Il piano dello zio Abe

Chiedete ai vostri genitori: quando eravamo piccoli il termine Reaganomics andava alla grande.

Chiedete ai vostri genitori: quando eravamo piccoli il termine Reaganomics andava alla grande.

Un bel menù à la carte di vomitevoli linee di programmazione economica, imbevute della più becera ideologia liberista, sprovviste di vere basi scientifiche, che ha reso il mondo quel posto del cazzo che è oggi.

Poco meno di trent’anni dopo, è l’Abenomics a tenere banco tra gli economisti.

È un po’ l’Harlem Shake degli accademici di tutto il mondo, nessuno può resistergli.

Shinzo Abe, primo ministro nipponico (già in carica nel 2007 e già sfiduciato con disonore dal Parlamento, dopo poco più di un anno di governo) ha escogitato la ricetta definitiva per i problemi della sfasciata economia giapponese.

Gli ingredienti sono svalutazione verticale dello Yen e massivi stimoli fiscali.

In altre parole, rovesciare secchiate di soldi sull’economia del Sol Levante.

Obiettivo: aumentare l’inflazione.

Sì, avete capito bene, aumentare.

Perché il Giappone versa da 20 anni in un cortocircuito deflattivo che lo ha scagliato nel baratro di un debito insostenibile, largamente oltre il 200% del PIL.

E siccome il PIL nominale aumenta con l’aumentare dell’inflazione, la speranza è quella di diminuire il rapporto debito/PIL sia attraverso queste prestidigitazioni finanziarie, sia invitando al consumo sfrenato i giapponesi, in modo da fare ripartire l’economia reale e mangiare altri punti percentuali di debito.

Ovvio, c’è un tricky point; nei Grandi Piani A un tricky point c’è sempre.

Ed è il seguente: il governo – e la BoJ – si sono prefissati di far oscillare l’inflazione tra il 2% e il 3%, calcolato come livello ottimale per il conseguimento degli obiettivi previsti di aumento di PIL nominale.

Cosa succederebbe se non riuscissero a gonfiare l’inflazione a tali livelli?

Perché il problema è che, da quando esistono, le Banche Centrali si occupano di tenere sotto controllo l’inflazione; e i cittadini, da loro, si aspettano esattamente questo.

In tal senso, è facile prevedere, almeno per i primi tempi, una prosecuzione dell’”atteggiamento deflattivo” del consumatore medio giapponese (che continuerà a non spendere, con la convinzione che tale tasso d’inflazione non verrà mai raggiunto).

Ma una domanda ancora più interessante è la seguente: cosa succederebbe se l’inflazione superasse i limiti previsti e sforasse gli argini di controllo?

George Soros – al contrario di Ray Dalio che sta riponendo estrema fiducia in Mr. Abe – sostiene che la conseguenza più probabile sarebbe un collasso incontrollabile dello Yen.

Per quanto possa contare, sono d’accordo con lui.

Ma, al di là di queste speculazioni sui possibili scenari conseguenti un fallimento delle politiche “responsabilmente irresponsabili” della BoJ, è lecito chiedersi: è davvero questa la soluzione per il Giappone?

Perché un’analisi macroeconomica scrupolosa (ma nemmeno troppo…) sembrerebbe dipingere un quadro a tinte fosche da “trappola demografica”, più che quello – irritante, ma correggibile – da “trappola di liquidità” (tesi, quest’ultima, sostenuta da Krugman).

Il Giappone ha un serissimo problema di invecchiamento della popolazione.

A mio modesto avviso, l’attitudine a non spendere da parte dei giapponesi, e la conseguente deflazione, deriva in maggior misura dall’età media sempre più elevata, più che da “inceppi” nel meccanismo di trasmissione e diffusione del denaro.

***

Prevedere, anche con estrema approssimazione, a cosa porteranno queste politiche è pressochè impossibile.

Rimane il fatto che il governo di Shinzo Abe sta effettuando un colossale esperimento macroeconomico sulla pelle dei giapponesi.

Ed è un esperimento al quale l’Italia dovrà guardare con estrema attenzione.

La nostra situazione debitoria (e demografica!) è assai simile a quella del Giappone.
Al momento i tassi sui nostri titoli di stato sono ai minimi dal 2010.

Questo accade perché gli investitori, dopo la sortita del “whatever it takes” di Draghi, si sono convinti che se il nostro debito esploderà Japan style, pure la BCE agirà alla stregua dei giapponesi.

Tra gli addetti ai lavori l’espressione ora in voga è “going Japanese”: beh, si spera che il Giappone riesca davvero ad andare giapponese.

Ci eviterebbe un mucchio di guai e rappresenterebbe una flebile speranza per il nostro paese, in caso di futuri disastri finanziari.

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