Auguri ministro Kyenge

Il ministro Kyenge è una di noi, ma è anche una di loro e la sua persona è la testimonianza di come sia possibile costruire di un’identità pontiera

È riuscita a esprimerlo con parole di rara chiarezza, in un Paese – l’Italia – in cui il concetto di società multietnica non è ancora protagonista di un dibattito realmente fruttifero. Il ministro Cécile Kyenge ha dato il suo primo contributo parlando di sé: “Sono nera e fiera di esserlo. Sono italo-congolese, non appartengo interamente a nessuna delle due culture, ma parzialmente a entrambe”.

È il senso stesso della parola “cultura”, un flusso di radici intrecciate che ricavano il nutrimento da un suolo composto da migliaia di agenti e che danno vita a una chioma di rami complessa e intricata. La cultura non è un oggetto intero, per questo non può essere chiusa, inscatolata, difesa ma può essere invece articolata, trasformata, diffusa.

Per questo appaiono ridicole le proposte leghiste di insegnare il dialetto nelle scuole lombardo-venete: sarebbe il più grande torto commesso ai danni di una lingua, cristallizzarla in un’impossibile bacheca accademica, sottraendola al luogo vivo della propria proliferazione, la strada, tanto più che scomparendo i vecchi – unici custodi di una certa ortodossia dei dialetti – i nuovi parlanti vernacolari non sono i nipoti di quegli stessi vecchi, ma le badanti polacche, i giardinieri albanesi, i muratori marocchini.

Questa realtà di meticciato sta cambiando l’Italia e la stessa cultura italiana, se è così ricca, lo deve proprio ai continui passaggi di popoli avvenuti sui propri territori e ai conseguenti scambi economici, linguistici, culturali. Se fortunatamente il cambiamento è ancora in corso lo dobbiamo ai tanti arrivi di stranieri occorsi in questi decenni: è una realtà importante e il ministro dell’integrazione è lì per riconoscerla, ottimizzarla, raffinarla.

Cécile Kyenge lo ha affermato con forza: accettiamo la parzialità come caratteristica umana, tutti siamo parziali, esserlo anche da un punto di vista etnico non fa che ribadire l’impossibilità di un ideale di interezza e segna l’avvento – finalmente anche in Italia – del riconoscimento della dualità etnica.

Fa sorridere che proprio in Italia esso incontri resistenze, noi che abbiamo “colonizzato” tutto il mondo in ondate migratorie epiche, noi che abbiamo mezzo parentado fra Perth, Montevideo e Toronto e che abbiamo appiccicato il prefisso “italo” di là e di qua senza troppi complimenti.

Il ministro Kyenge è una di noi, ma è anche una di loro e la sua stessa persona è la testimonianza di come sia possibile costruire un’identità pontiera e terza rispetto all’arroccamento del “noi e loro” che ha dominato e atrofizzato il dibattito sull’identità e la cultura in Italia mentre altri Paesi, come Francia e Regno Unito, giungevano a conclusioni avanzate e modelli di convivenza moderni, che hanno ovviamente luci e tante ombre che qui adesso evitiamo di analizzare.

Il suo incarico durerà, sarebbe disonesto tacerlo, presumibilmente poco, ma fra le numerose novità che si sono succedute nel panorama politico italiano, la creazione di un ministero per l’integrazione e la nomina di Cécilie Kyenge sono forse le più benauguranti; certo non basta per poter esprimere adesione e sostegno a Letta e al suo strano esecutivo appeso agli umori dell’ottuagenario di Arcore ma chissà che proprio nel campo dell’integrazione la presenza e l’opera di Kyenge non possano contribuire a resuscitare una parte dell’opinione pubblica italiana, anche lanciando – come il ministro ha rapidamente fatto – il tema della cittadinanza ai figli degli stranieri nel dibattito politico italiano e – perché no – in quello interno della sinistra che deve accantierarsi se non vuole essere definitivamente eclissata.

È chiaro che se l’Italia dovesse seriamente porsi al seguito della Francia in materia di riconoscimento del diritto di cittadinanza il fatto avrebbe peso e valenza europei al punto, forse, di spingere altri Paesi fondatori a riflettere su un aggiornamento del proprio modello e – questione interna – potrebbe in controtendenza affermare che l’Italia non è un Paese impaurito e conservatore e incoraggiare quindi altre battaglie nel vasto campo dei diritti.

Oggi siamo ancora probabilmente lontani dal bagno di civiltà che costituirebbe l’adozione dello ius soli ma è indubbio che l’Italia rappresenta incredibilmente uno dei laboratori più carichi di significato: la nostra storia di popolo è incardinata a quella dell’immigrazione, quelle degli italiani sono state le ondate di migranti più importanti della Storia, intrecci umani dalle enormi conseguenze sono stati avviati dagli italiani nelle Americhe, in Oceania e, non secondariamente, nei Paesi nordeuropei, diversi dall’area mediterranea addirittura più di quanto non siano diversi fra loro l’Italia e il Brasile.

L’Italia, con i suoi acciacchi istituzionali, le sue emergenze sociali, i suoi vizi storici, ha la possibilità di farsi portabandiera di una grande stagione dei diritti, accessorio indispensabile alla stessa Unione Europea se vuole continuare a esistere riconoscendosi in un’identità plurale di inclusione e osmosi.

Non accadrà, è chiaro. Come non essere invariabilmente pessimisti a fronte di questa classe dirigente che, esclamando di voler salvare il Paese, non fa che screditarlo quotidianamente? Rimane, per chi non può permettersi di rinunciare all’ottimismo, la diffusa vulgata di un’Italia che esprime il meglio di sé nelle situazioni più sfavorevoli e ingarbugliate. Dai Leonardo e i Michelangelo autori di capolavori dell’umanità fra i bagni di sangue dell’Italia rinascimentale, fino alla Resistenza che contribuì a porre fine all’esperienza fascista, l’Italia è sempre stata contraddittoria, capace di dare le peggiori prove di sé e al contempo ottenere i risultati più memorabili.

Per quanto riguarda i migranti e i loro figli, c’è un principio di realismo che andrebbe rispettato: oggi la componente migrante in Italia è corposa e non è più tollerabile fingere che essa non sia da tempo divenuta fondamentale per il Paese, da un punto di vista sociale, fiscale ed economico.

È ora di dare risposte a questa schiera di famiglie e lavoratori silenziosi che hanno scelto l’Italia per migliorare le proprie condizioni di vita, facendo una scelta non facile di doloroso sradicamento dai propri paesi d’origine ed esercitando così un diritto alla base di ogni vera democrazia e prima ancora alla base dell’umanità, cioè il diritto alla mobilità alla ricerca di una qualità della vita superiore per sé e la propria famiglia.

Questa urgenza di fornire una risposta alla società italiana in materia di riconoscimento della cittadinanza non è, sia detto per prevenire qualsiasi strumentalizzazione populista, una richiesta di impunità: tutt’altro. Una regolamentazione più giusta e trasparente in materia, fornirebbe strumenti più efficienti per l’esercizio dell’ordine.

Istituire un principio di accoglienza statale giusto, stabilendo che sia cittadino italiano chi nasce su suolo italiano da una famiglia che pur non essendo italiana ha scelto consapevolmente l’Italia e ci risiede da anni, è semplicemente civiltà. Chi grida all’attentato della nostra cultura mente sapendo di mentire, perché in questi anni l’unico vero vilipendio alla nostra cultura e immagine nel mondo è stato perpetrato da chi ha imposto l’idea del postribolo e del bunga-bunga come effige nazionale.

L’elezione del ministro Kyenge, lo ripeto, è già in sé qualcosa di molto positivo. Se ci saranno anche risultati concreti dipenderà soprattutto dagli spazi di agibilità politica che il dibattito sullo ius soli troverà nei prossimi mesi. Dovrà sgomitare attraverso la pantomima sull’Imu, le alzate di scudi della destra più becera, le prevedibili remore del centro-sinistra in atomismo galoppante, le strumentalizzazioni dei fatti di cronaca, eccetera.

È quindi evidente che non si può delegare alla sola politica, per di più malata, il compito di ripensare un passo così importante del vivere civile come il modello di acquisizione della cittadinanza: deve essere il Paese ad ascriversi questo compito e deve farlo ora.

Written By
More from mirko roglia

Al gallo nero d’Alba

di Fabio Izzo Un tavolino di legno dorme, adagiato nella penombra del...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *