Terremoto. Flash back. Terremoto.

Possiamo dirlo: il diluvio è uguale per tutti, ma l’arca è ancora sempre in progettazione

C’è una geografia dell’Italia disegnata dalle disgrazie; straripa il Po, e scopriamo il Polesine; un’altra alluvione mette in mostra i dolori della Calabria, o di Salerno; sussulta la terra, impariamo nomi sconosciuti: Gibellina, o Forgaria; trema ancora e l’Aquila non c’è più.

Quando Genova è invasa dall’acqua e dal fango, il disastro si fa ancora più vicino; alle solite storie di contadini, di pastori, di boscaioli, che spariscono nell’anonimo degli elenchi ufficiali, si aggiungono discorsi che sembrano tirati fuori dai manuali e dai testi letterari: Giotto, Cellini, Dante, Boccaccio, de Andrè. Possiamo dirlo: il diluvio è uguale per tutti, ma l’arca è ancora sempre in progettazione.

Quasi ogni anno l’America è sconvolta da un tornado, il Giappone deve subire gli assalti tellurici, e l’Olanda la rabbia del mar: nessun Paese, come l’uomo davanti la morte, sa da che parte entrerà il lupo, ma tutti si preparano ad affrontarlo.

Non sono dei retori quelli che affermano che noi viviamo sugli slanci, sulla fantasia e, quando è possibile, sulla buona sorte: ci mostriamo smarriti e sprovveduti davanti al vento e all’inflazione, al disordine della società e alle forze della natura.

Ho ancora presenti le parole di quel corrispondente del Telegiornale che smentiva le notizie drammatiche apparse su facebook; c’è voluto del tempo per capire cos’era accaduto, perché la nostra politica non segue le regole della logica e della previdenza, ma quelle del Totocalcio.

Ho sentito in tv il ministro degli interni Cancellieri, credo sia una persona integra e capace, che sa prendere una decisione, e non scappa di fronte le responsabilità: non piange sulle case crollate, ma evita che vengano derubate. Sono sicuro che, per quanto potrà fare, non ci sarà una seconda l’Aquila, però ha ereditato un sistema che nessuna prova, nessuna sconfitta, ha potuto modificare.

Come sempre, funzionano le cose affidate al senso del dovere e alla generosità degli individui, non alla prudenza, o all’organizzazione. I soldati e la polizia, i pompieri e i medici, i carabinieri ela Croce Rossa assolvono i loro compiti; i ragazzi che accorrono. I generosi volontari, consolano l’animo ma intralciano i soccorsi.

Occorrono, anche per le calamità, gli specialisti: la Jugoslaviaha dei tecnici che usano strumenti speciali per individuare dove c’è qualcosa che ancora vive, la Francia delle assistenti sociali addestrate per affrontare i problemi dei terremotati. Non si vuole arrivare a tanto: qui, in certi momenti, dovremmo avere accanto una testa.

Ma dovremmo evitare che i container diventino una abitazione convenzionale, e immaginare che tende, gruppi elettrogeni, cucine mobili, autoambulanze, possono, purtroppo essere utili, e sarebbe bene averli sempre pronti.

Stanno completando adesso una mappa del sottosuolo, che indica i luoghi più soggetti a possibili crisi: Messina risale al 1908, e anche allora i primi aiuti furono portati da marinai russi. Sulla plancia dell’incrociatore « Aurora », all’ancora a Leningrado, è fissata una targa che ricorda la gratitudine dei siciliani.

Non sgomenta soltanto la dimensione della sciagura, i morti e i feriti che continuano ad aumentare le difficoltà che, dopo la confusione e il terrore, si delineano sempre più gravi alla luce fredda di ogni nuova alba. Alloggi, pane, fabbriche, scuole, trasporti, e le scosse che ancora diffondono angoscia, e spaccano i nervi. È quello che, di solito, accade dopo, passata l’ombra delle emozioni, l’impulso, il sentimento che, nelle ore disperate, ci unisce, e ci da la chiarezza di sentirci parte di una gente, che ha soprattutto una virtù: l’umanità.

Poi, subentra l’indifferenza, perché si può essere anche vili per le pene degli altri. Molti si sono commossi vedendo affiorare tra i calcinacci bambole o giocattoli.

Ripartiranno gli emigrati, e gli studenti che vanno in Erasmus; ma al ritorno, che cosa ci sarà attorni alla vecchia piazza, quattro pareti di legno e un tetto di lamiera arrugginita, come ancora si vede, quattro anni dopo, in un’altra infelice regione di questa repubblica?

 

 

 Si pensa all’Arca dopo il diluvio

CORRIERE DELLA SERA, Milano, 10 maggio 1976

Enzo Biagi

 

C’è una geografia dell’Italia disegnata dalle disgrazie; straripa il Po, e scopriamo il Polesine; un’altra alluvione mette in mostra i dolori della Calabria, o di Salerno; sussulta la terra, impariamo nomi sconosciuti: Gibellina, o Forgaria; trema ancora e l’Aquila non c’è più.

Quando Genova Firenze è invasa dall’acqua e dal fango, il disastro si fa ancora più vicino; alle solite storie di contadini, di pastori, di boscaioli, che spariscono nell’anonimo degli elenchi ufficiali, si aggiungono discorsi che sembrano tirati fuori dai manuali e dai testi letterari: Giotto, Cellini, Dante, Boccaccio, de Andrè. Possiamo dirlo: il diluvio è uguale per tutti, ma l’arca è ancora sempre in progettazione.

Quasi ogni anno l’America è sconvolta da un tornado, il Giappone deve subire gli assalti tellurici, e l’Olanda la rabbia del mar: nessun Paese, come l’uomo davanti la morte, sa da che parte entrerà il lupo, ma tutti si preparano ad affrontarlo.

Non sono dei retori quelli che affermano che noi viviamo sugli slanci, sulla fantasia e, quando è possibile, sulla buona sorte: ci mostriamo smarriti e sprovveduti davanti al vento e all’inflazione, al disordine della società e alle forze della natura.

Ho ancora presenti le parole di quel corrispondente del Telegiornale che smentiva le notizie drammatiche apparse su facebook delle « radio libere »; c’è voluto del tempo per capire cos’era accaduto, perché la nostra politica non segue le regole della logica e della previdenza, ma quelle del Totocalcio.

Ho sentito in tv  Conosco il ministro degli interni Cancellieri Cossiga, credo sia so che è una persona integra e capace, che sa prendere una decisione, e non scappa di fronte le responsabilità: non piange sulle case crollate sui morti, ma evita che vengano derubate derubati. Sono sicuro che, per quanto potrà fare, non ci sarà una seconda l’Aquila un secondo Belice, però ha ereditato un sistema che nessuna prova, nessuna sconfitta, ha potuto modificare.

Come sempre, funzionano le cose affidate al senso del dovere e alla generosità degli individui, non alla prudenza, o all’organizzazione. I soldati e la polizia, i pompieri e i medici, i carabinieri ela Croce Rossaassolvono i loro compiti; i ragazzi che accorrono. I generosi volontari, consolano l’animo ma intralciano i soccorsi.

Occorrono, anche per le calamità, gli specialisti:la Jugoslaviaha dei tecnici che usano strumenti speciali per individuare dove c’è qualcosa che ancora vive,la Franciadelle assistenti sociali addestrate per affrontare i problemi dei terremotati. Non si vuole arrivare a tanto: qui, in certi momenti, dovremmo avere accanto una testa.

Ma dovremmo evitare che i container le baracche diventino una abitazione convenzionale, e immaginare che tende, gruppi elettrogeni, cucine mobili, autoambulanze, possono, purtroppo essere utili, e sarebbe bene averli sempre pronti.

Stanno completando adesso una mappa del sottosuolo, che indica i luoghi più soggetti a possibili crisi: Messina risale al 1908, e anche allora i primi aiuti furono portati da marinai russi. Sulla plancia dell’incrociatore « Aurora », all’ancora a Leningrado, è fissata una targa che ricorda la gratitudine dei siciliani.

Non sgomenta soltanto la dimensione della sciagura, i morti e i feriti che continuano ad aumentare le difficoltà che, dopo la confusione e il terrore, si delineano sempre più gravi alla luce fredda di ogni nuova alba. Alloggi, pane, fabbriche, scuole, trasporti, e le scosse che ancora diffondono angoscia, e spaccano i nervi. È quello che, di solito, accade dopo, passata l’ombra delle emozioni, lo impulso, il sentimento che, nelle ore disperate, ci unisce, e ci da la chiarezza di sentirci parte di una gente, che ha soprattutto una virtù: l’umanità.

Poi, subentra l’indifferenza, perché si può essere anche vili per le pene fdegli altri. Molti si sono commossi vedendo affiorare tra i calcinacci bambole o giocattoli: resteranno soli duecento bambini che hanno perduto tutto.

Ripartiranno gli emigrati, e gli studenti i giovanotti che vanno in Erasmus a l’alpino; ma al ritorno, che cosa ci sarà attorni alla vecchia piazza, quattro pareti di legno e un tetto di lamiera arrugginita, come ancora si vede, quattro otto anni dopo, in un’altra infelice regione di questa repubblica?

Su ogni bara, hanno messo una bandiera tricolore. Sia chiaro: per onorarla. Non per nasconderla.

 

 

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