Ricostruzione: scelte possibili, impossibili, improbabili

Quattro anni fa a L’Aquila si è verificato un fenomeno rapidissimo, imprevedibile

Arianna Balboni – Architetto

Quattro anni fa a L’Aquila si è verificato un fenomeno rapidissimo, imprevedibile, che ha modificato in modo permanente il funzionamento dell’intero territorio provinciale.

Non parlo del terremoto.

In questo caso, mi riferisco alla ricostruzione che ha succeduto il sisma.

Io non sono aquilana, non sono una specialista né della città, né di terremoti, né di ricostruzione.

Sono una delle tante persone toccate, in maniera neanche troppo violenta, dal fenomeno del sisma, che ne hanno conosciuto qualche minimo frammento e che ne sono rimaste profondamente colpite.

Caso ha voluto, che proprio mentre ultimavo la tesi di laurea sul tema della ricostruzione a L’Aquila, il sisma che ben conosciamo colpisse i territori dell’Emilia.

Vorrei quindi parlare di ricostruzione a L’Aquila, più o meno da “profana”.

C’è chi usa le parole “miracolo dell’edilizia”, “opera salvifica” e chi preferisce “terribile speculazione”, “mostruosità architettoniche”, “devastazione del territorio”… A ciascuno la scelta.

I fatti sono questi: dopo il 6 aprile 2009 e dopo la prima fase di emergenza (tende, container, ecc.) si fanno i primi passi verso la realizzazione di tre tipi di strutture, i M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori), i M.U.S.P. (Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio) e le abitazioni del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili). Mentre i primi due tipi, come dice l’acronimo stesso, sono provvisori (edifici di massimo due piani,  prefabbricati, per lo più realizzati a secco e collocati sui perimetri dei centri abitati), il progetto C.A.S.E. consiste in enormi stecche pluriplano poggianti su piastre di cemento,  tipologicamente diverse rispetto al contesto in cui s’inseriscono, distribuite in 19 insediamenti, nella maggior parte dei casi distanti dal centro storico e in alcuni casi distanti da qualsiasi cosa.

Secondo i dati ufficiali, il progetto ha dato alloggio a circa 15 000 persone (su un totale di circa 72 500 residenti a L’Aquila dopo il sisma): insomma, non proprio uno scherzetto.

Quanto tempo ha richiesto la pianificazione di una simile impresa? L’emanazione del d.l. 39/2009 n.2 per la realizzazione di “moduli abitativi di durevole utilizzazione” risale al 28 aprile, ossia 22 giorni dopo il sisma.

Si può facilmente immaginare che i termini “partecipazione”, “coinvolgimento della popolazione”, “consenso”, siano alquanto estranei al fenomeno della ricostruzione a L’Aquila.

Per come l’ho vista e studiata, oggi L’Aquila possiede un centro storico pietrificato, un labirinto di ponteggi e strade deserte, con la maggior parte degli esercizi  chiusi e pochissime persone tornate in casa propria.

Al di fuori, prendendo per forza l’auto e percorrendo strade di montagna (in certi casi per un’ora e mezza-due), si trovano le frazioni del territorio, alcune completamente spopolate, altre no, intervallate, ovviamente, dalle 19 nuove piastre.

Qui di gente ce n’è parecchia, ma quando sono andata, ho incontrato in tutto 3 persone (su 15 000), forse perché al piano terra ci sono dei magnifici parchetti, ma circondati da parcheggi.

Quelle che chiamavano “new town”, delle town non hanno proprio niente, sono piuttosto dei raggruppamenti di condomini.

Molte grandi industrie sono chiuse e la maggior parte delle università sono state dislocate, alcune in ex centri commerciali, altre in ex centri di produzione, altre in diverse sedi universitarie.

Insomma, se la città aveva consolidato un proprio funzionamento, diciamo “centripeto”, oggi funziona in maniera completamente diversa, e gli aquilani con cui ho parlato si sono detti quanto meno spaesati.

Non che “diverso” significhi  “brutto”, ma in questo caso sottende alcuni gravi problemi.

Per mia grande fortuna, anche in seguito al sisma del 20 maggio ho scampato l’esperienza di perdere la casa e dormire nelle tende, quindi preferisco non entrare nel dibattito “è meglio aspettare una buona ricostruzione nelle tende, o osservare un intervento veloce e calato dall’alto con un nuovo tetto sulla testa?”.

Avendo studiato un po’ il fenomeno aquilano e seguendo quello emiliano adesso, mi sento però di dire che la ricostruzione può essere affrontata in maniera migliore e che forse la parola chiave è proprio “partecipazione”, perché la risposta a un sisma, dal punto di vista edilizio, è una materia ancora poco teorizzata e consolidata, perciò meglio mettere in campo parecchie teste e competenze, soprattutto quelle di chi la casa l’ha persa davvero.

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