Punk Rock Holiday 1.3 |Tolmin (Slovenia)

Ho davvero mal di testa quindi non lamentatevi se scrivo di merda, è il meglio che possa fare.

11 luglio 2013

Mi fa male la testa e la schiena e le caviglie. Se non avessi bene in mente cosa è successo ieri sera penserei di essere stato legato e picchiato. Ho davvero mal di testa quindi non lamentatevi se scrivo di merda, è il meglio che possa fare.

È la prima mattina al Punk Rock Holiday.

Sono arrivato ieri, verso le tre di pomeriggio. Devo dire che data la mia giovane età mi sono trovato completamente a mio agio fin da subito.

Una cinquantina di cessi chimici fa da perimetro a una boscaglia rimpinzata di tende. Gli italiani hanno la quechua, si riconoscono subito. La birra costa un euro a mezzo litro e le ragazze non indossano il reggiseno sotto le magliette dei Minor Threat.

Appena arrivato giusto il tempo di entrare e montare la tenda e sono nell’area concerti.

Il main stage è davvero grande, totalmente privo di transenne. È completamente tappezzato di cartelli “stage diving at your own risk” che però spariscono anche abbastanza in fretta. Resto sobrio in maniera imbarazzante fino all’inizio dei concerti. Forse me ne sono persi un paio, non ricordo. I primi che vedo sono i Vanilla Sky, italiani.

A Bologna a un festival del genere si prenderebbero sassate e bicchierate, ma qua alla gente non frega nulla e sono tutti piuttosto carichi.

I bicchieri hanno una cauzione di un euro. Il primo riesco a farmelo rubare da due ragazze di non so quale paese che in non so quale lingua cerco di convincere, senza successo, a ridarmelo. Non succederà di nuovo.

I Vanilla Sky chiudono con Umbrella e un altro pezzo che però non so come si chiami. Insieme al mio nuovo amico Loris da Ginevra sollevo il chitarrista sulle spalle facendogli vivere un momento di gloria.

Non ricordo esattamente quando, ma iniziano a suonare gli Strike Anywhere. Suonano punk rock per davvero, non come i Vanilla Sky. Un gruppone comunque. Carichissimi e impeccabili. La gente prende a sollevare ragazzine sulla testa per palpeggiarle. Non ne approfitto, ma mi faccio anzi sollevare io stesso per essere palpeggiato.

Più e più volte. Arrivo sul palco e mi rigetto nella folla. Spesso cadendo al suolo a giudicare dai forti dolori che sto provando in questo momento. In ogni caso sono momenti di grande gioia.

Dopo gli Strike Anywhere suonano gli Anti-Flag. Conosco forse una canzone, ma anche loro sono in formissima e io puzzolente e sporco come sono non posso che restare tra i miei simili sotto il palco a continuare a sudare e crowd-surfare anche grazie all’intervento del mio amico Demas dalla Baviera che poi scoprirò essere il più spaccato di tutto il festival. Mi solleva e mi lancia in continuazione come se fossi la maglietta che si rotea sulla testa mostrando uno scultorio fisico da sollevatore di boccali dell’HB.

Gli Anti-Flag finiscono con un centinaio di persone sul palco, che non rendendosi conto di essere tutti sul palco si gettano dove prima era la folla e ora è il manto erboso rovinando al suolo.

Divertente.

Una volta finita qua al main stage i drogati si dirigono felici al beach stage dove fino alle sei di mattina c’è un dj set punk rock. Io non sono come loro così vado a letto. Senza prima lavarmi. So che magari non è di interesse ma vorrei che mentre leggete carpiste anche i forti odori che questo luogo, meraviglia naturale, può offrire per questi 4 giorni l’anno.

Giunto alla tenda mi rendo conto che il sacco a pelo l’ho dimenticato e fa freddo.

Punk Rock Holiday – Day 1

 

12 luglio 2013

Come logico, i dolori che provavo ieri mattina non si sono quietati nel corso della giornata. Ma sono un eroe e quindi non mi sono fatto sconfiggere.

Ciò che invece mi ha sconfitto è stata la pioggia. Abbondantissima pioggia.

Tanta pioggia da farmi chiedere perché la quechua dica di aver testato la mia tenda in dieci ore di pioggia continua quando in realtà dopo una ventina di minuti che era iniziato a piovere mi sono svegliato dal mio riposino pomeridiano con le mutandine bagnate e un odio viscerale.

Ma poco male, non ci ho fatto troppo caso. Ho lasciato tutto com’era e me ne sono andato al main stage sperando che al mio ritorno tutto si fosse sistemato automaticamente.

Ieri era una giornata parecchio piena. Atlas Losing Grip, Suicidal Tendencies, Millencolin e Mahones.

Cominciano gli Atlas. Sono il nuovo gruppo di Rodrigo, l’ex cantante dei Satanic Surfers e questo dovrebbe bastare.

Quando iniziano a suonare e io di nuovo mi ritrovo a navigare sulla gente penso a nuovi significati della canzone dei Refused , Summerholiday vs. Punk Routine.

Bisogna dire che una situazione come questa ti strappa via di dosso le abitudini in pochissimo tempo. Non c’è nulla di ciò che faccio a casa che stia facendo qua. Tipo la doccia. Ma è un dettaglio.

Sono senza telefono e senza connessioni di alcun tipo. Ed è una cosa che credo faccia parecchio bene in vacanza.

A parte questa parentesi, Rodrigo è in formissima.

L’attrazione della serata sono però i Suicidal Tendencies. Primo disco nel 1988. Nonostante i continui cambi di line-up (qui oggi della formazione originale c’è solo il cantante Mike Muir) sono quello che una band dovrebbe essere sul palco. Un corso per giovani band.

Nonostante stia piovendo e ci siano pozzanghere profonde come piscine, tutti saltano e urlano sotto il palco. O sopra il palco.

Dopo i Suicidal Tendencies tocca ai Millencolin.

Se io fossi stato in loro avrei rimandato. Mi sarei dato malato. Suonare dopo una performance come quella dei ST non dev’essere facile. Bisogna anche aggiungere che gli svedesi non ce la mettono proprio tutta. Anzi. Sembra che proprio non abbiano voglia. Una set list scialba. Errori grossolani, lamentele per la troppa gente sul palco. Bastianich direbbe: “pioggia di diludendo”.

Chiudono la giornata i Mahones. Mai sentiti prima, ma simpatici. Molto più carichi dei più blasonati MC.

Di nuovo a fine giornata sono spappolato e devo salutare i miei amici tossici che si dirigono alla spiaggia a chiacchierare con l’onorevole Razzi per andare a letto.

Dove trovo una situazione terrificante, tenda ricolma d’acqua e aria densa di bestemmie. Ho dormito in macchina.

 

13 luglio 2013

Oggi non ci sono band che mi interessano. Così vado a pranzare al beach stage che è un piccolo palco riservato alle band più giovani e meno conosciute che suonano dalle 13 alle 18.

Il bar sulla spiaggia serve solo cibo vegan.

Non ho nulla contro i vegani. Ben vengano. Ci sono alcune forzature che però non capisco.

Tipo fare il Seitan Kebab mi sembra una stronzata al pari del Tofu Burger. Ma di cosa stiamo parlando? Avrete pure delle cose che vi mangiate che non sono surrogati di quello che ci mangiamo noi?

Dare nomi falsi alle cose è pubblicità occulta. Dico ma si può dire “latte di soia”?

Non è latte, è succo.

– Cazzo dici, è come il latte normale, stronzo.

Ok, allora provate dopo il coito a dire alla vostra morosa vegana:

– Ok è stato fantastico, adesso perché non mi pulisci il latte di pene dalla pancia con la lingua? È uguale al latte normale.

Non funzionerà.

Dicevo comunque di non avere il telefono. Ma a mia mamma un messaggino lo volevo mandare per dirle di essere vivo. Sono di buon cuore e alla mamma ci voglio bene.

Così ho chiesto di farmi mandare una mail col wi-fi da un compagno di campeggio.

Inizio a scrivere:

“Ciao mamma, qua tutto bene, non ci sono persone strane coi capelli colorati né ubriaconi. La situazione è molto tranquilla, le serate trascorrono veloci sorseggiando Bourbon e chiacchierando delle battute di caccia alla volpe pomeridiane.”

Quando a un certo punto mi cade l’occhio sull’indirizzo mail da cui sto mandando il messaggio: joesborra@nonmiricordo.com.

– Oh vecchio, ma ti chiami JoeSborra? Devo scrivere a mia madre da JoeSborra?

– Eh vecchio, cosa dovevo metterci?

– Ah, niente vecchio, non avevi scelta.

P.S. fra noi giovani croccanti ci si chiama “vecchio”.

Dopo aver fatto queste due cose terribili, nell’ordine: mangiare un seitan kebab e scrivere a mia madre da JoeSborra, mi metto a sentire gli Astpai. Gruppo austriaco, mai sentito prima, che mi ha emozionato grandemente. Una bomba. Tant’è che ora sulla mia macchina c’è il loro adesivo. Quando arriverò a casa me li scaricherò (ora che pubblico sono a casa, se qualche lettore ha la discografia degli Astpai, che me la passi ché su torrent non li trovo, zioccan).

La spiaggia è davvero bellissima. Si trova in corrispondenza del punto di incontro di due fiumi il Soca e un altro che non ricordo. L’acqua è freddissima, ma l’idea che possa pulirmi mi spaventa ancora di più.

Quando inizia a imbrunire vado al main stage. Suona un gruppo hardcore piuttosto carico, i Your Demise. Non hanno nulla di nuovo da dire, nulla che non sia già stato detto nella prima metà degli anni novanta, ma lo dicono lo stesso e urlano. Più che altro hanno dei fan agguerritissimi che danno calci rotanti al vento e scatenano i pugni in una strana danza.

Gli headliner della serata sono gli H2O, che non sono gli Aqua.

Sono dei quarantenni che suonano New York hardcore. Vengono da New York e sono straight-edge. In poche parole non si drogano, non bevono e non fanno sesso se non per amore.

Il concerto però è bellissimo lo stesso.

 

14 luglio 2013

È tutto finito. Al bar non fanno nemmeno più i caffè. Gli ultimi ubriaconi stanno andando a letto e io mi sono svegliato da poco. Sono le 7 e 45 dell’ultima mattina a Tolmin e già mi prende la nostalgia. Soprattutto perché la giornata di ieri è stata davvero intensa. Non per particolari performance delle band. A parte i Linterno di Bologna, intendo.

Non solo per quello, almeno. La musica che ti unisce a tutti quanti. Anche ai vegani, ai punkabbestia, ai loro cani, agli ubriaconi. L’atmosfera che ti fa sentire esattamente a casa.

I buttafuori che mi chiedono come si dicano le sconcerie in italiano per dirle alle ragazze italiane che passano. Non me lo dimenticherò, è stato fantastico.

Tornare alla routine dopo aver vissuto la punk-routine è una gomitata al collo.

Ma forse è meglio così. Non dico che mi dispiacerebbe andare a sentire band tutti i giorni e avere come unici problemi il dove lavarmi e il dove cagare.

Ma devo ammettere che forse non mi riuscirei a godere così tanto il distacco tra la vita a casa e la vita qua.

E non è il punk rock. Non credo, non solo.

Se fosse stato lo Sziget, il Metal Camp o il Monegros o un qualunque altro festival estivo sarebbe stata la stessa cosa. Magari senza vegani e cibo vegano, ma pressoché la stessa cosa.

Comunque ero al Punk Rock Holiday e ieri sera hanno suonato i Propagandhi e i The Casualties.

Nel pomeriggio invece a ora di pranzo suonavano i miei amici Linterno di Bologna (Linterno – Failing Time), con cui ho condiviso tutto il festival. Inutile dire che l’aspetto emotivo è contato fortemente nella mezz’ora in cui hanno suonato. Magari esistono altre mille band come loro, non lo metto in dubbio. Ma persone come loro non ne esistono tante.

Quindi ci tengo a ringraziare loro e la loro crew di scoppiati che si portano in giro, per la compagnia fantastica. A presto.

La sera invece hanno suonato i The Casualties. Dei punk. Così punk che qualunque ragazzino di quindici anni che ascolti i Sex Pistols vorrebbe diventare come loro. Io però non ascoltavo i Sex Pistols.

Sono appuntitissimi. Creste e spike coloratissimi ovunque. Visibilmente ubriachi tengono il palco egregiamente. Non foss’altro che tra una canzone e l’altra parlano.

– Fanculo gli sbirri!

– Abbasso il razzismo!

– Fanculo i politici!

– Viva la birra a un euro!

Modi piuttosto semplici e pacchiani di attirare applausi. D’altronde questo è il punk. Niente di più, musica dissonante e caotica, messaggi semplici e poco elaborati. Essere ubriachi e rompere le cose insomma. Che a quindici anni becca anche piuttosto bene. Poi capisci che se tutti fossero come i Casualties la routine sarebbe dormire nel proprio vomito.

Dal lato opposto ci sono i Propagandhi che hanno un’attitudine molto più hardcore. Messaggi complessi, elaborati. Che non necessariamente condivido, sono accaniti anti-specisti e lo dimostrano consigliando la visione di Earthlings al pubblico. Su questo non mi trovano d’accordo, ma c’è da dire che almeno sono coerenti con le loro scelte.

Ma se siamo qua a parlare della musica nulla da dire: tecnicamente sono forse la band punk rock per eccellenza. Il loro primo disco è il mio preferito in assoluto tra tutto il punk rock degli anni novanta. Canto a squarcia gola e finisco di devastarmi le caviglie, tanto domani sarò a casa.

Il festival finisce sulla spiaggia con il punk rock karaoke e ci si ritrova tutti a cantare Bro Hymn attorno al microfono. Bellissimo.

Punk Rock Holiday Anthem

 

 

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4 Comments

  • La sintassi giovanilistica è innecessaria quando il contenuto è già di per sé tutto così punk e allora io dico no alle frasi nominali ma dico sì a musica dissonante e caotica, messaggi semplici e poco elaborati, essere ubriachi e rompere le cose. Bel resoconto.

  • non so cosa voglia dire ‘sintassi giovanilistica’ e ‘frasi nominali’. cosí a colpo d’occhio sembra peró un complimento, grazie.

  • a leggere questo articolo si potrebbe pensare che tu sia veramente un giovane punk a bestia (un po’ come lo eri 15 anni fa…)

    cmnq propagandhi tecnicamente the best

  • Potere al punk!!!!!! Ammessi i vegetariani, abbasso i Vegani!!!!!!!! Bel resoconto del festival, bravo!!!!

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