[Draghi nella fumana] C’è un tesoro tra i campi

Chi si volta è perduto! Non guardare mai alle proprie spalle, pena il fallimento nel superamento di una prova, è un abusato stereotipo narrativo: Orfeo perde l’amore di Euridice e Lot si tramuta in una statua di sale.

Anche nella fiaba mantovana del camminamento sotto il fiume Po, che unirebbe le due sponde tra Revere e Ostiglia, la protagonista non dovrà mai volgere lo sguardo dietro di sé, se vorrà mutare il proprio status.

Per non parlare poi della ricchissima cinematografia del brivido, in cui immancabilmente è la bella di turno a cadere vittima quando guarda cosa accade dietro di lei. In sostanza, il guardare avanti sarebbe da intendersi come uno sprone all’esser proiettati al futuro, il non temere la metamorfosi causata dal distacco del cordone ombelicale che ci ancora al nostro passato.

Un altro abusato stereotipo è quello del ritrovamento di un tesoro che permette di cambiare improvvisamente stile di vita, un po’ come accade a Edmond Dantès ne Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas (1844), che dopo 14 anni di ingiusta prigionia riuscirà a evadere e, grazie alle ricchezze trovate, vendicarsi dei propri nemici riconquistando anche l’amore perduto.

Le tradizioni orali della pianura sono ricche di questo genere di racconti: a Gavello, in provincia di Ferrara, voce popolare racconta del ritrovamento di numerose monete d’oro da parte di un contadino che lavorava i campi, denaro che causerà la sua rovina in quanto fonte di litigi con i fratelli, portandolo infine a una morte triste e solitaria.

E rimanendo in questa provincia una variante la troviamo anche nella campagna copparese. La storia è di fantasia, per certi versi possiede analogie con la fiaba Monte Simeli dei fratelli Grimm, con la differenza che le favolose ricchezze non sono custodite in una grotta ma provengono dal terreno, metafora della fertilità della pianura padana. Ma c’è anche altro.

Nei periodi di crisi sociale e politica era consuetudine sotterrare o celare sul fondo di pozzi i propri beni nella speranza di poterli recuperare successivamente, e i numerosi ritrovamenti fortuiti in età moderna suscitarono clamore, ingigantendosi nel passaparola e solleticando la fantasia popolare. Era legata al disfacimento dell’impero romano l’iscrizione latina datata 452 d.c. conservata, fino al XVIII secolo, nella canonica di Gavello, omonimo paese in provincia di Rovigo (I gavellesi per timore di Attila hanno nascosto il loro tesoro profondo 6 piedi), mentre decine di tesoretti sono tornati alla luce casualmente. A Cognento, a ridosso di Modena, nel 1839, a Imola nel 1913, a Revere nel 1956, e ancora a Castelfranco Emilia, San Cesario, Spilamberto e l’elenco potrebbe proseguire a lungo.

Ampia anche la letteratura che documenta veri e propri casi di isteria collettiva, con intere comunità impegnate a scavare compulsivamente in seguito al diffondersi di voci su fantomatici tesori, come accadde durante la demolizione delle mura di Bologna a inizio ‘900 quando a farne le spese fu Giosuè Carducci, la cui cantina fu “scoperta” da improvvisati cercatori di tesori, o le irridenti burle messe in atto a Revere nel corso dei lavori di scavo per la posa delle tubazioni dell’acquedotto, riportate da Dino Magri in Memorie e documenti di Revere, paese padano.

Campagna ferrarese
Campagna ferrarese

E poiché ogni leggenda popolare contiene un fondo di verità, torniamo al contadino che lavorando nei campi scopre fortuitamente considerevoli ricchezze. Nel solo comune di Copparo ho avuto modo di raccogliere 3 diversi racconti orali di trovature in altrettante località (1), nessuna delle quali supportata da riscontri concreti e oggettivi.

Un ritrovamento accertato e tuttora visibile è invece conservato presso il museo civico di palazzo Schifanoia a Ferrara: nel dicembre del 1923 in località Alberone di Ro Ferrarese, durante l’aratura di un terreno agricolo, venne scoperto un vaso in terracotta contenente oltre 1000 monete in oro, argento e rame, interrato presumibilmente tra il XV e XVI secolo, ritrovamento fondamentale per lo studio della circolazione monetaria all’interno del ducato estense. (2)

(1)   Una tradizione locale, raccolta anche da Maria Teresa Mistri Parente nel volume La Mensa, una villa nel ferrarese da raccontare (edizioni Alba, 2002), riguarda l’omonimo edificio visibile sulla sponda del Volano nella frazione di Sabbioncello San Vittore, mentre altra narrazione orale, dai contorni sfumati, è riferibile alla pieve di San Venanzio, edificio risalente al 1344. Nel 2009, lavorando su una ricerca statistica legata al mondo dell’agricoltura, ebbi l’opportunità di parlare con diversi anziani di Piumana; nella loro memoria erano impressi i ricordi dei racconti dei loro genitori e nonni legati al ritrovamento fortuito di incredibili ricchezze durante l’aratura dei campi. Scavi archeologici hanno effettivamente portato alla luce resti di un rustico romano di epoca imperiale e tracce di un insediamento dell’età del Bronzo, materiale oggi in parte esposto presso il museo archeologico di Ferrara.

(2)   Il tesoretto di Alberone di Ro Ferrarese, di Maria Teresa Gulinelli, edizioni “L’ERMA” di BRETCHNEIDER, 2002

 

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