C’era una volta la Berco

C’era una volta l’officina meccanica Bertoni e Cotti. In pochi anni divenne una grande azienda metalmeccanica e Copparo era un paese conosciuto in tutta Italia.

C’era una volta l’officina meccanica Bertoni e Cotti.

In pochi anni divenne una grande azienda metalmeccanica e Copparo era un paese conosciuto in tutta Italia. Era solo una piccola bottega artigiana nel 1918, contava 100 addetti nel 1933 e ben 650 nel 1940. Arrivò la guerra e la Berco venne delocalizzata in Trentino, sulle Alpi, per proseguire la produzione bellica al riparo dalle incursione aeree alleate, così a Copparo rimase un vuoto involucro per ingannare i bombardieri. Questi non potevano vedere, dai mille e più di mille metri a cui volavano, che la fabbrica era vuota e così sganciarono un po’ di democrazia dall’alto dei cieli. Il 30 gennaio del 1945 parte di questa democrazia colpì la chiesa provocando 93 vittime civili, mia nonna che era ragazzina mi ha raccontato tante volte di come si sia salvata per puro caso.

Questa è la sua storia. Era arrivata in paese con sua madre, a quel tempo viveva a Fossalta, piccola frazione sulla sponda del Volano. Le sirene dell’allarme aereo lacerarono l’aria e loro iniziarono a correre disperatamente verso la chiesa, perché tutti dicevano che gli edifici sacri non sarebbero mai stati bombardati. Il sibilo delle bombe in caduta le colse davanti al municipio, così si gettarono al riparo dietro i massicci pilastri del suo portico, rannicchiate mentre venivano avvolte dal fragore delle esplosioni, dalla polvere dei calcinacci e dall’odore di iprite. Sembrava la fine del mondo, ma ne uscirono incolumi.

Ma la chiesa vicina era un cumulo di macerie che aveva inghiottito quasi cento persone.

Ma la finta Berco era ancora al suo posto, intatta.

Anche mio nonno, quello materno, mi raccontò una storia sui bombardamenti sulla finta Berco. Era la primavera del 1945 quando la contraerea colpì un aereo che mitragliava la fabbrica a bassa quota, trasformandolo in una stella cadente. Questa cometa che lasciava in cielo una scia di denso fumo nero cadde in un campo coltivato, vicino ad un macero per la lavorazione della canapa, e i soldati tedeschi impedirono ai contadini accorsi di salvare il pilota, incastrato nell’abitacolo. Lo lasciarono bruciare vivo. Oggi non ci sono più né il campo né il macero, negli anni del boom economico la Berco si è espansa edificando quell’area, dando lavoro a migliaia di persone.

Alle elementari ci portarono a visitare la fabbrica. Ricordo le fonderie, il reparto verniciatura, gli uffici tutti ordinati, ma soprattutto ricordo le nostre aspettative, ci chiedevamo se ci avrebbero mostrato la stanzetta chiusa a chiave dove c’era una parete con un buco che dava sul nulla e che non si era in grado di rattoppare. Veniva murato, ma lui ostinato si riapriva il giorno dopo. Solo in anni successivi ho imparato che questa leggenda urbana è riscontrabile in tutti i grandi complessi industriali, oggi ne conosco una variante anche sul polo chimico di Ferrara. Ovviamente non ci si credeva davvero alla storia del buco, ma solleticava la nostra fantasia immaginare che quella razionale cittadella industriale celasse chissà quali misteri e magie.

Ora la Berco non appartiene più alla famiglia Bertoni, nel 1998 è stata acquisita dal colosso Thyssen Krupp. Poi è arrivata la crisi economica e i primi tagli di personale e tutti, soprattutto il mondo politico, a fare spallucce e sottovalutare l’impatto sociale che avrebbe comportato sul territorio. E oggi, nel 2013, nuovi massicci licenziamenti.

C’era una volta la Berco, e oggi potrebbe non esserci più.

BERCO, cartolina anni '50
BERCO, cartolina anni ’50

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