[QUATTRO] Quattro a chi tocca

Guardo fuori da una finestra immensa che guarda dentro a un cortile chiuso da quattro austeri muri mentre piove a dirotto
[Michele Barbieri]

Quattro, sedici, sono le quattro di un pomeriggio di temporale.

Guardo fuori da una finestra immensa che guarda dentro a un cortile chiuso da quattro austeri muri mentre piove a dirotto e siamo due bambini che guardano fuori dalla finestra su due sedie con quattro e quattro otto gambe e i nostri quattro occhi spersi in un angusto cortile buio come gola di un pozzo sperano di essere ovunque ma non lì in quattro posti diversi in quattro cuori diversi in quattro espansioni della nostra futura esistenza che ancora non conoscono e quattro sono i minuti passati mentre attendiamo l’inevitabile dolore più grande del bene che possiamo capire e quattro battiti del mio cuore in uno e quattro battiti del suo cuore in otto si frantumano su quel vetro schizzano guizzanti nel buio di una stanza di quattro angoli di alto soffitto che nemmeno lo vediamo come un dolore annunciato di cui non conosci i quattro limiti che ne racchiuderanno una esistenza sino a una morte solo una per quattro occhi quattro mani quattro gambe.

Sento il silenzio.

Sento l’attesa.

Sento l’odore di disinfettante che ha la paura.

Sento l’ignoto.

Sento un dovere subire che è troppo vasto per me che sono piccolo, e ho solo quattro anni e non lo capisco.

Quattro persone entrano in una stanza con camici bianchi, accendono il buio sulla realtà invadente con quattro lampade al neon e inondano di una luce gialla la stanza.

Quattro letti bianchi, due, la metà di quattro, vuoti.

So solo contare le sbarre di metallo dei letti e sono quattro e tra di esse quattro vuoti e sono quattromila i battiti del mio cuore.

Guardo Gianluca, lui guarda me, siamo così piccoli la metà di quattro in mezzo a parole spezzate di eco ed è un incontro di quattro occhi e una sola paura. E il bene passa in un filo rosso come il sangue.

Tubi di plasma reniformi le mie più orride fantasie, come uragani viola quattro lividi sulle nostre braccia come il temporale che fuori rulla ritmo di tamburi in quattro quarti, ringhio gutturale di quattro feroci fiere che attaccano nel buio.

Cerco la finestra e la pioggia fuori da essa e sono le sei di un pomeriggio di gennaio in pieno luglio e di tutte le quattro stagioni e vorrei solo sentire quattro di quelle gocce di pioggia sulla mia faccia.

Quattro scatole d’acciaio, aghi come aspidi ma noi non abbiamo spade sacrificati su letti bianchi.

Tutto accade in un attimo e quattro lacrime salate e dolore, vene, quattro è sino a quanto riesco a contare prima di piangere di urlare quattro sono le pareti uno il soffitto uno il pavimento uno è il tavolo e di nuovo quattro sono la seggiole e i letti e gli infermieri e uno è il dottore.

24 gli anni della tua fine, Gianluca.

Conto.

1… 2… 3… quattro… a chi tocca.

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