[Quattro] Quattro in latino

Manuele Palazzi - Fenicottero4
Manuele Palazzi - Fenicottero4
Allora (so che non si comincia un periodo con allora. O comunque mi sembra di ricordare che sia meglio non cominciare un periodo con allora.

Allora (so che non si comincia un periodo con allora. O comunque mi sembra di ricordare che sia meglio non cominciare un periodo con allora. Ma a me non interessa, tirate pur fuori le vostre matite doppie rosse e blu e sottolineate errori di sintassi e grammaticali. Non mi interessava quando poi ci prendevo quattro, figuriamoci se mi interessa adesso).

Allora, c’è questo ragazzo. Lo vedo tutte le mattine ormai. Tutte le mattine in cui si sveglia per andare a scuola, ma non sembra uno volenteroso quindi non super spesso. Forse ha diciotto anni, forse qualcosa in meno. Lo vedo tutte le mattine in cui si sveglia per andare a prendere il treno, e poi sull’autobus. Credo frequenti una scuola privata. Non proprio una scuola, è un incrocio tra un rave techno e una scuola. Lo vedo in treno, di solito ci mettiamo entrambi nel vestibolo, prima dello scompartimento, io mi siedo sul seggiolino sotto al finestrino e lui si appoggia da qualche parte. Non ha mai obliterato un biglietto e non ha mai preso una multa. Le poche volte che il controllore sale e chiede il biglietto lui dice con molta semplicità:

– L’obliteratrice non funzionava.

E il controllore gli oblitera il biglietto chiedendo pure scusa. Io lo oblitero sempre. E ogni volta mi chiedo perché il controllore vedendo il mio obliterato e il suo non obliterato non riesca mai a capire che quello è un furbo. O io un coglione. Ma il mondo é così: c’é chi é nato con la camicia e chi oblitera il biglietto.

Si appoggia contro lo stipite della porta del vagone, di spalle rispetto alle persone sedute, tira fuori una sigaretta, la apre leccandola lungo l’incollatura e la rovescia sulla mano. Poi inizia a guardarsi attorno, mi guarda negli occhi come a dirmi:

– lo so che anche te sei un tossico.

Ed estrae un pezzo di qualcosa, hashish presumo, anche se dall’odore che emana quando lo porta a contatto con la fiamma sembrerebbe poliuretano espanso. Finito di impastarlo con la sigaretta, stacca una parte del biglietto del treno e la arrotola, con maestria, usando una mano sola. Poi si cerca nelle tasche e ne esce una cartina, la appoggia sopra al misto di tabacco e hashish che ha in mano e ci appoggia sopra l’altra mano per poi ruotarle su loro stesse. Metodo piuttosto ingegnoso per trasferire l’impasto dalla mano alla cartina. Dopodiché arrotola la cartina e la chiude, leccandola sulla colla e lasciando fuori la parte di carta che non utilizza. Questa viene poi bruciata e lui, infilatosi la droga in bocca, se ne va nel bagno del treno. Il nostro viaggio non dura mai abbastanza da permettergli di finirlo, così quando arriviamo in stazione lo spegne e lo riaccende appena sceso dal treno. Una delle prime volte che l’ho visto mi ha chiesto se avessi voluto assaggiare. Gli ho detto che a me il poliuretano non piace. Si fuma lo spinello poi saliamo sull’autobus. Lui va a scuola e io a lavorare. E questa è la sua routine. Sbronzarsi di hashish e andare a scuola.

Non so perché, ma quel ragazzino mi fa ripensare a quando avevo la sua età. Anche se io a scuola ci andavo tutti i giorni. O almeno il treno lo prendevo tutti i giorni e a scuola ci andavo più spesso di lui. Non sono mai stato un mostro di puntualità, ma il più delle volte arrivavo a scuola, per lo meno.

La mia scuola era un liceo scientifico. Non studiavo praticamente nulla. Non perché non mi piacesse quello che dovevo studiare, è che proprio non ne avevo voglia, avevo così tante cose da fare che se adesso mi mettessi a scriverle non me ne ricorderei nemmeno una. Ogni tanto mi ricordo di aver passato dei pomeriggi a studiare il ciclo di Krebbs. Marx un’altra volta. I tre motivi che hanno scatenato la prima guerra mondiale. Il terzo principio della termodinamica. Ma ricordo soprattutto innumerevoli quattro in latino.

Mi piaceva andare a scuola. Non che la scuola fornisse chissà quali stimoli, ma era divertente. I primi anni mi piaceva prendere la corriera alle sette meno dieci. Entravo a scuola, mi prendevo un caffè alla macchinetta e mi sedevo per terra, in corridoio a fumare, si poteva fumare a scuola. Incredibile pensarci ora. Potevi uscire dalla classe e in corridoio metterti a fumare e nessuno poteva dire nulla. Nel corridoio. A quindici, massimo sedici anni.

Se mi rivedessi adesso mi menerei. Ma fa lo stesso. Sedermi per terra col caffè nel bicchiere di plastica e la sigaretta tra i denti come un vero uomo mi dava una bella sensazione. Poi iniziavano le lezioni. Si andava in classe, si provava a stare seduti accanto a un amico e si veniva irrimediabilmente spostati accanto a una compagna per evitare di disturbare gli altri. Per essere contemperati ci dicevano. La realtà era che o la con la ragazza litigavi per un limone lanciato nella direzione sbagliata, oppure ci diventavi amico e di nuovo si veniva spostati.

Poi l’intervallo. D’inverno si stava in bagno. Sempre a fumare. Come ciminiere. In mezzo alla puzza di piscio, mista a quella di detersivo che si compenetravano e confondevano. Volevamo fare i punk, ma non eravamo più punk di Winny the Pooh. Una volta abbiamo dato fuoco a uno sciacquone di plastica. È stato penso il nostro atto più punk. Insieme all’aver firmato la lettera di responsabilità per poter occupare la scuola. Non suona molto punk come concetto ma è così. Per occupare il prefetto voleva che 10 studenti maggiorenni firmassero una specie di liberatoria. L’occupazione era contro l’invasione degli U.S.A. in Afghanistan. Che teneri che eravamo. In realtà la gente si voleva solo prendere una vacanza. Checché se ne racconti.

Tra l’altro mi sa che l’America lo ha invaso comunque l’Afghanistan. E non contenta credo abbia invaso pure l’Iraq. E gira voce che il prossimo sia l’Iran, ma non sono sicuro.

Be’ alla fine quindi potevamo evitarci la fatica di occupare se lo facevamo per quello. Tornassi indietro cercherei di spiegarlo ai compagni:

– Oh, credo che se anche occupiamo il palazzo la guerra gli americani la fanno lo stesso. Davvero, la penso così.

Chissà cosa mi avrebbero detto. Mi avrebbero additato e accusato di fascismo. O almeno credo.

Eravamo piuttosto bigotti. Adesso sono un reazionario. Che prendeva quattro in latino.

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