Una Primavera caldissima: Mumbleduepunti a Barcellona

Centosettantamila spettatori, sette palchi, centoventi concerti: ill Primavera Sound raggiunge la tredicesima edizione

Centosettantamila spettatori, sette palchi, centoventi concerti: questi i numeri da capogiro del Primavera Sound 2013 di Barcellona che con l’edizione di quest’anno raggiunge la tredicesima edizione. Un’edizione importante che ha visto alternarsi sui palchi del Parc del Forum di Sant Adrià de Besòs il gotha della musica mondiale e il meglio della musica indipendente, riuscendo nell’impresa difficilissima di accontentare tutti, o quasi. Una manifestazione che ogni anno registra record d’incassi e di presenze, con proposte artistiche di assolutissimo livello puntualmente premiate da cifre impressionanti che vanno a disintegrare quelle degli anni precedenti. Una sfida ogni anno più ardua quella che spetta all’organizzazione ma che, grazie al calore del pubblico e della comunità barceloneta, viene affrontata a viso aperto e a cuor leggero.

Un’audience varia e di ogni fascia di età che vede al suo interno una grande percentuale di italiani: è infatti del sei percento la presenza italiana nel festival, dietro solo inglesi, tedeschi e spettatori provenienti da paesi nordici. Un ottimo risultato, raggiunto negli ultimi anni grazie anche al lavoro di Sfera Cubica e A Buzz Supreme, uffici stampa nostrani che da due anni curano la promozione della kermesse catalana nel nostro paese e che hanno permesso a realtà musicali interessantissime come Blue Willa, Honeybird & The Birdies e i giovani Foxhound di calcare, con merito, i prestigiosi palchi del Forum.

Proprio i tre gruppi appena citati sono stati protagonisti dello stage Adidas Originals, richiamando un pubblico numeroso e attento nonostante l’orario – le band italiane hanno suonato sempre alle 19:30 – e la concomitanza di concerti di band più blasonate. Menzione particolare merita però la prova dei Foxhound che sono riusciti a catturare il pubblico e a trasformare il piccolo ma accogliente palco della famosa ditta di Adi Dassler in un dancefloor che odorava di Madchester e di Hacienda. Brillante il futuro che attende la giovane band piemontese che ricordiamo essersi accasata su Rough Trade, etichetta da sempre attenta alle nuove leve.

Impossibile stare dietro a tutti i concerti offerti dal cartellone: la miriade di band, molto spesso in concomitanza, e i numerosi palchi sparsi per il Parc del Forum obbligano delle scelte a volte dolorose, ma necessarie, per cercare di catturare al meglio lo spirito del Primavera Sound. Nemmeno il tempo di aprire i cancelli ed è subito tempo di Wild Nothing che alle 18:30 già scalda il palco Heineken – il principale della manifestazione – con una prova assolutamente convincente e gagliarda, confermando tutte le belle cose viste e sentite su Nocturne, disco che l’anno passato ha raccolto tanti consensi e il plauso della critica.

Salto velocissimo al Pitchfork per le Savages, fenomeno femminile dell’anno con la loro miscela, estetica e sonora, di Siouxie e Joy Division. Incredibile la somiglianza tra Jenny Beth e Ian Curtis, ricordato proprio nei giorni della manifestazione con la proiezione di Control per ricordare la ricorrenza della sua dipartita.

Dal Vice al palco Heineken è una bella passeggiata, tanto che esiste un servizio navetta offerto dalla Mini che carica i più sfaticati per portartli ai piedi del palco sponsorizzato dalla famosa birra, che alle 20:30 è già gremito per uno dei nomi più attesi della giornata e del festival tutto: i Tame Impala. La band di David Parker – orfana del bassista “storico” Nick Allbrook, uscito dalla band pochi giorni prima della partenza per la Spagna – dimostra di saper dominare il palco e di meritare lo status di headliner facendo cantare e ballare su Mind Mischief, Music To Walk Home By e Innerspeaker, diventati già veri e propri classici. Se si vuole veramente trovare il proverbiale pelo nell’uovo, una prova un po’ più “sbottonata” non avrebbe guastato.

Tempo di una combo bocadillos y cerveza ed è già tempo di Dinosaur Jr.: accolti dal muro di Marshall di J Mascis – suo vero e proprio marchio di fabbrica – i Dinosaur sciorinano nell’ora messa loro a disposizione un repertorio zeppo di classici – le immortali Freak Scene, Feel the pain e la cover di Just Like Heaven –, pezzi tratti dall’ultimo I Bet on Sky e chicche come Training Ground, pezzo dei Deep Wound, vecchia band di Mascis e Barlow. Una garanzia assoluta i piccoli dinosauri che chiudono con il simpatico cameo di Damian Abraham dei Fucked Up nella cover di Chunks dei Last Rights che però non fa dimenticare la mancanza di Murph dietro le pelli, stranamente assente.

La concomitanza di Bob Mould, Deerhunter e The Postal Service ci fa scegliere questi ultimi che tornano a distanza di ben dieci anni dal loro ultimo concerto nella città di Gaudì a portare in giro il loro pluri acclamato Give Up. Un Ben Gibbard in formissima, ballerino e carico come non mai ha abbracciato il pubblico dell’Heineken facendo scattare i cori su Such Great Heights, Sleeping In e We Will Become Silhouettes. Un salto indietro di dieci anni, con qualche lacrimuccia nascosta da scuse per il vento e per il freddo. Grande Reunion.

Passo svelto – alla fine saranno centinaia i chilometri percorsi per spostarsi da un palco all’altro – e si va al Pitchfork che ospita una delle band più attese dalla nostra redazione: I Fucked Up. Autori lo scorso anno di David Comes To Life, la band canadese macina riff e chorus a profusione scatenando il coro del pubblico all’unisono su The Other Shoe, granitica traccia che scatena la platea con stage diving e headbanging. Damian Abraham è un istrionico demone panciuto che nonostante l’importante stazza balla e si dimena, rendendo difficile se non impossibile la vita della security impegnata per tutta la durata del concerto a riportare sul palco l’irsuto frontman.

Simian Mobile Disco trasformano il grande anfiteatro del rayban in una enorme discoteca a cielo aperto, preparando il pubblico per il live degli Animal Collective delle 3:10. C’era molta attesa per il collettivo animale e in parte è stata tradita: abbotonati, attenti più a non fare passi falsi che a lasciarsi andare, i Collective sono sembrati distanti e poco coinvolti emotivamente, riuscendo a sciogliersi solo in My Girls dove hanno fatto vedere veramente qualcosina. Una prova un po’ così che non intacca però in nessun modo il loro status di grazia compositiva. Quattro e passa del mattino e si abbassa il sipario sul primo giorno e sulla sterminata distesa di bicchieri di plastica sul selciato del Primavera Stage.

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Venerdì 24 è il giorno con più carne al fuoco: oltre ai super Headliners Blur e The Jesus and Mary Chain il cartellone offre band da leccarsi i baffi come OM, Neurosis, Goat, Swans, Django Django e i monumentali Shellac, la band che può vantare più partecipazioni al Primavera Sound. Tappa obbligata per i rookie del festival, il set della band di Steve Albini non delude mai, uno di quei concerti imperdibili di ogni edizione. Da vedere anche solo per la perfomance di Steady As She Goes con relativa corsetta. Immortali

Devastante per volume e per potenza il set dei Neurosis è anche quello con l’altezza media più alta di tutto il festival: orde di vikinghi irsuti coprono l’intero campo visivo, rendendo praticamente impossibile la visuale. Non sbaglia un colpo la band di Oakland che per un’oretta buona spettina il numeroso palco dell’Atp con un muro di suoni devastante. Uno dei migliori concerti dell’intero festival.

Causa concomitanza con i Goat, riusciamo solo a goderci parte del concerto dei Blur: impossibile purtroppo la mitosi, unica soluzione per prendere parte ai due live. Damon Albarn & Co. attirano la quasi totalità del pubblico del forum, una fiumana educata e ordinata che pian piano riempie il palco Heineken, senza mai uno spintone, mai un’escandescenza, niente di niente. Chissà se in Italia sarebbe andato tutto liscio. Parte Coffee&Tv e sembra di essere tornati al liceo: trentenni in lacrime, cori da stadio, Tender fa scattare qualche accendino al cielo e fa sciogliere mascara e nodi in gola, Song2 è la danza liberatoria e un arrivederci al prossimo episodio. Gli anni novanta che tornano per un’ora e mezza, prepotentemente come il gelido maestrale della notte di questa Barcellona stranamente invernale.

Un passettino di lato all’Atp e ci si trova immediatamente catapultati nella Korpilombolo dei Goat e del vodoo. La loro miscela di afro-beat e psichedelia e la loro scarsa inclinazione a rilasciare notizie e interviste ha acceso l’hype attorno agli svedesi e proiettato l’omonimo esordio ai primissimi posti delle classifiche di gradimento del 2012. Balli sfrenati, luci, maschere e percussioni ossessive: questi gli ingredienti dei Goat che per un’ora buona apparecchiano un set che alla fine dei giochi sarà il nostro preferito. La gente canta, balla e il gruppo risponde con una prova super in cui versano i proverbiali sangue, sudore e lacrime.

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Sabato 25, ultimo giorno di festival, è il giorno dei My Bloody Valentine e di Nick Cave & The Bad Seeds, protagonisti assoluti del palco Heineken. Però prima bisogna registrare l’annullamento del concerto dei Band Of Horses, che causa del tornado che ha messo a ferro e a fuoco l’Oklahoma hanno dovuto cancellare la data. In sostituzione vengono chiamati i Deerhunter, già protagonisti di un bellissimo live poche ore prima.

Un giretto per i Thee Oh Sees – bravi come sempre –  ed è già tempo di Bad Seeds: completo nero e fisico asciutto, Nick Cave prende il pubblico per la gola, ipnotizzando la folla con la sua voce e con le sue movenze da iguana. Incredibile l’energia del quasi sessantenne Cave che insegna ai ragazzini come si sta su un palco, senza pose, senza fronzoli, insomma: un concerto da non perdere.

Tornati quest’anno dopo vent’anni di “pausa” – Loveless è datato infatti 1991 – con l’omonimo MBV, i My Bloody Valentine salgono sul palco alle 2:30 e investono in men che non si dica il pubblico con bordate soniche eruttate senza risparmio dagli ampli di Kevin Shields, vero e proprio burattinaio della band. Feedback come se piovesse e fidatemi, diffidate di tappi per le orecchie, tanto non servono a nulla.

Che dire del Primavera Sound 2013? Una tre giorni – sempre se non si considerano le giornate aggratis –  piene zeppe di bella, bellissima pardon, musica, bella gente e un’organizzazione che ormai non sbaglia più un colpo; se proprio dovessimo trovare qualcosa da cambiare, rivaluterei la posizione del palco Heineken, la ricollocazione di quello Atp nella vecchia sede e un diverso settaggio dei volumi, che quest’anno sono sembrati un tantino bassi: la loudness war ci sta a cuore, ma sentire Mascis con dei volumi normali non è cosa buona e giusta, anche se questi sono semplicemente dettagli.

Ma parlare del Primavera solo per i concerti sarebbe dimenticare il Primavera Pro, meeting internazionale per addetti ai lavori dello spettacolo che quest’anno ha registrato ben duemila unità e ha avuto una crescita del 42,5% rispetto alla passata edizione. Numeri importanti che hanno portato il Primavera Pro d essere il quarto appuntamento per gli operatori musicali in Europa; non male considerata la giovane età dell’iniziativa.

La sala espositiva al Palau del La Virreina in piena Rambla ha ospitato invece la mostra This Is Not A Love Song, una raccolta di immagini e video per spiegare i fortissimi legami legano la musica pop – nella nobile accezione del termine – e le arti visive. Per visitarla avete tempo fino al 29 settembre.

La delegazione italiana è stata nutritissima e grazie all’encomiabile lavoro di A Buzz Supreme e Sfera Cubica è stata facilitata nel lavoro e nella permanenza nella “capitale” della Catalunya. Non ci resta che aspettare quindi la prossima edizione che ha nei Neutral Milk Hotel i primi headlinder confermati.

Questa sì che si chiama programmazione.

Ho pensato sempre che la migliore edizione del Primavera Sound sia quella che non è ancora stata fatta, quindi voglio risparmiare l’hashtag #bestfestivalever per l’anno venturo, che si prospetta fantastica già da ora.

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