infatti indiscrezioni su un Conclave e non informazioni ufficiali “garantite” dalla conoscenza della fonte dell’informazione (e quindi dalla sua credibilità), nessuno avrebbe potuto impedirci di pubblicare articoli con dati completamente inventati, e nessuno avrebbe potuto smentirne la veridicità.

 

Se ben ricordo, il 25 febbraio è uscito un instant poll, pardon, un instant pope, che indicava molto precisamente l’effettiva distribuzione del voto, a discapito degli altri sondaggi che davano Bersani nettamente favorito su Berlusconi e M5S. Di sicuro siete stati i primi a dare la tendenza esatta; come avete fatto?

Nuovamente, noi non abbiamo divulgato alcun sondaggio. Ci era arrivata una soffiata improvvisa su smottamenti imprevisti all’interno del Conclave, e noi ci siamo limitati a riportarla, dopo aver verificato che il vaticanista di riferimento l’avesse effettivamente certificata e non fosse una notizia inventata.

 

Veniamo ora alla realtà post-voto. Chi sono gli elettori della sorpresa elettorale, il M5S?

Questa è “la” domanda di queste settimane per tutti gli addetti ai lavori: ed è un bel rebus.  Sembra essere il partito più interclassista e meglio distribuito a livello territoriale in assoluto: in altre parole, sembra che l’abbiano votato tutti, chi più chi meno, ma senza differenze così sensibili come invece capita per gli altri partiti.

L’unica cosa che si può dire con ragionevole certezza è che il MoVimento 5 Stelle è primo partito tra gli under 25 (anche se presumibilmente non nelle proporzioni che una differenza secca tra i voti raccolti al Senato ed alla Camera potrebbe far immaginare), e quindi supporre che nelle fasce più anziane della popolazione (terreno tradizionalmente di conquista dei partiti tradizionali maggiori) invece abbia un numero più basso di consensi, ma né dal punto di vista geografico, né dal punto di vista socio-economico, è emerso un altro elemento realmente caratterizzante il M5S.

 

In merito alla vostra analisi sul voto per differenti “sistemi di lavoro locali”: come descriveresti i voti tra le diverse categorie di lavoratori?

Il lavoro può essere un discrimine importante nella scelta dell’opzione politica.  Non deve esserlo necessariamente, però, dal momento che ci sono molti altri i “tasti” che possono essere toccati in una campagna elettorale.  Tant’è vero che, nonostante la crisi economica imperante ed un tasso di disoccupazione preoccupantemente alto, non lo è stato nell’ultima campagna elettorale, la quale è stata ben più incentrata, per esempio, su pressione fiscale e sprechi della politica, ed è anzi dal 2001 (ovvero da quando Berlusconi, maestro nel dettare l’agenda dei dibattiti, ha deciso che erano altri i terreni di scontro a lui più congeniali) che il tema del lavoro ha un ruolo più o meno marginale.

Probabilmente questo ha inciso sul fatto che, fatte salve le solite eccezioni che non possono mancare in un sistema complesso come la società italiana, cambiamenti significativi nella distribuzione della politica nel mondo del lavoro non ci sono stati per quanto riguarda le grandi coalizioni tradizionali, né il MoVimento 5 Stelle ha assunto una connotazione particolare presso alcuna categoria lavorativa (o non lavorativa: vista la natura del partito, sarebbe stato legittimo aspettarsi un picco sensibile tra i disoccupati, cosa che invece a quanto risulta non s’è verificata).

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