Piazza Taksim: mentre la stampa non guarda

Ajda, Lorenzo e Özlem provano a raccontare ai lettori di Mumble: cosa succede a Istanbul, nei giorni in cui i mass media internazionali hanno spostato altrove le loro telecamere.
[Licia Vignotto]

Le immagini di piazza Taksim hanno riempito le pagine cartacee e virtuali dei giornali per giorni. In Italia, le notizie della protesta turca arrivavano talvolta sbilenche, poco centrate rispetto alle dichiarazioni di prima mano che si potevano trovare sui social network o sui blog, ma arrivavano.

E ora? Ora basta. La stampa nostrana, come spesso accade, si è accontentata di registrare il provvedimento che ha temporaneamente sospeso la distruzione di Gezi Park e ha infilato la questione in freezer, in attesa del giudizio finale della magistratura. Solo il fermo del fotoreporter veneto Mattia Cacciatori ha saputo riaccendere i riflettori su ciò che avviene a Instanbul, ma si è trattato di un rapido flash. La contestazione è uscita dalle prime pagine.

Possibile che le migliaia di persone che per settimane hanno organizzato cortei e sit in si siano improvvisamente ritirate come la marea? Possibile che i manifestanti da un giorno all’altro abbiano “levato le tende” e siano tornati ai rispettivi divani, ad aspettare comodi comodi che la sentenza dei giudici venga trasmessa dal notiziario della sera?

Ajda Mira Hubenova, Lorenzo Mazzoni e Özlem Gün –  tutti e tre coinvolti personalmente nella protesta – provano a raccontare ai lettori di Mumble: cosa succede in città, nei giorni in cui i mass media internazionali hanno spostato altrove le loro telecamere.

«Tramite i forum è stata presa la decisione di organizzare una grande campagna di sensibilizzazione – spiega Lorenzo – prendendo spunto anche da quelle che negli ultimi anni sono state le tattiche vincenti dell’Akp. Verranno fatte molte attività di quartiere ed i membri dei forum si recheranno nelle mahalle più tradizionaliste, nelle roccaforti dell’Akp, per spiegare le ragioni della protesta, per creare spazi sociali coinvolgendo anche i bambini, per condividere le idee con persone fino ad ora avverse o estranee alle manifestazioni». Autore di romanzi e blogger per Il Fatto quotidiano, Lorenzo è nato e cresciuto a Ferrara ma si è trasferito a Instanbul nel 2012. Interrogato sull’evoluzione della protesta sottolinea come nei parchi della capitale non sia mai cessato il dibattito, il confronto aperto e propositivo: «si parla molto anche di questioni politiche concrete. L’argomento più dibattuto è relativo all’introduzione di una nuova legge che possa permettere di abbassare la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, fissata ora al 10%. È una soglia molto alta che limita di fatto la democrazia e che andrebbe al più presto dimezzata. Si discute poi molto sulle modalità con cui portare avanti le idee maturate in questi giorni nell’arena politica, in sostanza sull’eventualità di far nascere un nuovo partito o di rimanere un movimento, si fa molto riferimento anche all’esperienza del Movimento 5 stelle in Italia. Pare sia questa la nuova sfida che attende il popolo dei çapulcu. Oltre alla grande arena di discussione c’è un altro gruppo, più piccolo, che tratta temi più strettamente organizzativi. Qui vengono decisi i workshop per i prossimi giorni (su economia sostenibile, democrazia, diritti, sicurezza su internet), si rinforza la rete fra i vari parchi, si pubblicano online le rispettive agende e fanzine. Anche qui si ribadisce l’importanza di entrare in empatia con i simpatizzanti dell’Akp, la necessità di capire perché le persone votano quel partito, di riconoscere che l’Akp in questi anni ha dato ad una grande fetta di popolazione qualcosa che prima non aveva e che bisogna quindi trovare le modalità sociali, politiche e culturali per sconfiggerlo».

Il trasferimento della protesta all’interno dell’agone politico è una possibilità molto discussa, confermata anche dalle parole di Özlem, studentessa nata e cresciuta in Germania da genitori turchi, tornata nella terra della propria famiglia per frequentare un master di architettura. «Sono curiosa di vedere cosa succederà. Si parla molto della possibilità di decidere le sorti del parco attraverso un referendum, ma secondo me questa non sarebbe la soluzione ideale. La preservazione della zona verde non è un’esigenza di tutto il Paese, ma solo un’esigenza degli abitanti di Instanbul. Gli aderenti alla protesta dovrebbero realizzare nuove organizzazioni, partecipare alla vita politica e creare qualcosa di più forte». Ma cosa succede ora a piazza Taksim? «Abito in una zona che si chiama Beyoglu-Cihangir, molto vicina alla piazza, e continuo a passare di lì tutti i giorni. Adesso a Taksim c’è ancora la polizia, restano parcheggiate le camionette che sparano acqua. Aspettano lì da settimane. Il Gezi Park è stato chiuso e lo hanno ricostruito in modo un po’artificiale. L’energia c’è ancora ma non è più così forte. Ora le attività si sono spostate in altri parchi cittadini, dove la gente discute su come portare avanti la causa, cerca di trovare soluzioni, pensare nuove azioni».

Ajda ha 22 anni, è nata in Bulgaria ma è cresciuta in Turchia, studia alla Mimar Sinan Fine Arts University. Come Özlem racconta di continuare giornalmente a frequentare piazza Taksim: «lo sento come un dovere, perché veramente non voglio che il parco venga demolito e che, al suo posto, si costruisca un supermercato o qualsiasi altra cosa, come è già successo in altre zone verdi». Ajda è scettica per quanto riguarda il futuro: «i giudici ci hanno sorpreso ma le parole che hanno speso non sono definitive, stabiliscono solo una pausa. Probabilmente per cominciare i lavori hanno pensato che sarebbe stato meglio aspettare, far calmare gli animi della gente. È una considerazione che nasce spontanea, ricordando come la stessa giustizia in Turchia abbia liberato gli assassini di quattro persone nonostante le tantissime prove esistenti». La studentessa fa riferimento ai quattro manifestanti rimasti a terra durante la protesta: «gli assassini sono stati rilasciati nonostante si avessero delle registrazioni video che provavano ciò che era successo. Come se non bastasse la polizia ha ostacolato lo svolgimento del funerale di uno di questi ragazzi. Per la sua famiglia è stato veramente brutto, e dell’intero processo è la cosa che mi ha maggiormente colpito e rattristato».

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1 Comment

  • Vi ho scoperti solo stamattina ma create dipendenza, si trova di tutto su Mumble, e essendo l’unico in Italia bloccato in casa in agosto con la febbre ho tempo da dedicare alla lettura. Questo articolo è molto interessante, getta luce su una vicenda che per giorni ha occupato tutti gli spazi televisivi e di punto in bianco è stata ignorata. Complimenti all’autrice e alle sue fonti in Turchia

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