Make some fuckin’ noise – Lollapalooza 2013 (VOL. II)

Ad aprile, i biglietti per la giornata di sabato furono venduti tutti 20 minuti dopo l’apertura delle vendite online, perciò io e Mr. Testa abbiamo la possibilità di goderci un giorno di sano turismo standard in giro per Chicago e ricaricare le batterie, con la consapevolezza di perderci solo la giornata total indie-folk

Sabato

Ad aprile, i biglietti per la giornata di sabato furono venduti tutti 20 minuti dopo l’apertura delle vendite online, perciò io e Mr. Testa abbiamo la possibilità di goderci un giorno di sano turismo standard in giro per Chicago e ricaricare le batterie, con la consapevolezza di perderci solo la giornata total indie-folk: sugli scudi The National, Lumineers, Mumford & Sons e The Postal Service. Che angoscia. (In realtà The National sono una band abbastanza seria.) Azealia Banks, che doveva essere una degli headliner, ha dato forfait per via di un’infezione alla gola, mentre i Death Grips hanno tirato il pacco in grande stile, senza nemmeno inventarsi una scusa.

In sostanza, vinciamo alla lotteria decidendo di unirci al block party di Edgewater. La via principale del quartiere è stata chiusa al traffico, sono state allestiti bar e bancarelle, un nonno latinoamericano fa impazzire di gioia i monelli di Edgewater lanciando in aria un gigantesco palloncino-boomerang a forma di fallo e alle estremità della strada si trovano due palchi. Sul primo ha luogo una squallida sfida al karaoke, mentre sull’altro si trova la migliore band da festa di tutti i tempi: Rod Tuffcurls and the Bench Press. Quattro ragazzi di 25 anni vestiti come George Michael nel video di Wake me up before you go-go, su cui non scommetteresti un centesimo, si rivelano avere una tecnica sopraffina e un gusto per gli arrangiamenti pop degno di Brian Wilson. In più di 2 ore di concerto, inanellano una cinquantina di classici, surfando su 50 anni di musica leggera come se fosse uno scherzo, dai Beatles a Robin Thicke. Memorabile l’interpretazione in falsetto di Nothing compares to you. Ricordatevi di loro per la vostra prossima festa di nozze. (Voto: 8)

Domenica

La giornata di domenica è benedetta da un clima primaverile paradisiaco, con quel venticello fresco che quando ti accarezza è come un bacio di mamma. Sempre più preparati per quel che riguarda il cibo statunitense, questa volta io e Mr. Testa troviamo una fantastica bancarella vegana e a pranzo stiamo leggeri con una specie di veggie kebab, che fa schifo, ma almeno non ti uccide. Una perquisizione molto più spietata rispetto a quella di due giorni prima ha privato Mr. Testa della sua mela rossa rubata in ostello dal buffet della colazione, mentre il sottoscritto ha pagato profumatamente la guardia all’ingresso per tenere la propria. Allora Mr. Testa, dopo aver bestemmiato tutte le santità e avermi accusato di essere un maiale, si lancia nell’acquisto di una pesca per un dollaro dalla bancarella frutta e verdura (quella esplicitamente pensata per gli hippie più integralisti). (Questi dettagli inutili dovrebbero assicurarvi che tutto quello che vi sto raccontando non è frutto di semplici ricerche su Youtube e Wikipedia.)

Giusto per spezzare il ritmo. Si intravede anche la Testa di Mr. Testa. (Foto mia e si vede)
Giusto per spezzare il ritmo. Si intravede anche la Testa di Mr. Testa. (Foto mia e si vede)

Dopo tutte queste amenità bucoliche, ci dirigiamo senza indugi all’ingresso dell’inferno, ovvero al Perry’s, dove sta mettendo su i dischi un misconosciuto dj di Chicago che si fa chiamare Stratus. Stratus fa la solita electro-house che soddisfa, caratterizzata da una parte di canzone più o meno tranquilla (magari melodica) e una parte in cui sembra che il mondo stia per finire, dove lo spettro di frequenze viene occupato solo alle estremità udibili dall’orecchio umano. Bene, la peculiarità di Stratus è di calcare la mano sui bassi, giusto per usare un eufemismo. Quando fa sul serio, il timpano e la membrana dello stomaco dello spettatore vanno in risonanza con i sub-woofer giganteschi che contornano lo stage del Perry come colonne di un tempio greco e vi posso giurare che la terra trema: i sassolini ai nostri piedi ballano come i pochi tamarri che alle 12:30 sono già pronti a fare baldoria. Tra questi, vi è un gruppo caratteristico che rappresenta il paradigma dei cazzoni nazionalisti citati all’inizio del report di Venerdì: quattro ragazzoni, due obesi e due palestrati, tra cui spiccano due figure su tutte: uno è un polpettone di 120 chili che indossa una maglietta raffigurante una cartina stilizzata degli USA accompagnata dalla didascalia “Running the world since 1776” (ovvero all’incirca “Al comando del mondo dal 1776”), mentre l’altro è un palestrato a torso nudo con i Ray-ban a specchio, un catenone d’oro rubato alla nonnina e i boxer a stelle e strisce (forse è Capitan America in ferie). Come se non bastasse, si aggiunge alla festa un altro patriota con la bandiera americana a mo’ di mantello, il quale viene immediatamente festeggiato dai compagni come se avessero fatto le elementari insieme. Che grande paese. (Voto: 6,5 a Stratus, 8 ai cazzoni)

Tralascio i commenti sull’ennesima “next big thing” britannica, i Palma Violets, autori di un garage-punk rock senza sorprese che trovano moltissimo seguito anche oltreoceano. Idem con patate per quanto riguarda Jake Bugg, un cantante inglese di 19 anni innamorato del country old-school che manda in solluchero la porzione di pubblico più tradizionalista del festival.

Non può invece essere trascurato l’intervento di Angel Haze, una rapper magrissima e dal flow indemoniato, che si preannuncia già erede delle varie Nicki Minaj e Azealia Banks. Le casse del Perry’s rendono le basi molto più violente di quelle udibili su Youtube e fanno sì che tutti i gangster presenti allo spettacolo si innamorino immediatamente di lei. La quale, tra l’altro, si definisce pansessuale. (Voto: 7)

Ci spostiamo rapidamente, però, per non perderci l’inizio dello show di Alex Clare, il soul-man pel di carota migliore del mondo.  Con il suo immancabile basco, il cantante inglese ci rifila una prestazione da fuoriclasse, che coniuga la sua voce da rimorchiatore tenero alle basi testosteroniche prodotte dai Major Lazer. Il risultato è un pop di qualità che muove e fa innamorare. (Voto: 8,5 per la voce migliore del festival)

Al termine del concerto di Clare, il destino ci riporta inevitabilmente al Perry’s, dove Kill The Noise sta mietendo vittime con i suoi coltelli digitali. Pur suonando la solita roba, Kill The Noise dimostra di essere un dj rispettoso dei propri antenati, rendendo omaggio a Benny Benassi con il proprio remix di Satisfaction, il pezzo leggendario che nel 2002 aprì la mente del grande pubblico con suoni inimmaginabili e profetici. Mr. Testa si sta davvero innamorando di questo genere di musica e il video seguente (girato proprio da Mr. Testa in persona) dà un’idea abbastanza fedele dell’atmosfera che si respira vicino al palco più rovente del Lolla. (Voto: 7)

Dopo tutta questa electro-house, ci tocca un’indigestione di indie-pop: Two Door Cinema Club, The Vaccines, Alt-J e Vampire Weekend. Se avessi gli occhiali con la montatura quadrata nera, la barba lunga, la camicia da boscaiolo e i jeans sottopelle, questa sarebbe una delle giornate più belle della mia vita. Effettivamente lo è, ma non intendevo…

Andiamo con ordine: le prime due band citate, figlie della new-new-wave anni 2000, suonano una musica che ai giorni nostri appare già oltremodo prevedibile e vecchia (essendo un revival di un revival). Il modo di suonare, i ritornelli e le ripartenze sono talmente logori (vedi Strokes, Babyshambles, Franz Ferdinand, Bloc Party e chi più ne ha più ne metta) da risultare frustranti. Poco importa che i suoni siano più rifiniti, più ricercati, più elettronici (in particolare nel caso dei Two Door Cinema Club): è una minestra scaldata due volte, senza nessuno sbocco verso la novità. I Cure, la sera stessa, sembreranno infinitamente più imprevedibili di questi ragazzi. Ma non pensiate che giudichi solo la freschezza del genere: quasi tutte le canzoni scivolano addosso e finiscono nel dimenticatoio con una velocità imbarazzante. (Voto: 4)

Questione diversa quella degli Alt-J (in realtà si chiamerebbero Δ, ma hanno deciso di utilizzare come pseudonimo la combinazione di tasti che nel Mac OS X permette di scrivere la delta maiuscola. Bene, già questa informazione dovrebbe farvi riflettere, comunque andiamo avanti). Al contrario dei loro connazionali da me appena stroncati con spocchiosa arroganza, è evidente che gli Alt-J vogliano esprimere le loro incredibili emozioni in un modo nuovo, con atmosfere e sonorità sospese al di sopra di tappeti ritmici molto particolari. E poi non si può non menzionare la strana voce del cantante, che con grande abilità cammina sul filo di lana che divide lo smegma dalla melodia geniale. Comunemente accostati agli Everything Everything, a me ricordano molto di più i Wild Beasts, proprio a causa del cantante. Comunque alla base ci sono sempre i Radiohead (al che mi direte che alla base ci sono sempre i Pink Floyd: che disperazione). Non c’è dubbio che il risultato complessivo sia molto interessante, sebbene i continui arpeggi di chitarra alla lunga mi facciano andare il latte alle ginocchia. La nazione indie li ha già proclamati alfieri del Nuovo Che Avanza (forse Matteo Renzi li utilizzerà come soundtrack della prossima campagna elettorale). Se fra un anno staremo ancora parlando di loro, sarà un successo eccezionale. (Voto: 6,5 perché dal vivo annoiano)

Infine, i Vampire Weekend: questi figli di papà sovracculturati sono riusciti a fare il botto riciclando la cara vecchia idea di mescolare la musica africana al pop occidentale. Be’, è inutile che stiamo qui a prenderci in giro: per dirla con Maccio Capatonda, sono peggio della merda. (Voto: -1)

Peggio della merda. (Foto di Dave Mead)
Peggio della merda. (Foto di Dave Mead)

Alle 19, prima dello show finale dei Cure, ci facciamo l’ultimo assaggino di classe al Perry’s, dove suonano i Major Lazer. Purtroppo scopriamo che tendono troppo verso la dancehall, ma possiamo comunque goderci lo spettacolo dei fan. Molto divertente, per esempio, è una coppia di ragazzini sicuramente minorenni che approfittano della ressa per praticare del petting sfrenato. Per essere più precisi, è la ragazza che ha deciso di eseguire passi da lap-dance direttamente sull’inguine del ragazzo, strusciandosi come se non ci fosse un domani. Lui, invece, è un po’ in difficoltà: in parte non può evitare di assecondare le mosse decisamente audaci della sua amichetta, in parte si guarda intorno preoccupato, soprattutto mentre lei utilizza le natiche e la fessura che si trova tra di esse per dimostrargli tutto il suo affetto. Dopo dieci minuti di questa commedia, il ragazzo deve avere un dolore ai testicoli atroce, perché senza troppi complimenti prende per mano la ragazza e la trascina in avanti tra la folla. L’ultima immagine che ci rimane è l’espressione di sdegno dipinta sul volto della fanciulla. (Voto: 4)

Dopo cena, un Robert Smith sempre più simile alla versione dark di Platinette ci accoglie nel suo mondo di fantasmi. Il suo bassista assomiglia incredibilmente a Jon Spencer dei Blues Explosion, ma con i vestiti che provengono direttamente dal 1979. Il batterista invece è identico a Paolo Rossi, il comico. Ad ogni modo, il sound della band e la voce di Smith sono perfetti. Con due canzoni riescono a trasportarci in un’epoca che non abbiamo nemmeno vissuto. Quanta malinconia. Lo show dura due ore di grande intensità e mette in mostra le (almeno) due facce dei Cure, quella pop romantica e quella dark ossessiva, che convivono nella mente del loro leader da più di 30 anni. La selezione dei brani è perfetta, anche se organizzata in modo tale che al centro del concerto si accumulino una trentina di minuti di pura angoscia. Quest’ultima però viene definitivamente sciolta con l’ultima raffica di gioielli pop, che fa ballare il pubblico di tutte le età come se il festival non dovesse finire mai. (Voto: 9)

(Foto di Ashley Garmon) Fine.
(Foto di Ashley Garmon) Fine.

(Per chi si fosse perso la prima parte, di nuovo).

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