[China is the new London] Confucius, revisited #2

L'attuale governo di Pechino non è stato l’unico ad interpretare il pensiero di Confucio per adattarlo ai propri scopi.

“Il confucianesimo ha una predisposizione per una classe privilegiata di nobili, intellettuali e amministratori (…) dove una dinastia prospera, lì c’è anche Confucio” (Kong Xinfeng)

 

D’altronde, l’attuale governo di Pechino non è stato l’unico soggetto nel corso della storia ad aver interpretato il pensiero di Confucio per adattarlo ai propri scopi.

Forse i primi a distinguersi in questo passatempo furono i monaci gesuiti che giunsero in Cina verso la fine del XVI secolo con l’intento di evangelizzare il popolo cinese, anche se poi venne fuori che le sigarette le avevano lasciate negli altri pantaloni.

La strategia dei gesuiti era quella dell’“accomodamento”, una sorta di couchsurfing dell’epoca ma a costo zero e con il vantaggio che poi chi ti ospitava era costretto a cederti il telecomando.

Per attuare questa strategia, i gesuiti tentarono di farsi passare per letterati confuciani, anche se spesso restavano vittime dello scherzo crudele del cicalino, un aggeggio che i mandarini portavano nel palmo della mano e che dava una piccola scossa al contatto.

Matteo Ricci – un monaco gesuita che non era venuto dalla fine del mondo ma ci era andato – si era fatto conoscere presso la corte dell’imperatore Kang Xi per le sue raffinate conoscenze in materia di geometria, astronomia e artiglieria pesante. Ma non si deve credere che egli fosse un cristiano da salotto (anche se Matteo Ricci deve aver disposto di alcuni buddisti impagliati in soggiorno).

Ben presto, scrisse infatti La storia della spedizione cristiana nel regno della Cina, in cui per la prima volta si attribuiva ai cinesi la pratica di una “filosofia morale”, anche se alcuni sinologi ritengono che i cinesi del tempo avessero gli stessi problemi con la biancheria intima di Sara Tommasi.

Mentre in Europa infuriava il rigore contro-riformistico e l’unico ballo conosciuto era l’hully gully, i gesuiti insegnavano agli intellettuali cinesi elementi di teoria eliocentrica (lo ricordiamo, si tratta della teoria secondo cui è la Terra a girare intorno al Sole e non l’intero sistema economico-politico di uno Stato a girare intorno ai guai giudiziari di Berlusconi) e, nelle loro traduzioni al latino delle opere attribuite a Confucio, individuavano un “santo” nella figura di Confucio, “rivelando” ai cinesi come lo Shangdi (letteralmente “imperatore di sopra”) delle loro scritture altri non fosse che Dio, un tipo che certo non passava il tempo a mangiare merendine in tuta da ginnastica come Buddha.

Subito francescani e domenicani si sollevarono (ma non di tanto; le proteste cristiane funzionano allo stesso modo degli ingressi gratuiti per bambini a Mirabilandia) ritenendo che l’osservanza della fede cristiana fosse incompatibile con i riti che i cinesi ancora dedicavano a Confucio.

La situazione peggiorò ulteriormente con l’uscita in Europa del Confucius Sinarum Philosophus (1687) di Flamand Philippe Couplet, che finì per consacrare definitivamente la figura di Confucio come filosofo razionalista, garante di un ordine politico-morale ideale (ideale per Confindustria).

L’opera di Couplet mostrava, attraverso tavole di comparazione della storia cristiana e cinese, come quest’ultima risalisse a prima del Diluvio universale. Un altro modo per dire che, a Pechino, il libro della Genesi avrebbe venduto meno dell’ultimo libro di Alessandro Piperno. Inoltre, bisogna immaginare il disappunto della Chiesa del tempo quando si venne a sapere che, oltre agli animali, l’Arca di Noè trasportava anche finte borsette di Armani.

I gesuiti cercarono di giustificare la loro strategia compromissoria dell’“accomodamento” sostenendo che i cinesi, in realtà, rendevano a Confucio un culto solamente “civile” ma l’uso delle interviste televisive ai condannati a morte pochi istanti prima della loro esecuzione sembrava contraddirli in pieno.

Come se non bastasse, l’idea di una Cina che poteva fare a meno di ogni forma di religiosità grazie all’osservanza dell’etica e della morale andava a solleticare il solluchero degli uomini di sapere illuministi come Voltaire, il quale vide negli imperatori cinesi ideali di urbanità e di probità, rappresentanti di un certo tipo di dispotismo “illuminato” (si tratta di una forma di governo molto adatta ai luoghi in ombra come le miniere o la testa di Brunetta).

Voltaire probabilmente ignorava che gli imperatori cinesi a lui contemporanei, di stirpe Manciù, erano molto suscettibili, soprattutto in fatto di capelli, e per chi criticava l’uso del codino era prevista la decapitazione, o un viaggio premio all’abbazia di Spoleto con Enrico Letta.

In ogni caso i tempi erano ormai maturi per la fine della politica di tolleranza tra cattolici e confuciani inaugurata da Kang Xi con l’editto del 1692 e terminata a seguito della bolla papale di Clemente XI (un tipo a cui evidentemente bastavano un bicchiere d’acqua e un po’ di sapone per divertirsi), che proibiva ai cinesi l’osservanza dei loro riti e la possibilità di imitare un’anatra a scopi intimidatori.

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