Respirare spazi aperti

"Chi sono i manifestanti", chiedo alla giovane manifestante con la soluzione anti-lacrimogeno. "Tutti manifestano", risponde, "tutti quelli che non vogliono perdere il proprio futuro, la propria dignità, la propria anima. Tutti quelli che sono umani.
[Robin Rothweiler, Istanbul*]

“È iniziata con il parco, ma adesso rappresenta ogni cosa. Non accettano la nostra esistenza. E noi non siamo d’accordo”, mi dice una giovane manifestante. Mi offre una bottiglia di soluzione anti-acido, un farmaco per lo stomaco sciolto nell’acqua, che annulla l’effetto dei lacrimogeni sugli occhi e sulla pelle. È il giorno dopo la violenta repressione da parte della polizia dell’occupazione di Gezi park.

Sette giorni dopo, il parco è di nuovo in mano ai manifestanti. Sabato, la polizia ha indietreggiato davanti alla crescita del movimento. Ora, migliaia di persone manifestano non solo per uno spazio verde, ma anche per tutto ciò che rappresenta. Una protesta contro le politiche oppressive del primo ministro Tayyip, leader dell’AKP. Gli ultimi giorni hanno dimostrato che questo evento, sia esso di protesta, rivolta o rivoluzione, unisce gli individui in una comunità viva intorno alla zona di piazza Taksim. Ho visto giovani e vecchi, attivisti e membri di partiti politici; turisti, scolari, studenti, professori o passanti, ognuno dei quali ha preso parte agli eventi in qualche modo.

In questo momento, Gezi Park e piazza Taksim danno davvero la sensazione di essere spazi aperti. Ci sono gruppi di persone con sacchi dell’immondizia che raccolgono i rifiuti con i guanti di plastica. Gente che distribuisce maschere anti-gas e rimedi contro i lacrimogeni, che dona cibo e acqua. Medici che si prendono cura dei feriti e volontari che li assistono. Altri si limitano a festeggiare i risultati ottenuti, suonano, creano slogan da intonare in coro, o ballano insieme la tradizionale danza Halay in grandi cerchi.

Nel frattempo, lo spirito di democrazia si sta sviluppando in diverse maniere. La gente ha la possibilità di condividere le proprie opinioni. I partiti politici sono presenti, ma sembrano essere antiquati e irrilevanti in questa sfera di partecipazione reciproca. Le regole vengono applicate, rifiutate, riviste. Quando qualcuno accende un fuoco, altri accorrono a spegnerlo se appare inappropriato. La gente porta i colori per coprire le tracce di scritte e graffiti offensivi. Soprattutto quando si tratta di scritte sessiste, razziste o omofobe, ma anche se sono contro la polizia o lo stesso primo ministro Erdogan.

Mentre i manifestanti combattono per le dimissioni del capo della polizia, il primo ministro, per la conservazione del parco e la liberazione dei manifestanti incarcerati, il messaggio di Gezi park si diffonde in tutto il mondo. Anche se i media nazionali turchi continuano a ignorare gli eventi avvenuti durante la resistenza pubblica alla violenza delle forze dell’ordine, foto, video e testimonianze si sono diffusi velocemente attraverso canali come Facebook, Twitter e altri social media di portata globale.

Il messaggio disperato di chi difende una causa. “Chi sono i manifestanti”, chiedo alla giovane manifestante con la soluzione anti-lacrimogeno. “Tutti manifestano”, risponde, “tutti quelli che non vogliono perdere il proprio futuro, la propria dignità, la propria anima. Tutti quelli che sono umani. Questo è il momento più umano che la Turchia abbia mai vissuto. Mio padre è cresciuto negli anni ’60 e oggi mi ha detto ‘Una cosa del genere non era mai successa’.”

 

*traduzione Luna Malaguti

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