Dieci e venticinque

Siamo qui perché è il due agosto. E nonostante faccia un caldo da scoppiare (scelta lessicale infelice, mi fanno notare), siamo in tanti.

Il mio amico assessore con la fascia, dall’altra parte delle transenne, è qui per il mio stesso motivo. Gli allungo la bottiglietta d’acqua e il signore anziano vicino a me capisce che ci conosciamo e che non siamo di Bologna. Se ne andrà ringraziandomi, come fanno sempre i vecchi alle manifestazioni. Ma non prima di aver espresso la sua emozione, come fanno sempre i vecchi alle manifestazioni, tenendosi la fronte con la mano, il gomito sorretto dall’altra mano.

Siamo qui perché è il due agosto. E nonostante faccia un caldo da scoppiare (scelta lessicale infelice, mi fanno notare), siamo in tanti. Ci sono operai con striscioni rossi, tre ore di permesso sindacale. Gruppi di ragazzi, studenti fuori sede, bolognesi (se esistono) e non solo. Gonfaloni e cartelli, cappellini e ombrelli, sudore e future scottature. Un fiume di persone che si è radunato davanti alla stazione, sotto all’orologio, per ricordare. Ogni tanto si sente qualcuno dire ‘quel giorno io c’ero’, ‘quel giorno avrei dovuto esserci’, ‘quel giorno ho preferito fare altro’.

Perché il 2 agosto 1980 non è una data lontana, ed è una ferita ancora aperta. Lo capisci dalla durata degli applausi al presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, le sue parole coraggiose, quelle di chi chiede giustizia ed è stanco di sentirsi dire ‘porta pazienza’. Lo capisci dalle facce della gente quando il locomotore annuncia con tre fischi l’inizio del minuto di silenzio, e l’orologio digitale si ferma per sessanta secondi in sincrono con quello fermo per sempre. E poi i discorsi delle autorità. Il sindaco fischiato dai suoi concittadini, ma portatore di una buona notizia: 16 strade cittadine saranno intitolate alle vittime della strage. Sedici vie che faranno fermare il passante a chiedersi ‘chi era Angela Fresu?’ ‘chi era Carla Gozzi‘?. La presidentessa della Camera capace di tenere una piazza difficile con parole sentite, ma non retoriche, e l’invito a ‘essere scomodi’ e a non smettere di cercare le risposte.

E poi ognuno ai suoi impegni di poco o tanto conto. Nel rientrare mi fermo in sala d’attesa. Stanno sistemando le sedie, le corone di fiori sono allineate ordinatamente contro le pareti. C’è lo stesso odore che si sente al cimitero, per un attimo penso all’odore di quella mattina e rabbrividisco non riuscendo a immaginarlo. Mi avvicino al cratere facendo qualche foto, mi sento inopportuna, turista e fuori luogo. Allora mi fermo a guardare la lapide come già tante volte in passato: la vittima più giovane, quella più anziana, quelle che avevano la mia età, le famiglie, gli stranieri, uno dei nomi sembra giapponese.

Non ho fiori da posare, non come la volta che di ritorno da un matrimonio lasciai lì a terra il tanto agognato bouquet di anemoni. Mi brucia la schiena e ho appena perso il treno, come Sergio Secci 33 anni fa.

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