Il surfista migliore è quello che si diverte

La meta delle vacanze era stata scelta col dichiarato obiettivo di imparare a stare in piedi su una longboard.

L’anno scorso, durante gli ultimi 150 km lungo la strada che mi portava per la prima volta a Biarritz – San Sebastián, due pensieri ingombravano la mia mente.

Il primo era: dove cavolo siamo?

Stavamo valicando i Pirenei e mi sembrava di essere in una terra aliena.

Il paesaggio era una commistione perfetta tra altipiani alpini e vegetazione amazzonica.

Non riuscivo a credere che in poco meno di due ore di macchina avrei visto il mare.

Il secondo pensiero era: che genere di invasati della tavola incontrerò?

La meta delle vacanze era stata scelta col dichiarato obiettivo di imparare a stare in piedi su una longboard.

E quale miglior posto se non il lembo di terra che va da Capbreton a San Sebastián (Donostia, Euskal Herria)?

(Per i turisti, come noi: non siete in Spagna, non siete in Francia. Siete nei Paesi Baschi. Nella regione della Capitale Europea del Surf, Biarritz; anzi: Miarritze, Euskal Herria).

Tornando alla tipologia di malati del surf, le opzioni che mi immaginavo erano conseguenza diretta della cinematografia da spiaggia che ho sempre amato.

Si andava dal fattone post-hippie à la Kunu di Forgetting Sarah Marshall, al ribelle criminale per necessità (surfistica) tipo Bodhi; al nazi surfer tipo Tenente Colonello Bill Kilgore.

Beh, riguardo ai fattoni post-hippie: scordateveli.

O meglio: la filosofia del vivere in comunità, pacificamente e a contatto con la natura è intrinseca al surf.

Ma lo è da ben prima delle rivoluzioni pop giovanilistiche dell’America sessantottina, come spiega perfettamente Big Wednesday.

Ma le canne e la fattanza – vi piaccia o no – non fanno per i veri surfisti.

L’oceano non sarà mai sufficientemente comprensivo da permettervi di scendere in acqua se non totalmente sobri, consci dei pericoli e fisicamente allenati.

Anche di psicopatici pronti a bombardare l’acqua per far salire onde come si deve, non ne ho incontrati.

Ma riguardo al tipo antropologico à la Bodhi, beh, se ne può discutere.

Nel senso che, ovviamente, un tizio disposto a rapinare banche e rischiare regolarmente la vita pur di avere di che surfare è affetto da qualche grave ossessione compulsiva da curare.

E non è così che un surfista, per quanto appassionato, è disposto a vivere.

Non incontrerete nessun Bodhi sulle spiaggie di Hossegor.

Ma, allo stesso tempo, bisogna ammettere che per chi ha provato almeno una volta a camminare sulle acque, le sue scelte non risultano – tutto sommato – così incomprensibili; la sua ossessione è in fondo condivisibile.

Tredici mesi fa, non avrei mai pensato di scrivere un articolo di questo tipo.

Tutte quelle pagliacciate mistiche, pseudo buddhiste sull’energia universale, sul sentirsi parte dell’intero mi facevano abbastanza ribrezzo.

Andate a lavorare, stronzi.

Poi, il primo giorno di vacanze, abbiamo noleggiato tavole e coach.

Le lezioni per aspiranti surfisti, da quelle parti, iniziano sempre come una buona mezz’ora di predica sulla ferocia dell’oceano. Su quanto possa essere spietato e di come sia necessario temerlo.

Segue un’altra mezz’ora di stretching, corse sulla spiaggia, rudimenti di tecniche respiratorie, sgombero della mente.

Altri venti minuti di allenamento a secco, appoggiati sulle tavole a tentare di capire quali siano le movenze giuste per alzarsi e stare in piedi come dio comanda.

E poi si va in acqua.

Si va in acqua se c’è il sole.

Si va in acqua se piove forte.

Si va in acqua sempre, a parte quando non soffia un alito di vento o quando ne soffia talmente tanto che saresti disposto a  immergerti solo se, per l’appunto, l’alternativa fosse la galera e avessi Keanu Reeves alle calcagna.

Per chi ha la fortuna, come l’ho avuta io, di riuscire a conquistare la posizione eretta sulla tavola già dalla prima lezione, il destino è segnato.

Capisci subito di essere disposto a fare una fatica indescrivibile e a sopportare frustrazioni di ogni tipo, pur di poterlo fare di nuovo.

Anzi, capisci subito di essere disposto a fare più o meno qualsiasi cosa, pur di poterlo fare di nuovo.

A dire il vero, questo è quasi sempre l’effetto che il surf ha su chiunque riesca a conquistare la posizione eretta sulla tavola almeno una volta nella vita.

E diventa, da quel momento, una questione dannatamente difficile da spiegare – senza risultare dei completi rincoglioniti – a chi non lo abbia mai fatto.

Ricordate, da bambini, quando in piscina si giocava a resiste il più possibile sott’acqua? Non è la stessa cosa. Restare intrappolati nella zona d’impatto è ben diverso dal trattenere il respiro dentro una piscina. In primo luogo: è impossibile risalire: stai rotolando sul fondo, rimbalzi, fai capriole, ti senti sbatacchiare e girare da ogni parte. L’oceano ti riempie le cavità nasali di acqua gelida e salata. E il problema non è quanto a lungo riesci a trattenere il respiro; il problema è capire se riuscirai a trattenerlo quanto basta perché l’onda ti consenta di risalire, perché in caso contrario… anneghi. E questo non è che l’inizio dei tuoi guai, perché le onde non si presentano mica da sole, alle feste: vengono in compagnia. Le onde tendono ad arrivare a gruppi, quasi sempre di tre, ma certe volte anche di quattro, e se vogliono fare le cose sul serio sono capaci di presentarsi in sei. Così, anche se riesci a cavartela con la prima, rischi di avere solo il tempo di prendere una boccata d’aria prima che la seconda ti prenda in pieno, poi la terza e così via, fin quando non affoghi. Detto in soldoni, se non riesci a tirarti fuori dalla zona d’impatto entro la terza onda, tempo una settimana circa i tuoi amici organizzeranno una bella pagaiata di suffragio. Si piazzeranno in cerchio sulle loro tavole, ricordandoti con affetto, cantando magari un paio di canzoni, gettando sicuramente un lei floreale sulle onde. Il che è molto cool, ma tu non potrai essere lì a godertelo perché sarai morto. Sunny è nella Centrifuga, che la fa rotolare a gambe all’aria in mille capriole fino a farle perdere l’orientamento. Ecco uno dei tanti pericoli della zona d’impatto: perdere coscienza dell’alto e del basso. Il rischio, quando l’onda si decide a mollare la presa, è quello di centellinare l’ultima boccata d’aria in vista dell’imminente riemersione e ritrovarsi a colpire una roccia o un banco di sabbia. E a quel punto, a meno di non essere particolarmente esperti, l’istinto è quello di aprire la bocca e respirare sott’acqua. Oppure, magari, c’è già un’altra onda sopra di te. Comunque sia, l’hai presa nel culo. Resta lucida, si dice Sunny in quel marasma, resta lucida e te la caverai. È tutta la vita che ti alleni per un istante del genere. L’esperienza ce l’hai. Tutte quelle mattine a camminare sott’acqua con grossi sassi tra le mani. A tuffarsi fino a raggiungere le ceste per aragoste e reggersi alla corda fin quando i polmoni non stanno per scoppiare, e a quel punto resistere un altro po’. Si sente strattonare verso l’alto e capisce che la tavola è emersa in superficie. A mo’ di lapide, dicono i surfisti. Dave sarà già sul posto, proprio in attesa di veder riemergere la tavola. Sta arrivando. Sunny si costringe a fare una flessione in avanti, non tanto per liberare il laccio, quanto per assorbire il colpo con le spalle, casomai toccasse il fondo. Perché se picchia la testa finisce per spezzarsi l’osso del collo. Difatti il fondo lo colpisce, ma con le spalle. L’onda la fa capitombolare tre o quattro volte – Sunny perde il conto – ma poi la lascia andare. Sunny si spinge verso l’alto, sbuca alla superficie e inspira una profonda, fantastica boccata d’aria.

[…]

Sunny ora è in un ottimo punto. Sopra di lei, un elicottero si abbassa: là dentro ci sono cineoperatori, lo sa benissimo, pronti a immortalare la sua cavalcata. Se ce la faccio, pensa issandosi in ginocchio, pronta a mettersi in posizione. Se, col cazzo. Non esistono se. Poi smette di pensare. La prua della tavola si abbassa all’improvviso, e Sunny si spinge in piedi, salda in posizione coi muscoli dei polpacci ben tesi. Il tempo sembra fermarsi, nell’istante in cui lei resta come sospesa alla sommità dell’onda. Sono in ritardo, pensa. Ho sbagliato. Poi…la tavola va giù di colpo. Sunny si sporge verso destra, quanto basta per mantenere la traiettoria e non finire dentro l’onda e rimediare un’orribile caduta. Allarga le braccia per mantenere l’equilibrio, piega le ginocchia per acquistare velocità, poi via, giù per quell’onda gigantesca, i capelli che le volano alle spalle, i piedi che si spostano di un’inezia sulla destra per entrare più in alto nell’onda e poi precipitare all’indietro con rapidità incredibile. Troppo veloce. La tavola s’impenna e si solleva dall’acqua e Sunny resta a mezz’aria per un secondo, con la tavola trenta centimetri buoni sotto di lei. Vi atterra sopra, perdendo l’equilibrio e spostandosi di traverso, a testa in avanti contro la faccia dell’onda. La folla sulla spiaggia attacca a gemere. Butta davvero male. Sunny si sente quasi alla frutta. La sua grossa opportunità le sta scappando di mano. Poi si getta bruscamente sulla sinistra, si accovaccia sulla tavola e si raddrizza proprio mentre la cresta dell’onda inizia a scendere. E… e si ritrova nella green room, completamente all’interno dell’onda. Non c’è altro, soltanto lei e l’onda, lei dentro l’onda, la sua onda, la sua vita. Chi osserva dalla spiaggia la perde di vista. Tutti quanti trattengono il respiro perché vedono solo l’onda, con quella ragazza così coraggiosa che è là dentro da qualche parte, e vogliono proprio vedere se riuscirà a uscirne fuori. Poi una scarica di schiuma esplode da un lato del tubo e la donna schizza fuori, ancora in piedi, la mano sinistra che tocca la parte posteriore dell’onda. E la folla si lancia in un ululato collettivo.

da La pattuglia dell’alba, Don Winslow.

Se c’è qualcosa di meglio che surfare e parlare di surf, è surfare e parlare di surf con una donna appassionata di surf.  Suona scontato ma è così.

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1 Comment

  • Temo di non aver colto il senso dell’infinito tappeto di parole di questo articolo

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