[Altre Pagine] La verità sta nelle sfumature

Libri, autori che hanno salvato la mia vita, che hanno plasmato la mia esistenza, ce ne sono stati tanti.
[Michele Barbieri]

Libri, autori che hanno salvato la mia vita, che hanno plasmato la mia esistenza, ce ne sono stati tanti.  Qualche libro l’ho anche scritto, certo: «agli scrittori piace soltanto la puzza dei propri stronzi». Direbbe lui, e quindi rifuggo dall’ipotesi di auto-recensirmi. Poter commentare uno dei miei autori più amati è invece, un’occasione che non mi lascio sfuggire.

Avrei potuto recensire il mio libro eletto, Le città invisibili, di Italo Calvino, o uno tra i miei autori più amati, Ernest Hemingway dalla scrittura di velluto. In tempi più recenti avrei parlato di Jean Claude Izzo e il suo Sole dei morenti, libro sul cui “tramonto” scesero le mie lacrime. Se poi scegliessi uno per la forza, la potenza della parola scritta, materica come ghiaia masticata, prediligerei Il tempo materiale del contemporaneo Giorgio Vasta.

Reietto dalla via e trasandato esistenzialista, cinico e disingannato, alcolizzato “poeta maledetto”, che non mancò tuttavia di lanciare il proprio “messaggio in bottiglia” all’umanità futura (attuale per chi legge) Charles Bukowski, come pochi, sapeva esprimere con parole di strada il quotidiano lottare, l’umana ostinatezza alla vita, la complicanza del vivere semplificata nei suoi versi: «l’uomo è la fogna dell’universo». Alcolista e barbone Bukowski vive la miseria umana da dentro, nasce dai vicoli e dalla povertà, spirituale e fisica, senza troppo commiserarsi della propria condizione, che pare calzargli a pennello, «ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore».

La sua scrittura è semplice, diretta al punto, la crudezza dell’espressione libera di orpelli e falsa pudicizia, ci parla di miseria e di scopate, di esasperata emarginazione della vita reale a cui tutti i giorni l’uomo comune è chiamato a fare fronte chinando la schiena, sudando e bestemmiando il suo pane. Di quell’America patinata mostrataci piena di lustrini e divi di cinematografo, Bukowski è l’antitesi, la sporcizia che l’umanità spazza sotto il tappeto, il lato in ombra della luna che “con una scala fatta di denaro” (Cit.  R.Petrone Dir. NASA 1966-86) l’America cerca di raggiungere.

Mentre la maggioranza della popolazione vive il disagio e il degrado di un paese che nasconde le proprie debolezze, una società in grave crisi che non viene mostrata, lui ce la sbatte in faccia con violenza e cinica poesia, così come Robert Rauschenberg nei suoi “assemblaggi” «Vuoi sentirti sicuro? La sicurezza si può avere in galera. Tre metri quadrati tutti per te senza affitto da pagare, senza conti della luce e del telefono, senza tasse, senza alimenti. Senza multe. Senza fermi per guida in stato di ubriachezza. Cure mediche gratuite. La compagnia di persone con gli stessi interessi. Chiesa. Inculate. Funerali gratuiti».

Leggendo le sue poesie s’impara che lo scrivere non sono solo poetiche pennellate di rosa e di azzurro, o la malinconica lirica leopardiana, cui la stantia scuola dell’obbligo ci ferma, la rima amore e cuore, lacrime struggenti alla luna di un innamorato, la metrica forma linguistica di una élite agiata e intellettualmente colta.  Nel suo scrivere ,l’uomo mette in scena l’uomo, il corpo crudo, con le sue goffaggini debolezze, fantasie represse e mediocrità, con la propria incapacità o paura di essere diverso dai suoi simili, «Il matrimonio, Dio, i figli, i parenti e il lavoro. Non ti rendi conto che qualsiasi idiota può vivere così e che la maggior parte lo fa?». L’intimo più torvo e nascosto di ogni uno di noi è svelato. La volgarità che egli mette sulla pagina libera il nostro falso perbenismo, l’essere umano candido e immacolato che la pubblicità, la televisione o il cinema ci rimanda, buonismo gratuito, vive solo in essi.

Bukowski mostra un uomo nei suoi lati oscuri, nella povertà, nell’alcolismo e in ogni abuso nella devastante depravazione della vita quotidiana, nella sconfitta di un sistema ipocrita che ci omologa e che bene o male in sorte mal assortita a tutti tocca. «Detesto i prati perché tutti hanno un prato con l’erba e, quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri». L’umanità diviene un grande mostruoso mirabolante circo, uno spettacolo grottesco che va in scena quotidianamente implacabile, un dozzinale e coercitivo sistema che trucca la faccia mascherando l’uomo da clown. «La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto».

I suoi racconti, in misura maggiore la sua poesia, esprimono con efficace semplicità, così che sia capita anche dall’uomo comune, il concetto della sofferenza del vivere. La materia si vendica sulla poesia, si potrebbe dire, Bukowski difatti scrive privo di qualsiasi vergogna storie sordide che lui stesso appella in una sua raccolta come “storie di ordinaria follia”: il vivere comune scritto dall’uomo comune, il Bukowski che si sente ed è un disadattato, un reietto, un essere umano che non trova la sua collocazione. Lavori degradanti, fatiche, la lotta quotidiana per l’affitto, i soldi. «I soldi sono una cosa seria. Qualcuno è convinto persino che parlino». Sono essi in fondo la preoccupazione e la rovina della maggior parte degli uomini.

Bukowski è così amato o odiato, non vi è via di mezzo come non vi è nella sua scrittura, l’amore mercanteggiato di puttane, lo sguaiato parlare di sesso, ossessione comune del genere umano, che per lui equivale a una sbronza, la parte meno romantica, carnale del rapporto uomo e donna, «Io continuo a ripetermi che non tutte le donne sono puttane, lo sono solo le mie». La difficile ricerca di un amore, che forse proprio dai genitori stessi ha visto sconsacrato, il rapporto con il denaro, che schiavizza l’essere umano. «I soldi sono come il sesso: sembrano molto più importanti quando non ce n’è».

Bukowski fa parte di quella generazione di poeti della “beat generation” o “poeti maledetti”, per citarne alcuni: Allen Ginsberg, Jack Kerouac, che mette a nudo la meschinità umana, l’uomo per ciò che è e non per ciò che appare. Denuncia l’ipocrisia di un sistema che rifugge da ciò che non è lindo e ben presentabile. La sua poetica, forte e incisiva come il tam tam di un tamburo che detta il ritmo alla parola emerge nei racconti inaspettata sorprendendoci per la facilità di comprensione e per il grande impatto che essa ha su chi legge.

«La morte è un gatto che salta sul letto nel buio.» Certe volte malinconico, spesso cinico «I cavalli non scommettono sugli uomini. E nemmeno io lo faccio.» Buck racconta quella parte banale e ridicola di noi stessi, le nostre paure e sconfitte che rifiutiamo di vedere. «La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata» e infondo non si prospetta come oracolo poetico, ma come esso stesso prodotto della medesima odiata società. «Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle».

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