[Face To Face] Absolut Red

Hanno trovato il tempo tra un tuffo e un mojito di scambiare quattro chiacchiere con la grande M.

Protagonisti pochi mesi fa sulle nostre pagine con l’ottimo esordio A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again, gli Absolut Red – rappresentati in questa intervista da Luca – hanno trovato il tempo tra un tuffo e un mojito di scambiare quattro chiacchiere con la grande M. Ecco cosa ci ha raccontato.

Raccontateci il vostro approccio con la musica. Cosa ascoltavate da ragazzi e come i vostri gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Il mio rapporto con la musica è un po’ bizzarro, precocissimo e al contempo tardivo. Precocissimo perché all’età di 5 anni mi sono iscritto a una scuola di musica e ho studiato per tutta la durata delle scuole elementari pianoforte. Tardivo perché, alla soglia della preadolescenza, mi sono completamente disinteressato alla musica prediligendo il basket. A 17 anni ho provato d imparare a suonare la chitarra, l’anno dopo si è formato l’unico gruppo in cui abbia mai militato, ovvero gli Absolut Red, ed è solo con l’inizio della carriera da ‘suonatore’ che ho iniziato ad appassionarmi alla musica in maniera appropriata e conscia, prima ero un ascoltatore abbastanza distratto e acritico.

Abbiamo iniziato suonando le cover dei gruppi che ci piacevano all’epoca, e le nostre prime scalette testimoniano i gusti disparati e talvolta un po’ random di quegli anni: indie rock dei primi anni zero come The Strokes, Arctic Monkeys, ma anche generi totalmente diversi come i System of a Down e i Sum 41!

Ora i nostri gusti si sono molto differenziati e spesso differiscono molto da ciò che suoniamo e componiamo con gli Absolut. I miei compagni frequentano tutti un’accademia di musica, per cui hanno gusti e ascolti più sofisticati che vanno dal motown al soul funk, passando per il r’n’b e il jazz. Il batterista d il bassista, tra l’altro, hanno anche un progetto parallelo funk, per dire.

Io ora sono abbastanza schiavo delle tendenze musicali indie da quando ho recentemente scoperto un sacco di siti e blog musicali che mi piacciono.

Come e soprattutto quando nascono gli Absolut Red?

Gli Absolut Red sono nati nell’estate del 2009, partoriti dalla noia esistenziale che ti assale quando non si ha nulla da fare se non andare tutti i pomeriggi estivi in saletta a provare con gente sempre diversa.

Era un periodo molto prolifico a livello musicale a Sasso, e in quei mesi seminali sono nati un sacco di gruppi che continuano a suonare tuttora. Io conoscevo di vista Simone, l’altro chitarrista, e sapevo che anche lui stava iniziando a imparare a suonare la chitarra in quei tempi. Conoscemmo Samuele, il primo batterista, mentre facevamo gli animatori in un campo estivo. Daniele, il bassista, era molto noto in paese perché militava da tempo in diverse formazioni pop punk e aveva (e ha tuttora) la reputazione di miglior bassista della zona. Dopo qualche mese di assestamento, la formazione si è definita e si è iniziato a provare in vista del nostro primo concerto. All’epoca eravamo in cinque, con un altro cantante e un altro batterista rispetto a ora. Il cantante ha lasciato il gruppo dopo circa due anni, e ora ha fondato una band metalcore di successo. Il batterista, invece, se n’è andato a inizio anno: il disco lo abbiamo registrato con lui, ed è abbastanza riconoscibile il suo groove drumming in stile bonhamiano; ha un’ottima mente compositiva e molti arrangiamenti e fill sono idea sua.

In A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again emergono prepotentemente le influenze di Arctic Monkeys e di tutta la scena inglese degli anni zero. Cos’altro ascoltavate durante le recording session del disco?

Considerando che il disco lo abbiamo registrato tra febbraio e settembre dello scorso anno, in maniera piuttosto discontinua e casalinga, gli ascolti sono stati disparati e abbastanza sconnessi da ciò che c’è nel disco.

Ciò che invece ha influenzato molto il suono dell’album è stato ciò che si ascoltava quando abbiamo composto i pezzi, ovvero in tutto l’arco del 2011: Bombay Bicycle Club, Arcade Fire, i primi dischi dei Beatles, il disco dei nostri amici Altre di B. Tuttavia credo che i pezzi siano in un qualche modo sconnessi dagli ascolti che facevamo. Ciò che di solito si crea è una melodia (c’è stato un periodo in cui ero davvero ossessionato dalla melodia: non facevo altro che andare in giro a canticchiare dei pezzi in testa finché non c’era qualcosa di buono e lo registravo con il cellulare mentre passeggiavo) sorretta da un giro armonico, mentre la struttura della canzone e l’arrangiamento, ovvero ciò che dà il sound al pezzo, è frutto di un lavoro in saletta partorito da quattro menti che hanno influenze musicali tra le più diverse (per non dire contrastanti). Se ci sono delle somiglianze stilistiche, sembra paradossale dirlo, è quasi un caso, o perlomeno non è volontario.

Siete originari di Sasso Marconi. Quanto ha influito la piccola provincia sulla vostra musica e sulla vostra vita?

Ha influito in entrambi i casi: l’essere nati vicini ma lontani a una città seppur relativamente piccola ma musicalmente enorme come Bologna è stato importantissimo nella nostra crescita personale e musicale.

Il vivere fuori dalla città ha significato – soprattutto per le nostre infanzie – garanzia di maggior qualità di vita, intesa come prati, estate in bicicletta, niente traffico e mille altre cose che mi figuro un bambino residente in un appartamento in centro non può fare; ha però significato anche essere estraniati dallo zeitgeist culturale e di costume dell’epoca in cui si sta vivendo, e questo gap – soprattutto musicale – ha iniziato a farsi sentire soprattutto quando abbiamo formato la band, ovvero nella tarda adolescenza, diciamo.

A livello musicale, infatti, l’essere al di fuori della città significava essere totalmente ignari di ciò che in essa succedeva: ciò ha contribuito a far sì che ci avvicinassimo e iniziassimo a suonare un genere che, nel mainstream indie cittadino, era ormai tramontato.

Ci sono stati anche dei vantaggi: l’essere di provincia ha prevenuto, all’inizio, l’eventualità di pressioni e paragoni con altri gruppi e altre realtà, cose che possono avere luogo nella satura proposta musicale del centro. Ora come ora, in realtà, questo discorso non ha più molto senso. Ci sentiamo un gruppo di Bologna e suoniamo prevalentemente in città, ci riconosciamo in una determinata serie di gruppi amici, tutti orbitanti intorno a Bologna. Oggi come oggi la distanza provincia-centro la percepiamo molto meno rispetto agli inizi, e dunque influenza molto meno anche le nostre vite.

Quali aspettative nutrite per la vostra carriera? Di cosa vi occupate nella vita di tutti i giorni?

Le aspettative, adesso come adesso, sono cercare di trovare un equilibrio e provare a ricominciare a comporre qualcosa: l’aver fatto un disco e aver suonato più del nostro solito per promuoverlo ha scombussolato le nostre abitudini e, di conseguenza, ci ha reso molto meno prolifici e questo è un peccato. L’obiettivo a breve termine è far uscire un piccolo ep di remix di A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again, quello a lungo termine è scrivere un secondo album e trovare un’etichetta.

Nella vita io sono alla fine del secondo anno di medicina, mentre tutti gli altri studiano, come detto, in un’accademia di musica (il cui titolo di studio è sostanzialmente equiparabile a una laurea triennale).

Cosa pensate della scena italiana?

Siamo grandi fan di tantissimi gruppi italiani e pensiamo che in questo preciso momento storico l’italia stia godendo di ottima salute musicale. Personalmente amo moltissimo Colapesce, credo che i suoi brani siano degli instant classic e che sarà uno dei pochi musicisti italiani dei nostri anni a resistere al tempo e diventare tradizione. Credo anche che la scena bolognese, tra le tante scene presenti in italia, sia – insieme a quella pesarese – quella che guarda più all’estero e, per questo motivo, una delle più rilevanti a livello internazionale: penso ai defunti My Awesome Mixtape, ai Settlefish e poi agli A Classic Education, ai Forty Winks.

I cinque dischi che vi hanno cambiato la vita.

W.A. Mozart – Eine Kleine Nachtmusik
The Beatles – Please Please Me
Arcade fire – Funeral
The Strokes – Is this it
Radiohead – Ok Computer

[Foto: Benedetta Gaiani]

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