[China is the new London] Confucius, revisited #1

Negli ultimi anni Confucio si è trovato al centro di un immenso revival, paragonabile soltanto a quello che ebbe Fabrizio Frizzi con I soliti ignoti

“Ogni ritorno, in politica, è uno sbaglio” Indro Montanelli, Storia di Roma

 

Originario dello Stato di Lu, parte sud-orientale dell’attuale provincia dello Shandong, questo antico filosofo cinese vissuto a cavallo (con l’eccezione di alcuni brevi soggiorni in albergo, e comunque sempre a mezza pensione) tra il 551 e il 479 a.C.,  rappresenta uno dei simboli più conosciuti della Cina insieme a Mao Tse Tung, Federico Rampini e l’aviaria.

Confucio è la traslitterazione in lingua latina dell’appellativo cinese “Kong Fuzi” (“Maestro Kong” oppure, secondo altre interpretazioni, “Grande arredatore”). Al pensiero di Confucio – basato sull’etica personale, il rispetto della gerarchia e l’uso dello zenzero per scopi di difesa personale – si sono sovrapposti nel tempo influssi provenienti dal buddhismo, dal taoismo e dalla Coca Cola.

Gli storici moderni non ritengono di poter attribuire a Confucio la paternità di nessuno dei Cinque Classici della letteratura cinese a lui tradizionalmente attribuiti, anche se il “Convegno degli storici di Pechino” del 2003 ha ammesso la possibilità di abdicare al buon costume dell’acribia filologica quando si è a cena con una bella studentessa di filosofia orientale.

Gli insegnamenti di Confucio vennero trascritti da alcuni discepoli nei Dialoghi, una raccolta di aforismi e di frammenti di discorsi che ci lasciano intuire come gli amici di Socrate dovessero divertirsi molto di più. In un passo, infatti, un gentiluomo amico di Confucio si esprime in questi termini: “La moglie di un Principe del Regno, il Principe la chiama ‘moglie’; chiamandosi da sé dice ‘piccola fanciulla’; la gente del Regno la chiama: ‘moglie del Principe’; davanti a gente di altri paesi la chiamano ‘la nostra piccola Principessa’. E noi Maestro, quand’è che la invitiamo a casa nostra?”.

Il pensiero confuciano divenne, soprattutto a partire dalla dinastia Song (960 – 1279), materia di studio fondamentale per la formazione della classe intellettuale cinese, quest’ultima costituita dai cosiddetti “mandarini”, funzionari di alto rango depositari della cultura e della frutta di stagione. Con la caduta dell’ultima dinastia imperiale, Confucio – non ancora disponibile per iPhone – divenne il rappresentante dell’arretratezza culturale della Cina.

Con la presa del potere politico da parte di Mao Tse Tung l’offensiva contro Confucio, ritenuto portatore di valori feudali opposti all’egalitarismo comunista, si fece sempre più aspra raggiungendo l’apice durante i terribili anni della Rivoluzione Culturale (1966-1976) in cui molti cinesi furono obbligati a gridare in piazza il loro amore per il canto (tra questi non figura ancora il nome dell’attuale first lady cinese, Peng Liyuan, che avrà poi grande successo nel mondo della musica allietando le truppe di piazza Tiananmen, a Pechino, nel famoso concerto del giugno 1989).

Negli ultimi anni Confucio si è trovato al centro di un immenso revival, paragonabile soltanto a quello che ebbe Fabrizio Frizzi con I soliti ignoti: un film biografico sulla sua figura, che una rivista specializzata ha salutato come “una lunga sfilata di moda con Alan Friedman come protagonista che cerca di farsi passare per geisha”; una statua di proporzioni colossali, eretta in suo onore a Pechino, in piazza Tiananmen, di fronte al ritratto di Mao (subito rimossa nella notte, con un’improvvisa impennata di ricoveri per lombo-sciatalgia); un premio per la pace che reca il suo nome e che si pone in antitesi al premio Nobel (da notare che Confucio non produceva dinamite ma che molti suoi contemporanei lo prendevano in giro perché era capace di assetare un intero paese con le sue pietanze speziate); e poi istituti culturali, libri, siti web, corsi universitari dedicati alla memoria e al prestigio di questo grande pensatore.

La specialista di Confucio Anne Cheng (di cui invitiamo ad ascoltare le lezioni sul podcast del Collège de France) sostiene che l’ideale della “società armoniosa” propugnata dall’ex presidente cinese Hu Jintao non sarebbe nient’altro che un adattamento in chiave paternalistica di quell’“armonia” sociale predicata da Confucio tra governatori e governati, con l’unica differenza che Confucio preparava anche gli snack per l’aperitivo.

In una società come quella cinese, travolta in brevissimo tempo da una crescita economica esponenziale favorita da un capitalismo scarsamente regolato, con i suoi risvolti negativi di edonismo, disgregazione sociale e pessime imitazioni di pop band occidentali, il ritorno a Confucio deve essere sembrata una mossa appropriata per il governo cinese, che in un colpo solo può promuovere un modello culturale interno opposto a quello delle democrazie occidentali e cercare di ricomporre le disuguaglianze di un Paese che potrebbe far sembrare comunista anche Nichi Vendola (in Cina non cercano di “acchiappare” le nuvole, ma le diradano, artificialmente, con gli acidi) (se volessimo rilanciare davvero la produzione in Italia potremmo sviluppare anche noi sistemi di scioglimento delle nubi, magari per assicurare il bel tempo costante nelle zone balneari, e l’Ilva potrebbe essere la nostra punta di diamante, con grande soddisfazione della famiglia Riva, dei lavoratori e degli opinionisti. Pensaci, Nichi: Sinistra, Ecolalia e Libertà).

D’altronde, l’attuale governo di Pechino non è stato l’unico soggetto nel corso della storia ad aver interpretato il pensiero di Confucio per adattarlo ai propri scopi.

 

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