[China is the new London] Confucius, revisited #3

La terza e ultima parte del nostro viaggio alla riscoperta di Confucio

“Se Mussolini avesse commesso l’errore di entrare in un’Università italiana, non ci sarebbe stato il decennio fascista” Ezra Pound, Jefferson and/or Mussolini

 

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento la situazione in Europa era decisamente cambiata.

In Francia, il passaggio dalla monarchia alla repubblica avrebbe fornito per sempre un esempio di ciò che non sarebbe mai dovuto accadere in Italia. In Inghilterra, la rivoluzione industriale, oltre a permettere ad Alessandro Baricco di spiegare le opere di Charles Dickens, avrebbe dato avvio alle prime esperienze coloniali. Quanto ai tedeschi, costoro si erano impuntati nella ricerca di radici comuni per l’Europa; essi pretendevano di averle ritrovate nell’antica Grecia e, ancora più lontano, nell’India (sono datati 1817 i primi lavori di Franz Bopp, il noto musicista jazz che per primo aveva utilizzato il Sanscrito per colorire le sue jam session).

La Grecia diventò così l’esempio perfetto di democrazia e di filosofia e la Cina una sua diretta antagonista. Immanuel Kant, nel suo corso di Königsberg sulla “geografia fisica” (un corso in cui gli studenti erano tenuti a ripassare le esportazioni della Bolivia durante una lotta corpo a corpo), arrivò a sostenere che i concetti di virtù e di moralità non erano mai penetrati nella testa dei cinesi “anche se vendono biancheria intima di discreta fattura a prezzi imbattibili”.

Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1748), indeciso se far rientrare la Cina sotto la categoria della repubblica (retta dalla virtù), della monarchia (retta dal sentimento dell’onore) o del dispotismo (retta dalla paura), si inventò la categoria del “dispotismo orientale” (retta da Ruby).

Nello stesso anno, si diede alle stampe Il viaggio intorno al mondo dell’ammiraglio George Anson, in cui si raccontavano le vicissitudini della flotta inglese nei mari del sud della Cina durante la cosiddetta “guerra dell’orecchio di Jenkins” (il casus belli si dovette a un vecchio scherzo da balia di un ammiraglio spagnolo che fece credere a Jenkins di avergli portato via l’orecchio. Jenkins ne rimase talmente umiliato che indossò per tutta la vita buffi copricapo a forma di corna di alce). Quesnay scrisse nel 1767 Il dispotismo della Cina e fu del 1795 il controverso episodio dell’ambasciata inglese guidata da lord Macartney, in cui il nobile inglese, ricevuto dall’imperatore Qianlong, si rifiutò di imitare un panda che starnutisce.

Friedrich Hegel, nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia, pose la questione in questi termini: “abbiamo due filosofie: 1) la filosofia greca; 2) la filosofia tedesca”, lasciando intendere che le chance di Confucio di assurgere alla categoria di “filosofo” erano uguali a quelle di dichiarare ineleggibile Silvio Berlusconi.

Nella corrispondenza tra Abel-Rémusat (titolare della cattedra di lingua e letteratura cinese al Collège de France) e il filosofo Wilhelm von Humboldt ci si chiede addirittura se la lingua cinese sia adatta o no all’esercizio filosofico e se il pollo ubriaco sia un tipico piatto cinese o un fenomeno legato all’inurbamento del pollame in Cina.

La qualità e l’orientamento della ricezione di Confucio in Occidente cambiano ancora una volta dopo la prima guerra mondiale, quando, soprattutto dopo le imprese erotiche dell’ultimo D’Annunzio, si avverte ovunque il bisogno di riscoprire un nuovo umanesimo. La figura di Confucio, in particolare negli Stati Uniti, subisce un processo di “democratizzazione” che lo porta d essere raffigurato come un lettore di Mickey Mouse che dà del “tu” alle ragazze.

Nel 1938 viene pubblicato, d opera di Arthur Waley, The Analects of Confucius, un’opera di traduzione dei “Dialoghi” di Confucio sorprendentemente fedele all’originale, se si considera che Arthur Waley vide la Cina solo su National Geographic Channel.

H. G. Creel (le iniziali non stanno per nessun nome, furono solo un vezzo di Creel che amava anteporre due brevi pause alla dizione del proprio nome, “come se qualcuno si stesse strozzando nel chiamarmi”) tradusse i “Dialoghi” e pubblicò, nel 1949, Confucius and the Chinese Way, con cui l’autore spiegò come Benjamin Franklin fosse riuscito a cuccare più di tutti grazie alla lettura dei grandi classici della letteratura cinese.

Anche Ezra Pound si cimentò con la traduzione dei “Dialoghi” di Confucio (Confucian Analects, del 1951) ma al poeta di simpatie fasciste venne rinfacciato il fatto di ricevere il cinque per mille attraverso una società prestanome, “L’isola delle tartarughe”, pur facendo attivamente politica.  Ezra Pound non si limitò a tradurre i caratteri cinesi seguendo le indicazioni fornite dal dizionario ma preferì interpretare il complesso sistema grafico degli ideogrammi cinesi seguendo la propria sensibilità: in questo modo l’ideogramma per “cuore” – una serie di quattro tratti verticali di cui uno uncinato verso destra – poteva essere tradotto come “virgola su cui piove storto” o “sprizza il fango con la scarpa vecchia”.

Ricordiamo infine la traduzione di Herbert Fingarette, Confucius: The Secular as Sacred, del 1972. Fingarette, che fino ad allora si era dedicato allo studio dell’alcolismo dal punto di vista di un ex elettore del PD, si approccia ai “Dialoghi” confuciani nel solco della tradizione pragmatista americana e della FIOM di Landini. Il risultato è un confronto diretto con la figura di Confucio filosofo razionalista, eredità dell’epoca dei Lumi: Fingarette difenderà un approccio “religioso” all’opera di Confucio, facendo notare come, in realtà, la condotta dell’uomo virtuoso secondo Confucio fosse guidata da un rituale di tipo “magico” (“per magico” scrive Fingarette, “intendo il potere di un certo individuo di compiere la sua volontà direttamente e senza sforzo attraverso un atteggiamento rituale, d’incanto e una quinta colonna nella Sinistra”), probabilmente di derivazione taoista, del “non fare perché tutto si compia” o del “fare come Napolitano perché tutto si insabbi”, anche se quest’ultima frase costituisce l’ipotetica ricostruzione di una frase mai realmente apparsa nel libro del Tao, perché mandata al macero prima di essere pubblicata.

 

*

 

Questa era la terza e ultima parte del nostro viaggio alla riscoperta di Confucio. Qui di seguito riportiamo alcuni passi scelti dei “Dialoghi” del celebre pensatore cinese nella traduzione di Alfonso Signorini (Confucio, ma che meraviglia! 2007):

 

Disse Confucio:

“Pasti semplici, acqua da bere, gomiti ripiegati come cuscino: qui risiede la felicità. Se torna anche la connessione è proprio una giornata da incorniciare”

 

Il Duca di Yeh faceva domande a proposito del buon governo. Disse Confucio:

“Quelli che sono vicini sono felici, quelli che sono lontani desiderano restarci: ora spiegami che cosa ti trattiene ancora in Italia a parte Sara Tommasi”

 

Chi Wen Tzu pensava tre volte prima di agire. Quando sentì questo, disse Confucio:

“okay, la bionda è mia”.

 

Nan Jung ripeteva “la giada bianca” tre volte. Confucio gli trovò un ottimo logopedista.

 

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