Friulano e parmigiano

Incontro con Ezio Giordano, partigiano friulano (Tricesimo, UD - 20 aprile 2013)

È l’aprile del 2013, siamo a Tricesimo, in Friuli, a qualche chilometro da Udine. Ezio Giordano ha da pochi giorni compiuto 89 anni. Una stretta di mano forte, gli occhi di quel chiarore abbacinante che ho incontrato solo negli anziani o nei bambini molto piccoli. Ha una casa con un grande giardino, costruita all’inizio degli anni Settanta e per questo passata indenne attraverso i colpi del terremoto, anche se i segni si vedono ancora, ci dice. Ha una moglie gentile che mentre parliamo va a cercare documenti e foto e verso la fine della conversazione mette insieme un piccolo aperitivo. Si sono conosciuti dopo la guerra: durante una festa lei mangiava noci sotto a un tavolo e lui, di tredici anni più grande, già camionista, si è chinato per parlarle.

 

Poche parole ed è l’aprile del 1943. Ezio ha 19 anni, indossa la divisa di avanguardista della ‘Julia’ 8° Reggimento Alpini, Reggimento Alpini, caserma Cantore, Tolmezzo. Poi arriva l’8 settembre e l’Italia piomba nel caos più completo: assieme a tanti giovani soldati come lui, Ezio riceve l’ordine di raggiungere Udine (ed è una fortuna, dato che gli altri finirono in mano alla Gestapo e furono poi deportati sui treni). Giunto a San Daniele il plotone si ferma per la notte, ma i soldati capiscono che qualcosa non va perché gli ufficiali parlano fitto tra di loro e non si capisce niente. Nella confusione, il gruppo si disperde e ognuno riprende la strada di casa. Ezio, insieme a due commilitoni, disarma il colonnello, uno di Piacenza, e requisisce cavallo e carretto. Gli verranno poi sottratti con l’imbroglio pochi chilometri dopo, ma la storia di quel cavallo, come vedremo, non finisce qui. Appiedato, ma non disarmato, Ezio riesce finalmente a tornare a casa, a Cassacco, trovando un passaggio in corriera (‘O mi fai salire o ti sparo nelle gomme’).

Lì, fino al maggio del 1944, lavora in un’officina meccanica che fornisce anche l’esercito tedesco, convertendo veicoli militari a nafta e facendoli andare a legna. Questa sua qualifica specifica è all’origine del permesso speciale che, in quei mesi, suscita l’interesse anche delle truppe partigiane. Di lì alla montagna il passo è breve: insieme a un’altra dozzina di compaesani Ezio abbraccia gli ideali della lotta contro il nazifascismo. In pochi mesi compie le tre azioni di guerra necessarie per ottenere la qualifica di ‘partigiano’ e sfrutta l’eccezionalità dei suoi documenti per farsi traghettatore. Alleati paracadutati da velivoli abbattuti ed ex-detenuti nei campi di prigionia sloveni gli vengono affidati per essere portati in località segrete. Di lì, in seguito, raggiungeranno la Puglia liberata via mare, attraverso la Jugoslavia.

E tutto il resto è storia: la storia della Resistenza friulana, della collaborazione e le discordie tra la brigata Garibaldi con il fazzoletto rosso e la brigata Osoppo con il fazzoletto verde, quella dell’eccidio di Porzûs che ancora oggi, dopo quasi 70 anni, divide la memoria e impedisce alle ferite di rimarginarsi. E poi la liberazione di Tricesimo, il 2 maggio 1945, con il comandante Giordano temporale, primo partigiano che entra in paese in groppa proprio a quel  cavallo, divenuto da allora simbolo della liberazione. Una storia che non racconteremo, perché si è fatto tardi e la signora Bruna ha tirato fuori il vino friulano e il parmigiano reggiano. E io penso che sia un bel modo di avvicinare le nostre due regioni, già unite in nome della Resistenza.

Buon 25 aprile. A tutti.

 

La redazione ringrazia sentitamente Ezio Giordano e la moglie Bruna per averci accolti nella loro casa. Ringraziamo inoltre l’ANPI di Tricesimo, nella persona di Gianni Felice, per aver reso possibile l’incontro e per il materiale sulla Resistenza friulana donatoci.

 

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