[Draghi nella fumana] Il Ragno d’oro e altri leggendari tesori

Racconti legati a favolosi oggetti d’oro come il già citato carro di Adriano, re dei pelasgi, sono tradizionalmente associati ad aree archeologiche, a cui spesso vengono sovrapposte narrazioni rielaborate dalle comunità locali nonché reminiscenze di arcaiche tradizioni di popoli scomparsi. In questo caso, non solo il mito ellenico di Fetonte e della caduta del carro del Sole alla foce del Po, ma pure la credenza etrusca secondo cui il viaggio agli Inferi si effettuava a cavallo, simbolo del Sole, che si rifletteva nelle tradizioni funerarie di questo popolo: risale al 1938, nel corso di una campagna di scavi in una necropoli preromana nei dintorni di Adria, l’eccezionale rinvenimento di un cocchio e di una pariglia di cavalli tumulati attorno al IV secolo avanti Cristo, che rilanciò la leggenda del re Adriano (1).

È a dir poco sbalorditivo il numero di statue di questo prezioso metallo che il folclore orale ricorda, dalle svariate raffigurazioni di bambini che sarebbero state rinvenute tra Adria e Pomposa, al leggendario Vitello d’oro associato alla città etrusca di Misa, l’odierna Marzabotto che, per tornare al tema del guardiano soprannaturale, si racconta sia custodito da un diavolo.

Mito estremamente diffuso a Comacchio era quello del Gallo d’oro, che Simone Francesco Ferro cercò di razionalizzare in Istoria della antica città di Comacchio (1701), suggerendo che l’origine della leggenda fosse da ascrivere alla fantasia popolare che trasfigurò nel gallo il ritrovamento di una serie di statuette etrusche, rappresentanti una chioccia con pulcini, andate perdute.

Altra celebre tradizione orale deltizia è quella legata al Ragno d’oro, amuleto che assicurerebbe fortuna e ricchezza al suo possessore, metafora quindi della ricchezza del territorio deltizio, e che secondo alcune narrazioni avrebbe trovato collocazione sulla porta d’accesso alla città etrusca di Spina. Recentemente, la scrittrice Sara Scaranna ha trattato l’argomento nel romanzo Il ragno d’oro e la leggenda della città perduta (Booksprint Edizioni, 2013), testimonianza di come non tutte le tradizioni orali siano destinate a scomparire, ma possano essere rielaborate e aggiornate al gusto dei tempi. (2)

Ampia e fantasiosa anche la letteratura dedicata ai tesori “impossibili”, che spazia dalla spada d’oro di Giuseppe Garibaldi nascosta da qualche parte nel Polesine al tesoro dei Paladini di Carlo Magno, che si dice sepolto sotto il pavimento della chiesa di San Basilio. Per non parlare del mito, più recente, della cassa d’oro abbandonata dalle truppe tedesche in ritirata al termine dell’ultimo conflitto mondiale, che si ritrova in molte comunità attraversate da corsi d’acqua o bagnate da laghi: nel ferrarese questa leggenda è riscontrabile a Poggio Renatico.

(1) Facilmente reperibile online, vale la pena leggere, nonostante possa apparire datato, Scoperte archeologiche ad Adria. L’ENIGMA DEL COCCHIO, da “SAPERE”, Ulrico Hoepli Editore. Anno VI – Volume VIII – n. 85 del 15 luglio 1938

(2) Relativamente ampia la bibliografia per chi voglia approfondire l’argomento del ragno d’oro. Risalgono al 1989 i due volumi Il ragno d’oro di Giuseppe Pederiali e Racconti inverosimili di Renato Sitti, mentre un’interessante indagine legata al fumetto educational è quella contenuta in I misteri del Delta del Po (1992), realizzata dal Centro Etnografico Ferrarese. Sulla chiesa di Longastrino, in provincia di Ferrara, è affisso uno stemma marmoreo che rappresenta il leggendario amuleto

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