[Che lavoro!] Il precariato e il teorema delle scimmie infinite

Qualunque babbuino potrebbe riprodurre un’opera di William Shakespeare pigiando all’infinito e casualmente i tasti di una tastiera

Il mio è un lavoro da scimmia ammaestrata.

Consiste nel prendere pacchi di fogli pieni zeppi di crocette e sigle e ricopiarli in un identico documento digitale, per diverse ore al giorno: dopo una giornata trascorsa dietro al monitor di un computer dedito a questa amena attività dal tasso creativo pari a zero, avrete maggiori probabilità di incontrare tossici dai cervelli bruciati dalle peggio sostanze decisamente più reattivi di me.

Il motivo per cui non vengono effettivamente utilizzate scimmie ammaestrate per svolgere questo lavoro, non è il timore che queste si dotino di conoscenze tecnologiche grazie alle quali prendere il sopravvento sulla razza umana, conquistando il pianeta come nel celebre romanzo di Pierre Boulle del 1963. Poi diventato film nel 1967 per la regia di Franklin J. Shaffner. E infine diventato qualcosa nel 2001 per l’interessamento di un Tim Burton in evidente stato confusionale.

A impedire l’utilizzo di primati è il teorema della scimmia instancabile di Émile Borel, altrimenti conosciuto come teorema delle scimmie infinite, quello che sostiene che un qualunque babbuino potrebbe riprodurre un’opera di William Shakespeare pigiando all’infinito e casualmente i tasti di una tastiera.

Provate a immaginare lo sconforto dei colleghi di ruolo, quelli che il posto fisso ha cristallizzato nelle competenze ai primi anni ’90 a essere generosi, che la sola idea di un corso d’aggiornamento di mezza giornata riempie di pustole come Linda Blair a contatto con l’acqua santa ne L’esorcista, immaginate come potrebbero sentirsi se un qualunque cercopiteco scrivesse Romeo e Giulietta sotto i loro occhi, quando la maggior parte di loro non è nemmeno in grado di inviare una semplice mail e va in crisi se deve aprire due finestre di navigazione contemporaneamente.

“Internet è una gran bella invenzione. Peccato che non si possano aprire due finestre contemporaneamente”. Ci crediate o meno, questa frase è uscita dalla bocca di un dirigente aziendale di cui sono stato letteralmente schiavo per quasi un anno con contratto a progetto. E prima che gli spiegassi come allegare documenti alla posta elettronica, inviava mail ai suoi sottoposti chiedendo di passare nel suo ufficio con una chiavetta USB per caricarvi copia dei documenti su cui lavorare. Geniale.

Esattamente come il collega che dopo il sisma di maggio 2012 lasciava le finestre aperte come via di fuga rapida in caso di nuove scosse. Quando gli feci notare che si era al terzo piano, e se non si fosse infranto al suolo come una ballerina in vetro di Murano sarebbe stato travolto dal crollo dell’edificio, rispose che non ci aveva pensato.

A volte rimpiango che non si viva più nell’epoca in cui un branco di lupi affamati avrebbe provveduto alla selezione naturale della specie, sbranando gli inetti, mentre al precario è richiesto un tale bagaglio di conoscenze che appena si azzarda a cercar un lavoro a tempo indeterminato si sente respingere perché in possesso di troppi titoli. Se anche io fossi carne della carne di un’ex ministra del lavoro (ogni riferimento a Elsa Fornero è puramente voluto), probabilmente lavorerei, pur senza adeguate competenze e con uno stipendio di tutto rispetto, sotto l’ala protettiva della mia stessa madre, ma a parlare deve essere il mio lato choosy, quello che non comprende la fortuna del non provar la noia del posto fisso.

Questa punta di acidità è originata da un dialogo con un promotore finanziario che mi illustrò la necessità di fare versamenti per una pensione integrativa: cercai di spiegargli che con quanto guadagnavo, tra l’altro corrisposto in differita di diversi mesi, non avrei potuto materialmente sostentarmi versando i 200 euro mensili del suo piano previdenziale, fino a quando mi liquidò apostrofandomi con “sei solo un pidocchioso comunista”.

Certe uscite ti disorientano impedendoti di reagire. Un po’ come quando compri un regalo per la tua fidanzata e appena vi vedete ti gela, dicendoti che interrompe unilateralmente la relazione perché ha raggiunto l’apice della felicità, e si è convinta di non poter più giungere a certi picchi accanto a te. E solo a distanza di alcune ore, dopo esserti disidratato di lacrime, ti rendi conto che quella stronza se n’è andata portandosi via comunque il regalo che avevi acquistato.

Una cara quanto puntigliosa amica mi fece notare come spesso, nei miei discorsi, inserisca racconti che poco o nulla hanno a che fare col tema della discussione, un po’ come quanto fatto poco fa raccontando di come mi spezzarono il cuore, suggerendomi di scrivere un libro intitolato Storie che non c’entrano nulla.

Ecco, se non fossi troppo impegnato a ricopiare inutili moduli cartacei in omologhi digitali per svariate ore al giorno, senza prospettive future di stabilità lavorativa, avrei già provveduto. Ma sicuramente da qualche parte, proprio in questo preciso istante, c’è un babbuino che sta scrivendo quel libro in mia vece.

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