Vuoti urbani dell’anima

La torre di Finale Emilia. Il municipio di Sant’Agostino. Il duomo di Mirandola. La torre di Novi. Per giorni e giorni, dopo le scosse di maggio 2012, i televisori hanno stuprato i nostri occhi a reti unificate con l’ossessiva esibizione di pochi edifici simbolo, nuove icone del voyeurismo tellurico. E d’improvviso il silenzio. Assoluto, come se tutto fosse stato ricostruito.

Negli ultimi mesi ci è stato detto tutto del cane Empy, mostrato insipienti leader politici smacchiare giaguari di pezza nei salotti televisivi, mitizzato lo sgattaiolamento dalla porta sul retro di una palestra di Fabrizio Corona, raccontato ogni più insignificante dettaglio sul guardaroba di Kate Middleton. Ma sui Media nazionali è calato un assordante silenzio sulla gestione del post sisma emiliano, soprattutto nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Intraprendere oggi un viaggio in queste terre è un’ esperienza dolorosa, si affronta una geografia urbana fatta per sottrazione tra edifici transennati, tetti sventrati, ordinanze di demolizione, larghi spiazzi da cui si sollevano al cielo pochi ferri ritorti, sepolcrali centri commerciali realizzati in claustrofobici container. Questi vuoti nel tessuto urbano sono altrettante voragini nei nostri cuori.

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