Leftover women: il caso delle Shengnu

Shèngnǚ, “donne-avanzi”, è un termine spregiativo che veicola il significato di “donna sui trent’anni di età, non ancora sposata”

Shèngnǚ (d’ora in avanti senza segni diacritici), “donne-avanzi” o “donne in surplus”, è un termine spregiativo relativamente nuovo del vocabolario cinese che veicola il significato di “donna sui trent’anni di età, non ancora sposata”, oppure di “donna in carriera, di successo, rimasta nubile”.

Secondo quanto riporta l’americana Leta Hong Fincher del New York Times, il riconoscimento dell’esistenza del neologismo Shengnu (“Leftover women” in inglese) nel vocabolario del cinese mandarino contemporaneo risale al 2007 con la pubblicazione in quell’anno del “Rapporto sulla situazione linguistica in Cina” da parte del Ministero dell’Educazione cinese.

Il Consiglio di Stato cinese, sempre nel 2007, aveva pubblicato i punti del “Programma di pianificazione della Popolazione e della Famiglia”, con i quali si prefiggeva di “innalzare il livello di qualità della popolazione” minacciata dallo squilibrio tra neonati di genere maschile e femminile.

La “Federazione delle donne”, un’entità creata dal Partito Comunista Cinese nel 1949 “a difesa dei diritti e degli interessi delle donne” pubblicò, poco dopo l’8 marzo 2011, un articolo piuttosto duro nei confronti delle Shengnu:

Le belle ragazze non hanno bisogno di fare un lungo percorso di formazione per sposarsi e legarsi a una famiglia ricca e potente, ma per le ragazze brutte o passabili sarà più difficile [senza istruzione]. Questi tipi di ragazze sperano di allungare il loro percorso di formazione al fine di accrescere la loro competitività. La tragedia è che non capiscono che mano a mano che le donne invecchiano risultano sempre meno convenienti; in questo modo, quando esse avranno preso la loro laurea o il loro dottorato si ritroveranno già vecchie, come perle ingiallite.

Colpisce il tono sprezzante con cui viene trattato il problema “leftover women”, ma soprattutto che ciò accada nonostante i dati forniti dalle Nazioni Unite sul matrimonio nel mondo. Secondo queste rilevazioni infatti, meno del 5% delle donne cinesi sono nubili. Se si pensa che a Singapore o negli Stati Uniti la stessa percentuale sale al 25%, in Giappone al 35% fino a sfiorare quota 50 nel Regno Unito, l’entità del problema si ridimensiona in modo sensibile.

Eppure sono pochi in Cina a dormire sonni tranquilli. Chen, intervistata da BBC, lavora per una società di consulenza per gli investimenti ed è un esempio perfetto di Shengnu. È single e vive a Pechino, lontana dai suoi genitori che vivono invece in una città più chiusa del Sud della Cina e che si vergognano di avere una figlia di 38 anni ancora non sposata: “non vogliono portarmi in giro con loro perché temono che gli altri vengano a sapere che hanno un figlia così vecchia ma ancora nubile”.

La dottoressa Sandy To (clicca qui per vedere la presentazione), sociologa dell’Università di Cambridge, sostiene che molte donne non sposate vorrebbero in realtà seguire la via tradizionale del matrimonio ma che, a causa dei loro raggiungimenti professionali talvolta anche molto prestigiosi, vengono preferite a donne meno istruite, meno orientate alla carriera di loro. Per questo non possono certo incolpare loro stesse di essere rimaste come “avanzi” o come “donne surplus” visto che sono loro stesse a essere rifiutate per prime dagli uomini.

Una 29enne cinese amministratrice di fondi con un master conseguito in Inghilterra racconta di un potenziale pretendente che si è tirato indietro perché “sentiva che avrebbe dovuto fare un grande sforzo per controllarmi, così ha scelto qualcun’altra più facile da gestire”.

I documenti della “Indagine sulla situazione matrimoniale in Cina” del 2011 rivelano alcune interessanti novità a proposito delle ragazze (e dei ragazzi) cinesi quasi o poco più che trentenni. Il 45% circa degli intervistati si dice preoccupato del matrimonio, in particolare in questo momento storico in cui una coppia su cinque in Cina si separa attraverso il divorzio; un ulteriore 42% è preoccupato per la propria libertà personale; il 37,5% è dubbioso sulla propria capacità di addossarsi responsabilità familiari e il 31% ha dei timori riguardanti la futura abitazione.

D’altra parte è interessante notare che, mentre il 90% degli uomini pensa che il fenomeno “donne-avanzi” o “donne in surplus” colpisca le ragazze soprattutto dai 27 anni in su, esiste un 10% di uomini che non lo pensa affatto; un 10% che è più o meno la stessa percentuale delle donne ancora in cerca di marito dopo quell’età.

La Cina del 2013 rispecchia a livello sociale lo sviluppo che l’ha portata nel giro di trent’anni a essere la seconda potenza economica del mondo. Mentre le condizioni di estrema povertà della Cina dei primi anni ’80 rendevano il matrimonio un requisito indispensabile per accedere all’indipendenza del mondo adulto, oggi le giovani donne cinesi sono sottoposte a pressioni sociali che pretendono di mantenere viva la tradizione di una società patriarcale ormai in decadenza, nonostante esse abbiano in molti casi i mezzi intellettuali ed economici per sostentarsi in modo autonomo.

Resta solo da comprendere se la spinta verso l’individualismo, endemica alla società capitalista, renderà più felici i cittadini della Cina del futuro, o se questa non determinerà piuttosto lo sfibrarsi e il dissolversi della rete sociale cinese, come sempre più accade tra le opulente nazioni dell’Occidente post-capitalista.

[per gentile concessione di Vittorio Tovoli, tratto dal suo blog sull’attualità cinese L’Ultima Cina]

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