Carletto se ne è andato, io l’ho ammazzato

Non ho mai provato una profonda empatia per il caso dell’omicidio di Carlo Giuliani.

“Mercoledì 18 luglio Carlo è andato al concerto di Manu Chao in piazzale Kennedy, insieme ad altre trentamila persone. Ci ha raccontato di essersi divertito, così come il giorno successivo nel bellissimo corteo dei migranti”.

“Giovedì 19 luglio parte da piazza Carignano la prima manifestazione di cinquantamila persone che non provocano alcun danno, non cedono nemmeno a una maldestrezza, e la stampa lo riporta di striscio. Aspetta come un vampiro i fatti di sangue. In quella giornata colombe, maschere, arcobaleni, danze e tanti denti di sorrisi”.

“Venerdì 20 luglio Carlo si alza tardi ed esce di casa verso mezzogiorno. A gennaio era andato a vivere con la sua compagna Cristina e la bambina di lei, ma teneva parte della sua roba qui. Qui portava le cose a lavare e veniva spesso a mangiare. Non sapevo nemmeno se avrebbe partecipato alle manifestazioni, anzi ha messo il costume sotto alla tuta blu, ché è più probabile vada a farsi un tuffo dagli scogli. Incontra vari amici nel percorso, è tranquillo perché pensa di trovare la stessa atmosfera festosa dei giorni precedenti”.

[Anche se voi vi credete assolti, Haidi Giuliani]

 

Non ho mai provato una profonda empatia per il caso dell’omicidio di Carlo Giuliani. Con gli anni e riflettendoci sopra ho compreso che non gli ho mai dedicato il giusto interesse. Non ci sono mai andato fino in fondo, per paura. Paura di trovarci dentro una realtà piena di dolore e ingiustizia. Ma la storia di Carlo Giuliani, la storia del G8 di Genova, sono il macabro capolavoro di una classe dirigente che pochi anni fa difendeva il neoliberismo di cui oggi raccogliamo i frutti. I politici e le forze dell’ordine di allora governano ancora, in molti casi hanno fatto carriera. E oggi il loro compito è condurci fuori dalla crisi, verso una nuova aurora.

A cavallo fra i due millenni il capitalismo andava alla grande. Le profonde crisi valutarie del Sud-est asiatico ( dal 1997) e dell’Argentina (dal 1999) vennero digerite dal “sistema” e non indebolirono il processo di globalizzazione dei commerci.

Lo strapotere politico delle multinazionali era come oggi evidente e veniva avvertito da una parte della società come naturale corollario al procurato benessere, da un’altra parte come la mera imposizione violenta di stili di vita consumistici. Nel 2001 la Cina entra nell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO). Nel 2001 il Summit-Degli-Otto-Grandi-Della-Terra si teneva – grazie a una geniale scelta strategica dell’ex premier D’Alema (1999) – a Genova. Al Governo c’era Berlusconi, al suo fianco Fini, agli Interni Scajola.

Il “popolo di Seattle”, che si opponeva al modello di sviluppo promosso dal G8, si mobilitò con una straordinaria eterogeneità di gruppi contro quel summit. Scrive Simona Orlando: «Chi c’era invece in piazza? I cavalieri delle tavole rotonde. Si erano saldati, attraverso il dialogo, la sinistra, le associazioni, la Chiesa e il volontariato cattolico, le cooperative sociali, pacifisti, ecologisti, insegnanti, anarchici, portuali, migranti, famiglie comuni, giovani, vecchi, curdi, inglesi, francesi, gente che partecipava a un corteo per la prima volta, gente che magari nemmeno votava a sinistra, o che storicamente gli è nemica, come i fedeli della Fiamma Tricolore. Si era lì per ragioni diverse, o semplicemente perché si aveva la sensazione che fosse giusto esserci. Una sola moltitudine trasversale e cosmopolita, senza linee di demarcazione, o di necessaria appartenenza, mossa dal vibrato di una sola esclamazione: un altro mondo è possibile!» A Genova manifestò “il movimento dei movimenti”.

A Genova venne uccisa la sua speranza. Perché all’assassinio di Stato si aggiunse la Giustificazione di Stato, patetica e tremenda. Carlo Giuliani che se la cerca. Carlo Giuliani mezzo tossico disadattato. Carlo Giuliani lo sbandato che si merita una fine così. Questo ci hanno servito sin dall’istante successivo alla sua morte. La Misericordia cristiana. Dice a questo proposito Haidi Giuliani: «Quando lo hanno dipinto come figlio di nessuno, miserabile, io non mi sono ribellata più di tanto perché continuo a pensare che se anche fosse stato così non avrebbe fatto alcuna differenza. Che lui fosse pieno di qualità riguarda noi che lo abbiamo conosciuto e amato, non deve interessare gli altri. Fosse anche l’ultimo idiota della terra, non meritava di essere ammazzato. Li ho tenuti tutti i giornali di quei giorni, e non li ho ancora letti. Sono abbastanza vecchia per aver visto altri morti ammazzati e non c’è una volta che non abbiano tentano di infangarli e di coprirli di qualche infamia».

Il vero problema è che quell’infamia molti, troppi di noi l’hanno presa per oro colato. Il raccontino preconfezionato del ragazzo di strada che per motivi personali e deprecabili odia l’autorità sembra non aver altra conclusione logica che la morte violenta in piazza. Poco importa se il ragazzo fino a un paio di ore prima stava pensando di andare al mare con un amico (indossava un costume da bagno). Poco importa se aveva visto le forze dell’ordine nello spazio di poche centinaia di metri (piazza Manin) lasciare agire indisturbato il black bloc per scagliarsi invece contro le associazioni lì presenti, le donne, Mani bianche e Rete Lilliput con a capo Padre Alex Zanotelli. Poco importa se il corteo autorizzato dei disobbedienti (le cosiddette “tute bianche”), a cui Carlo e l’amico si uniscono, venga caricato senza alcun motivo ben prima di raggiungere la destinazione concordata, piazza Verdi. Così, lungo via Tolemaide i manifestanti si spezzano e si disperdono, cercando riparo alla meglio dai defender lanciati ad alta velocità, dai lacrimogeni, dai manganelli; c’è chi torna verso lo stadio Carlini, chi entra nei portoni aperti dai genovesi, chi nei negozi. Poco importa se il defender rimasto in piazza Alimonda non fosse poi davvero incastrato e impossibilitato a manovrare, poco importa se non fosse davvero isolato e solo tra le fauci dei manifestanti (armati di ciò che fortunosamente trovavano), ma si trovasse a un centinaio di metri, forse meno, dai carabinieri in assetto antisommossa schierati nell’adiacente via Caffa. La foto di Dylan Martinez, che ritrae Carlo di spalle nell’atto di sollevare l’estintore, era perfetta così: era sufficiente a sedare l’opinione pubblica somministrandole la pillola della morte giusta.

Troppe persone hanno prestato il fianco, anche soltanto in un angolo remoto della loro coscienza, a questa giustificazione. E poco importa se oramai nessuno più pensa alla fantascientifica teoria del proiettile esploso in aria e rimbalzato contro un pietra fino a colpire l’Aggressore. Poco importa se il colpo non sia stato nemmeno esploso per autodifesa ma per offendere, aggredendo in primo luogo: infatti da alcune fotografie si vede come la pistola venga puntata ben prima che Carlo raccolga l’estintore, contro un altro manifestante a pochi metri da lui, che scappa. E poco importa se il colpo mortale non venga scaricato dalla pistola di Placanica, ma da un misterioso quarto uomo che un testimone (il ragazzo che scaglia la trave di legno dal fianco) afferma di aver visto all’interno del defender. La tesi è sostenuta da una perizia citata dall’avvocato Giuliano Pisapia nel 2009, secondo cui uno dei due bossoli ritrovati è incompatibile con la pistola di Placanica, e secondo cui quest’ultima avrebbe provocato lacerazioni ben diverse all’impatto con il cranio di Carlo Giuliani.

Insomma, tra la tesi dell’attacco violento di alcuni cani sciolti nei confronti dei tre carabinieri isolati e quella di un’azione repressiva sanguinaria compiuta da reparti specifici delle forze dell’ordine in spregio a ogni diritto di manifestare, le prove a supporto di quest’ultima sono decisamente più numerose. Eppure non ci hanno istruito a commuoverci per questa morte, né a indignarci per il comportamento dei tutori dell’ordine, che dopo aver sparato a un ragazzo hanno infierito sul suo corpo morente travolgendolo due volte con la camionetta (Carlo era ancora vivo, si legga l’autopsia), poi colpendolo con una pietra in un goffo e macabro tentativo di depistaggio, infine sferrandogli un calcio in testa, come testimoniato dal fotografo francese Bruno Abile.

L’uccisione di Giuliani; gli attacchi brutali al corteo dei pacifisti del 21 luglio con tanto di manganellate a minorenni, suore, anziani, famiglie; il disinteresse nei confronti del black bloc (isolato innanzitutto dagli stessi manifestanti); la «macelleria messicana» della Diaz; le torture di Bolzaneto: a Genova la polizia italiana non ha ucciso un ragazzo soltanto. Ha ucciso, con la benedizione di una classe politica – su tutti il vicepresidente del consiglio Fini, presente dalla mattina alla sera presso Forte San Giuliano  a sorvegliare le operazioni – un movimento europeo, mondiale, che gridava: un altro mondo è possibile, un’altra globalizzazione è possibile. Quel movimento composto da italiani, tedeschi, inglesi, svizzeri, francesi, spagnoli, greci, terrorizzato e torturato nella Diaz prima e nella caserma di Bolzaneto poi, chiedeva una migliore redistribuzione della ricchezza occidentale. Non è stato ascoltato, l’ipercapitalismo ha goduto del pieno appoggio dei nostri governi, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Finché non torneremo a gridare, uniti oltre i confini nazionali: Drop the debt!

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