[Love Talking] In difesa di Robin Thicke

Quando Jimmy Fallon e i Roots coverizzano una canzone utilizzando kazoo, xilofoni e chitarre da orchestrina scolastica, puoi stare certo che quel pezzo è già una hit.

Quando Jimmy Fallon e i Roots coverizzano una canzone utilizzando kazoo, xilofoni e chitarre da orchestrina scolastica, puoi stare certo che quel pezzo è già una hit.

È successo l’anno scorso per Call me maybe, e il simpatico siparietto si è ripetuto quest’estate per Blurred Lines, di Robin Thicke.

Lo sketch del Late Night ha incoronato in modo definitivo la canzone in questione come il tormentone dell’estate, a scapito di altri singolissimi, come quello dei Daft Punk, Avicii, David Guetta, Icona Pop o Macklemore.

Cos’ha in più, rispetto alle opere di questi rispettabilissimi concorrenti, la canzone di Mr. Thicke?

Oltre a basso e ritmica da paura made in Neptunes, s’intende.

Beh, ad esempio, l’aver scatenato inesauribili dibattiti femministi, su ogni blog o magazine del pianeta.

Ha iniziato Bertie Brandes, su Vice, bollando il video come una “stronzata sessista”; hanno proseguito le guru femministe americane Tricia Romano e Lisa Huynh definendo il testo “rapey” (che potremmo tradurre come “incitante allo stupro”) e ha – per ora – concluso la polemica il vegano più famoso al mondo, affermando che video e canzone sono un “chiaro caso di misoginia”.

Ora, chi segue questa rubrica dai suoi albori non può certo aspettarsi che mi accodi a questa schiera di illustri maître à penser.

E infatti non lo farò.

Per essere più precisi, mi piacerebbe tentare di fare chiarezza su quanto di giusto ci sia in queste osservazioni e quanto di dannatamente fuori di senno.

Iniziamo distinguendo due livelli di critica.

Alcune – come quella della Brendes e, in parte, quella di Moby – si concentrano sul video; altre sul testo della canzone.

Partiamo dalle prime.

C’è bisogno che stia a descrivervi per l’ennesima volta cosa si vede nella clip?

Credo di no, ma lo farò lo stesso.

L’idea di base della regista era che Thicke, Pharrell e T.I. cantassero e ballassero circondati da bellissime ragazze.

Su questo punto, Diane Martel ha fatto centro.

In effetti, i tre bad boys se la cantano e se la suonano mentre tre modelle (una americana e due polacche) s’impiegano in varie attività.

Una va in bicicletta e insegue Robin con un siringone. Una balla in modo sufficientemente scoordinato da risultare ridicola e quando capita accarezza un agnellino. Una tiene il tempo facendo headbanging e prende a pedate in faccia Mr. Thicke.

Cosa ha mandato su tutte le furie le femministe di mezzo mondo?

Il fatto che le ragazze siano in topless e i maschietti vestiti di tutto punto.

Avere ragazze nude che ti ballano vicino, mentre stai swaggando appoggiato al muro, è mercificare la donna, renderla oggetto, dicono.

Okay.

Okay, davvero.

Anche se in dieci secondi potrei raccogliere un esercito di donne pronte ad assicurarvi che starsene nude accanto ad un uomo vestito è una cosa estremamente sexy e piacevole, mi rendo conto che – in alcune circostanze – la faccenda potrebbe risultare un filo maschilista.

Insomma, è una battaglia impari – a livello intimo – nudità vs. completo Marc Jacobs.

Posso riconoscerlo.

Ma, a mio parere, non basta un belloccio incravattato affiancato a una ragazza in mutande, per consentirci di parlare di sessismo.

Ci crediate o no, sono un’anima sensibile quando si parla di discriminazione.

Non la tollero, di qualsiasi tipo essa sia.

Però questo concetto (discriminazione) per come me lo hanno spiegato da bambino le varie figure educatrici che mi hanno avuto in cura – tra cui, purtroppo, nessuna lesbica femminista, al contrario di Moby – ne implica un altro, strettissimo parente: sopraffazione.

Se si parla di sessismo, poi, c’è un altro fattore che spesso entra in gioco.

Cioè la trivialità.

Ora, magari la mia visione di sessismo è sbagliata.

O parziale.

Ma, stando ad essa, posso dire che il video di Robin Thicke, pur non essendo una rappresentazione cristallina del politicamente corretto, di sessista ha ben poco.

Non vedo sopraffazione: Pharrell, Thicke e T.I. non sfiorano mai le ragazze, se non per spazzolargli le chiome.

Non le costringono ad assistere o a prendere parte ad oscenità.

Non hanno atteggiamenti di prevaricazione.

Si fanno strattonare, prendere a calci e ballano davanti a loro.

Questo è quanto.

Riguardo alla volgarità, beh, qui si entra nel gusto personale.

Per me ci sono tre bei fighi vestiti da dio e tre ragazze talmente belle, sexy e genuine che la volgarità manco sanno dove stia di casa.

Altra cosa che mi spinge a considerare il tono del video abbastanza ironico è la scritta finale.

A meno che non si voglia pensare che Robin Thicke sia così sprovveduto da non sapere che il 100% dei maschi che vantano pubblicamente misure abbondanti e performance sessuali da martello pneumatico siano in realtà degli insicuri cronici senza alcun talento amatorio, direi che quell’inneggiare alle proprie dimensioni falliche sia un’affermazione abbastanza canzonatoria.

(Sull’ipotesi della sprovvedutezza di Mr. Thicke – figlio del genitore in blue jeans Alan Thicke – non mi soffermerei. È uomo di ottima educazione e cultura, del genere che ti diventa famoso piazzando un’interpolazione di Beethoven nella sua prima hit da cantante).

Ad ogni buon conto, come già in parte accennato, posso capire alcuni fastidi da parte di un certo tipo di femministe, davanti ad un video come questo.

Prima di subissare questo post di minacce di morte, però, le inviterei a visionare queste opere figurative/visive rappresentanti situazioni del tutto analoghe a quella del video in questione, ma che mai hanno sollevato polemiche di tal guisa o che, se lo hanno fatto, è stato solo per essere poi unanimemente riconosciute come capolavori artistici.

 

 

(Quando parlavo di capolavori unanimemente riconosciuti mi riferivo ovviamente a Mi chico latino).

Ora, se avete un altro paio d’ore, vorrei passare all’analisi delle critiche – davvero insensate – intorno al testo della canzone, non solo definito sessista ma addirittura incitante allo stupro.

Di cosa si parla nella canzone?

Per un’esegesi esaustiva, vi consiglio questo fantastico sito.

Se volete una versione stringata della questione: le blurred lines sono gli atteggiamenti equivoci che certe donne hanno, quando flirtano con gli uomini.

Del tipo “vorrei ma non posso”; del genere: prima ti accarezzo i capelli, poi faccio la scostante, poi ti apro la porta in mutande, poi ti guardo come se fossi un maiale quando ti avvicini, poi ti ballo a fianco strusciandomi.

Penso si possa affermare, al di là di ogni ipocrisia, che è una comportamento che milioni di uomini hanno subito e milioni di donne attuato (dal blog di una femminista, 34esim riga).

Lisa Huynh, una delle prime a descrivere la canzone come “rapey”, sul suo blog scrive:

“La maggior parte della canzone vede il cantante R&B mormorare all’infinito nell’orecchio della ragazza I know you want it. Chiamatemi cinica, ma quella frase non rispecchia esattamente il concetto di consensualità dell’atto sessuale”.

Cosa? A casa mia, qualcuno che ti dice “So che lo vuoi” è probabilmente parecchio arrogante e sicuramente presuntuoso nel credere che tu davvero voglia qualcosa da lui/lei. Ma niente, nella frase “So che lo vuoi”, suggerisce necessariamente “So che lo vuoi e ti costringerò ad averlo”. O “Ho fatto sesso con te mentre gridavi aiuto e cercavi di andartene, ma so che in realtà lo volevi”. Certo, “So che lo vuoi” potrebbe essere una frase di uno stupratore. Esattamente come “Ti va di andare al cinema, stasera?”.

Scorrendo il resto delle liriche arriviamo, verso la fine del ritornello, a:

The way you grab me
must wanna get nasty
go ahead and get at me

e, alla fine del rap di T.I. a:

So I’m just watchin’ and waitin’
for you to salute the truly pimpin’

Cinque versi che, in modo abbastanza evidente, mettono la palla nel campo della ragazza, invitandola a prendere l’iniziativa.

Ma la parte più interessante è forse rappresentata dalla prima strofa:

Ok, now he was close
Tried to domesticate you
But you’re an animal
Baby, it’s in your nature
Just let me liberate you
You don’t need no papers
That man is not your maker
And that’s why I’m gon’ take a
Good girl

L’interpretazione arbitraria e totalmente soggettiva è forse la cosa più bella di tutto ciò che è definibile come arte (e questa, signori, lo è).

Ma, davvero, faccio fatica a capire interpretazioni divergenti da quella fornita dallo stesso Thicke: quello che parla è un uomo che riceve segnali contradditori da una donna e che la esorta a vivere liberamente le proprie pulsioni, senza sentirsi in dovere di recitare la parte della “brava ragazza” solo perché accompagnata da un ceffo che si atteggia a suo proprietario.

È il solito discorso – che ho sempre condiviso – del “perché se una donna bacia un altro è una troia e se lo fa un uomo è un ganzo?”.

Roba che di sessista ha ben poco, mi pare.

Anzi.

Insomma: si atteggia a cazzone, il buon Thicke, quando afferma di poter “liberare” la ragazza? Sì. Ma la sta forzando a fare qualcosa contro la sua volontà? No. È  ipotizzabile che una donna si possa sentire coinvolta o eccitata dalla prospettiva di ottenere ciò che Thicke le sta esplicitamente offrendo? Assolutamente sì. È tutto ciò, dunque, riconducibile alla sfera del divertimento, del sesso più o meno torbido tra adulti consenzienti? Direi di sì.

Ultima domanda: perché mi sono preso la briga di scrivere un post chilometrico su una cazzate di tale entità?

Beh, innanzitutto perché è il 17 agosto e ho un mare di tempo libero.

E poi perché ciò che ha detto Moby nell’intervista sopra linkata è vero: la misoginia, la discriminazione e il sessismo sono prepotentemente tornati nella cultura pop.

Ma proprio per questo, proprio perché il pericolo di una deriva pop-sessista-razzista è reale, è necessario saper distinguere cosa è realmente degno di indignazione (esempi a caso: Sizzla & Beenie Man che incitano alla violenza contro i gay; Rick Ross e Tyler, The Creator che inneggiano allo stupro) da ciò che non lo è.

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2 Comments

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