Il conflitto può salvare la sinistra?

Nella stessa giornata mi capitano sotto mano due articoli dedicati a un tema analogo, ma di diverso spessore.

Nella stessa giornata mi capitano sotto mano due articoli dedicati a un tema analogo, ma di diverso spessore. Si tratta nel primo caso dell’intervista di Wu Ming, i quali partono da un refrain che ciclicamente torna a farsi sentire a sinistra. L’idea è che per ridare smalto a questo termine, che in molti danno per spacciato pur continuando a campare di dispute attorno al suo significato da almeno 30 anni, bisogna (sic!) «riconoscere il conflitto». Come se una volta nominato, il conflitto, si risolva da sé fornendo pure un paio di stampelle per rimettere in piedi la sinistra.

L’impressione è che ai Wu Ming (come a molti sinistri) sia proprio il suono della parola a conquistarli. La gutturale e la ‘o’ iniziale, piena, assertiva (e chi ben comincia, si sa, è a metà dell’opera), la fricativa seguita dalla liquida che, in un cortocircuito di collegamenti semantici, fa subito Bauman, la doppia dentale sorda, volitiva, che chiude la questione come un colpo d’accetta.

Con-fli-tto. Basta evocarlo per visualizzare le piazze, i manifestanti, i blindati, un’intera scenografia emotiva e sentimentale, prima ancora che politica. Una malia che fa perdere loro di vista dettagli non secondari per avventurarsi in valutazioni che tutto sembrano fuorché oggettive. Leggo, ad esempio, che Grillo, agendo come diversivo, avrebbe rallentato i processi conflittuali in grado di produrre un reale cambiamento in Italia. Il che si può concedere. Ma due righe più in là salta fuori che «la mappa ideale storica dei movimenti planetari» (ullalà!), che, al contrario del movimento di Grillo, «non hanno paura di definirsi» e di incarnare il conflitto, sarebbe stata disegnata «alla Puerta del Sol di Madrid, il 15 maggio del 2011 dagli Indignados». Ed evidentemente c’è qualcosa che non torna riguardo alla bontà e all’efficacia di questa mappa nel produrre qualcosa di nuovo e vagamente di sinistra, se da lì a pochi mesi proprio in Spagna avrebbero mandato a casa Zapatero per eleggere Rajoy. Sulla luna come Astolfo in cerca del senno perduto della sinistra, la questione non sembra sfiorarli quasi fosse inessenziale dal punto d’osservazione in cui si trovano.

I Wu Ming mi sembrano offrire spunti di riflessione più interessanti quando si cimentano nell’analisi del ‘politicamente corretto’ come palliativo all’assenza di una proposta politica che non c’è, a sinistra come altrove. Uno strumento che affida la missione del cambiamento e, ove mai, del progresso, alla probità dei singoli individui, i cittadini come ripetono allo sfinimento i 5 stelle, intrappolati da altre parole totem. Ma il cambiamento che si va cercando non può essere ricondotto sul piano del singolo, è un problema di sistema, notano correttamente i Wu Ming, salvo omettere che il sistema oggi, almeno a livello sociale, si è corpuscolarizzato, somiglia di più alla somma di tanti ‘singoli’, diversi e divisi già all’interno dei loro gruppi di appartenenza, i blocchi sociali come li conoscevamo un tempo, che oggi sono poco più che segnaposto, contenitori per macrocatalogazioni che si completano solo apponendo una sfilza di aggettivi sempre più specie-specifici. Che è poi il problema della politica e della sinistra contemporanea.

Al termine di questa prima lettura, quando già avanza in me un senso di spaesamento e sconforto, solo in parte temperato da qualche timido spiraglio, qualche piccolo punto di contatto che non mi fa sentire del tutto estranea, io, sinistra terra terra, all’analisi dei Wu Ming, i sinistri sulla luna, ecco che incappo nei marziani rappresentati da Gianni Vattimo, il quale spinge la tesi sul riconoscimento del conflitto come denominatore comune della sinistra un po’ più in là fino a rispolverare un altro grande classico, il ritornello sull’uso legittimo della violenza. E lì perdo le staffe e per 5 minuti buoni vedo nero. Per carità, non che non si possa dire, essendo in grado di spiegare che si intende, ma Vattimo non gradisce domande del genere, trovandole indebite intromissioni nella sua libertà di usare fashionable nonsense – quelle che tecnicamente, nel gergo filosofico, si chiamano ‘stronzate’ (cfr. Frankfurt). E allora tocca rintuzzare che, invece, a me le stronzate risultano del tutto indigeste.

Sullo spessore politico della posizione di Vattimo dovrebbe mettere sull’avviso la sua biografia, che nel giro di pochi anni lo ha portato dai Ds ai Comunisti Italiani per approdare all’Idv, e testimonia plasticamente quanto abbia le idee chiare sulla propria collocazione politica e sul futuro della sinistra e quanto possa essere utile consultarlo ancora per capirci qualcosa al riguardo. Ma vorrei concentrarmi sullo spessore filosofico delle sue tesi, visto che vi fa abbondantemente ricorso quando oggi a Chiomonte e domani chissà dove va a raccogliere applausi prevedibili ma, a ben guardare, tutt’altro che meritati. In buona compagnia nel settore, ma sempre un passo al di là della ragionevolezza e del buon senso, davvero all’avanguardia in questo, sul finire degli anni ’70 Vattimo riesce a mettere insieme il pensiero debole, una filosofia prêt à porter talmente leggera che si indossa facile facile senza doverci star troppo a pensare. Che per una prospettiva filosofica non è una bella cosa, ma per un fenomeno pop funziona eccome. Nichilismo e rivoluzione, Nietzsche, Heidegger e Marx (ma soprattutto Heidegger): il mix perfetto perché qualsiasi cosa accada Vattimo possa dire ex post ‘io l’avevo detto!’.

Il segreto sta tutto nell’assumere come posizione di partenza l’esistenzialismo, una filosofia profondamente impolitica, come già notava Bobbio negli anni ’30, quando Vattimo non era ancora a calendario, e come convenne lo stesso Abbagnano, che pure agli esordi era stato un esistenzialista, ma che proprio per questa ragione ebbe ad abbandonarlo. Una filosofia che, come dice il termine, ha come oggetto esclusivo l’esistenza individuale dell’essere umano e in cui, semmai, lo sfondo nichilista sommato a un certo volontarismo di ascendenza nietzschiana si traduce in maniera coerente sul piano politico – se proprio si vuol tentare l’impresa – in una visione organicista e gerarchica della società, che si direbbe di destra più che di sinistra. E infatti Heidegger ha aderito al nazismo, sia pur senza troppo trasporto visto il suo scarso interesse per la politica, ma nemmeno per pura casualità come hanno tentato di far intendere gli interpreti, tra cui lo stesso Vattimo, in seguito. Una riabilitazione tardiva che non regge proprio a partire dall’analisi (di quel poco che si capisce) dei suoi testi filosofici che non offrono elementi per dire che fosse poi così distante dal punto di vista teorico dalle scelte di vita che mise in pratica. Tornando a Vattimo, il segreto, dicevo, è prendere una filosofia impolitica e, ove mai, tendenzialmente di destra e farla diventare la guida dell’impegno civile e politico di una non meglio specificata sinistra. Portato a termine questo primo passo decisivo verso il no sense il più è fatto.

Col che possiamo venire alle recenti dichiarazioni di Vattimo rese dinanzi al popolo dei No Tav. Dall’idea di esistenza come progetto fatta risalire ad Heidegger omettendo che per questi è innanzittutto ‘gettatezza’, ovvero cambiamento che non ha nessuna garanzia di successo, e anzi sta in partenza sotto il segno del tragico, si arriva attraverso salti logici e tripli carpiati a far intendere che tra il ‘progetto’, stavolta inteso come cambiamento positivo, e il ‘conflitto’ vi sia una qualche relazione.

Cito: «Nulla come il conflitto può innescare quel cambiamento che è progetto, sia a livello umano sia a livello sociale», o ancora «l’unica speranza risiede nella moltiplicazione dei conflitti territoriali». Affermazioni che non solo nulla hanno a che vedere con Heidegger, ma neppure con la logica e con l’evidenza dei fatti. Il conflitto genera sicuramente un cambiamento, ma non è affatto detto che sia positivo e la storia fornisce molti controesempi che smentiscono la pia speranza vattimiana. La guerra dei contadini in Russia, il biennio rosso italiano, il risentimento sociale coltivato dai reduci della prima guerra mondiale che ingrossò le fila dei primi squadristi, la repubblica di Weimer, sono tutti esempi di conflitto sociale che hanno prodotto sì cambiamenti, non in meglio però. E oggi sotto gli occhi abbiamo un nuovo caso, l’Egitto. Quando si dice che bisogna ‘riconoscere’ il conflitto spesso si intende soltanto che bisogna saperlo incanalare, sbloccare, disinnescare, ovvero che bisogna trovare modi per risolverlo. Anche perché il conflitto, quando è tale, si fa riconoscere da sé. Si tratta di escamotage linguistici a cui non bisogna dare troppo peso e che certamente non bastano a tirar fuori la sinistra dal suo grande boh. In tutti i casi citati, infatti, quest’ultima (e la politica in senso lato) il conflitto lo riconobbe eccome, ce l’aveva davanti, ma non seppe produrre soluzioni all’altezza, il che favorì qualcun altro. Oggi come allora il problema resta quello.

Ancor più incerto del passaggio da conflitto a progetto, è il concetto di ‘violenza legittima’. A cui dovrebbe seguire immediata la domanda: ‘chi decide quando la violenza è legittima? e come? facendo appello a quali criteri?’. Domanda che può essere disattesa solo finché si scelgono casi rispetto ai quali è apparentemente semplice prendere posizione, ma basta cambiare «dieta di esempi», come direbbe Wittgenstein, e pensare magari a quel che sta accadendo in Egitto per rendersi conto che la questione non è affatto accessoria né di facile soluzione. È singolare, poi, che a parlare di legittimità della violenza sia un esponente del pensiero debole (ma va detto a sua discolpa che Vattimo non è il solo), che non riconosce criterio di oggettività alcuno, manco alla scienza, figuriamoci al terreno scabro delle relazioni umane, morali e politiche. Il che dovrebbe indurre Vattimo a rispondere, coerentemente col suo sé filosofico, ‘la violenza è legittima quando lo dico io’. Un po’ come Giucas Casella, che insomma non è proprio il massimo per un buon ragionamento filosofico.

Tirando le somme, la conclusione coerente del ragionamento di Vattimo ci consegna una situazione – il potenziale bellum omnium contra omnes che si innesca a partire dal concetto di violenza legittima ‘quando lo dico io’ moltiplicati per quanti siamo – che ci riporta esattamente al punto di partenza della riflessione di Hobbes, il padre della filosofia politica e di quella linea di pensiero che da lui va a Locke, Rousseau, Kant, giù fino a Bobbio. Linea di pensiero che né Heidegger né Vattimo hanno mai troppo amato e frequentato, ma da cui pure bisogna passare per prendere dimestichezza col significato delle parole in politica. Quel che il vecchio Hobbes venerando e terribile avrebbe ancora da insegnare, ad esempio, è che non soltanto il conflitto di per sé non fa progetto, ma non fa manco sinistra. Rappresenta piuttosto una condizione e una possibilità permanente della convivenza umana: porvi rimedio, per l’appunto, la ragion d’essere della politica tout court. Ogni forza che, con un po’ di sale in zucca, si colloca su questa scacchiera non può non tenerne conto (e si spera che la sinistra abbia gli strumenti per farlo meglio delle altre). Nessuna, però, può sensatamente proporlo come marchio d’identità, a meno di non voler platealmente rinunciare al suo mestiere, che rimane pur sempre quello di comporre il conflitto, possibilmente seguendo la propria ricetta. E la domanda allora è: qual è oggi la ricetta della sinistra? Se non abbiamo risposte a questo interrogativo il discorso sul conflitto diventa pura retorica, come quello sulla pacificazione che vorrebbe emendare.

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