La maledizione delle città d’arte

Il turista diventa un collezionista di monumenti celebri di cui nulla sa, visti frettolosamente, fotografati e postati in tempo reale sui social network, semplici trofei esibiti ad amici virtuali.

Una maledizione grava sulle città d’arte.

Se i ritmi forsennati, tipici della moderna società consumistica occidentale, avevano posto in sofferenza la vecchia consuetudine vacanziera del lungo periodo stanziale nel medesimo luogo di villeggiatura, l’infinito periodo di crisi economica globale che stiamo vivendo ha inferto il colpo di grazia alla classica concezione di vacanza.

Le limitate disponibilità economiche unite alle odierne dinamiche del turismo di massa, incentrato sul “mordi e fuggi” che non consente la piena fruizione e assimilazione della storia, della cultura e delle usanze dei luoghi visitati, portano prevalentemente a vacanze basate su brevi soggiorni, non superiori a uno o due pernottamenti; il turista diventa un collezionista di monumenti celebri di cui nulla sa, visti frettolosamente, fotografati e postati in tempo reale sui social network, semplici trofei esibiti ad amici virtuali.

C’era un tempo in cui il viaggio era un processo formativo che portava alla crescita dell’individuo, oggi invece si tende a escludere l’apprendimento. Ecco che in questo contesto le città d’arte si trovano loro malgrado identificate, nell’impoverito immaginario visuale del turista medio, d un singolo monumento catalizzatore di ogni attenzione di tutti quei forzati della vacanza breve, dove Ferrara è identificata da palazzo dei Diamanti, Modena dalla Ghirlandina, Bologna dalle due torri, Urbino dal Palazzo Ducale e via di seguito.

Sarebbe sufficiente accantonare, anche solo per poche ore, la frenesia del monumento globalizzato per poter riscoprire e godere di gemme artistiche trascurate dai circuiti del turismo di massa, ma non per questo meno cariche di fascino.

Prendiamo Siena, che è ben più di piazza del Campo e dello storico palio che qui si disputa. Varcando porta Tufi e percorrendo la strada in salita intitolata all’umanista Andrea Mattioli (1501 – 1578), dopo una breve e rilassante passeggiata si giungerebbe al prato di S. Agostino, delimitato a sud dall’omonima imponente chiesa ridisegnata nella prima metà del ‘700 da Luigi Vanvitelli. Accanto a essa tanti altri piccoli tesori: l’Accademia dei Fisiocritici, il museo di storia naturale e l’Orto Botanico, ospitati nell’ex monastero dei Camaldolesi.

Qui, all’interno della chiesa sconsacrata, si trova la cosiddetta Sala Rosa dell’università degli studi di Siena, eccellente esempio di recupero dello spazio urbano: confortevole quanto suggestiva sala studio, i locali accolgono diverse iniziative culturali e artistiche ospitando concerti di musica classica e attività espositive.

Fino al 31 agosto sarà possibile ammirare Quel che resta, istallazione di Ignazio Fresu carica di significati: cataste di libri polverosi occupano gli altari, abbandonati come fossero oggetti inutili e privi di valore nell’epoca degli smartphone e della connessione perenne, dove è radicata la credenza che ciò che non si trova su Google non esista. Accanto all’opera di Fresu, in parete fino al 23 agosto ci sarà la mostra fotografica Cappuccetto Rosso contro Barbablù di Luna Malaguti e Emiliano Rinaldi, moderna riflessione sulle fiabe classiche tra tradizione e immaginario mediatico.

All’uscita da questo luogo magico potrete raggiungere in pochi minuti il duomo o piazza del Campo, ma difficilmente riprenderete i cliché del turista medio perché avrete la consapevolezza di come spesso siano le piccole cose poco conosciute a regalare maggiore appagamento intellettuale.

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