Quali politiche per la ricerca e l’innovazione?

Il dibattito sulla ricerca e l'innovazione tecnologica in Italia è stato tristemente assente dal confronto elettorale
[Andrea Galante]

Il dibattito sulla ricerca e l’innovazione tecnologica in Italia è stato tristemente assente dal confronto elettorale (per lo meno da quello televisivo) e adesso, nel bel mezzo di questo stallo politico appare ancora più lontano. Il punto è però cruciale: solo valorizzando conoscenza e innovazione si può affrontare la globalizzazione scommettendo sulla qualità del lavoro e mantenendo il nostro sistema di diritti e protezioni.

L’innovazione tecnologica non si emana per decreto. È al contrario la risultante di un’ecologia di fattori e di un sistema di relazioni economiche e istituzionali attraverso le quali le conoscenze partono dal mondo della formazione, passano per quello della ricerca, sino ad arrivare al mondo del lavoro.

La situazione della ricerca italiana è grave: spendiamo meno (in termini di PIL) della media europea, l’erogazione di fondi segue percorsi confusi, poco trasparenti e raramente affidata a metodi di valutazione trasparenti e meritocratici, i nostri atenei non eccellono nelle classifiche internazionali ed è assente una strategia nazionale che valorizzi punti di eccellenza. Conseguentemente, attiriamo pochissimi ricercatori stranieri nel nostro paese, anzi, sono moltissimi i giovani portati a emigrare in altri paese perché posti di fronte a una situazione fatta di pochi sbocchi e opportunità bloccate.

Un ulteriore punto dolente è decisamente rappresentato dallo stato della ricerca industriale e trasferimento tecnologico. Il mondo del lavoro e le istituzioni di ricerca dialogano poco. Tuttavia non sarebbe esatto dire che il sistema produttivo non innova. Le piccole e medie imprese italiane sono sempre state protagoniste di processi di innovazione e di miglioramento dei prodotti e dei processi, ma l’approccio dominante è stato (ed è) di innovazione incrementale, che lavora su progressivi miglioramenti destinando poche risorse ad attività di R&S e collaborando poco con le istituzioni di ricerca. Sebbene tale modello di “innovazione senza ricerca” abbia fatto la fortuna di molti settori tipici del made in Italy come la moda, la meccanica avanzata, l’agroalimentare, il tessile, non è più sufficiente.

Per cambiare passo è necessaria una attiva cooperazione tra mondo delle imprese e mondo della ricerca. Spesso, quando si parla di innovazione e ricerca nel mondo dell’imprenditoria, si pensa solo alla nascita start-up ad alto contenuto tecnologico; è necessario invece abituarci a tenere presente che la sfida più importante si gioca nell’integrare conoscenze e tecnologie hi-tech in industrie e settori più maturi e tradizionali come la meccanica, l’agroalimentare, il settore delle costruzioni, e dei dei beni culturali. I settori chiamati maturi rappresentano e rappresenteranno la stragrande maggioranza dell’economia italiana ed europea sia in termini di volume di affari che di posti di lavoro.

Qual è allora il ruolo della politica? E quale dovrebbe essere quindi il focus del dibattito? Quali sono le criticità che una moderna politica industriale deve affrontare?

Proviamo schematicamente a mappare le debolezze del nostro sistema di innovazione. Un report della Banca d’Italia dal titolo “Il gap innovativo del sistema produttivo italiano: radici e possibili rimedi” analizza il fenomeno e indica i punti più critici. La frammentazione del sistema produttivo è certamente causa di una bassa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo: il motivo è che piccole aziende riescono con maggiori difficoltà ad affrontare costi e rischi di simili attività.

Un altro punto è costituito dalla mancanza di capitale umano specializzato nella gestione di progetti innovativi: attività di questo genere necessitano di un management di qualità che spesso manca (per varie ragioni). Un elemento interessante indicato dal report è rappresentato dall’eccessiva flessibilità dei contratti (specie per i più giovani): la tanto invocata flessibilità funziona da disincentivo quando si parla di conoscenza e formazione perché induce a perdere di vista gli investimenti di medio-lungo periodo.

Il gap è anche dovuto a elementi strutturali del sistema finanziario: l’accesso al credito è sempre più complicato e attori come i venture capitalist, che in altri paese svolgono un importante ruolo di stimolo alla ricerca e all’innovazione, sono ancora poco presenti. In generale, il sistema patisce un ritardo di servizi di consulenza tecnologica che sappiano indirizzare sapientemente gli investimenti riducendo la percezione di rischio. Il sistema degli incentivi pubblici inoltre ha bisogno di profondi ripensamenti che riducano la frammentazione delle misure e degli strumenti e che compiano una delle scelte su precisi settori strategici.

Le criticità sono tante e il lavoro da fare è lungo e faticoso; incominciare a parlarne è già un primo passo. La questione dei problemi della ricerca e dello sviluppo tecnologico è stata sottovalutata ultimamente: si è creduto forse che la scienza fosse capace di uno sviluppo indipendente, autonoma dalla politica e dalle imprese. Al contrario, sempre di più è necessario renderci conto che non solo politica e ricerca sono collegate, ma che la qualità dell’una influisce direttamente su quella dell’altra.

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