[storie piccole] Vivere a mezzo metro

In un paesino collinare in cui i campi coltivabili a frumento o mais erano pochi e lontani, il vero pane era fatto di farina di castagne
[Irene Raspollini]

Le castagne è meglio mangiarle arrostite, ma possono anche essere ridotte in farina per la panificazione; è quanto sostiene Plinio nel libro XV della sua Naturalis Historia. Per secoli cibo povero per le fasce più umili delle popolazioni montane, la castagna è un alimento estremamente nutriente quanto di laboriosa e faticosa lavorazione: praticamente scomparso dalle abitudini alimentari italiane, se non per complicate quanto raffinatissime pietanze chic, le castagne riappaiono immancabilmente nelle bancarelle natalizie dove vengono vendute a carissimo prezzo, ennesimo cortocircuito del consumismo che caratterizza la società occidentale.

Quaranta giorni di fuoco soffocato. La trebbiatura. La macinatura. Via, nella madia. Il pane di Scalvaia aveva un color nocciola, un tempo. Perché in un paesino collinare in cui i campi coltivabili a frumento o mais erano pochi e lontani, il vero pane era fatto di farina di castagne. Coltivare un castagneto significava potare, innestare, ripulire il sottobosco dagli infestanti e predisporre tutto al meglio per la raccolta manuale dei frutti; in termini di tempo, erano mesi di duro lavoro, che però garantivano alla famiglia cibo nutriente e pascolo per i maiali.

Oltre alla cura del castagneto e alla raccolta delle castagne, si poneva però il problema di dove e come conservare quel bene prezioso. A questo proposito venivano costruite apposite strutture in pietra: i seccatoi. Si tratta di piccole costruzioni molto graziose a vedersi (tuttora a Scalvaia ne esistono anche in buone condizioni), con una camera principale in cui veniva acceso il fuoco e un ripiano superiore, costituito da una grata fatta di listelli squadrati di castagno in cui venivano messi frutti mano a mano che la raccolta procedeva. Chi aveva terreni di proprietà in paese costruiva lì il proprio seccatoio, altrimenti, e si trattava della maggior parte dei casi, la struttura era realizzata direttamente nel castagneto. Terminata la raccolta, nella camera principale veniva alimentato un fuoco di legna di castagno, soffocato con la pula (bucce delle castagne trebbiate l’anno prima) in modo che sprigionasse un calore moderato e costante.

Per chi aveva il seccatoio lontano da casa, l’unico modo per sorvegliare e alimentare il fuoco era quello di pernottare lì. Per quaranta giorni. Considerato che era novembre, non doveva essere un bel soggiorno. Nelle giornate di pioggia, senza altro riparo, si trattava di accomodarsi alla meglio in un giaciglio di fortuna, chiamato rapazzòla, e restare lì. Perché il fumo del fuoco soffocato riempiva di una nebbia irritante tutta la struttura, almeno fino a mezzo metro da terra, sotto il quale c’era l’unica aria respirabile. Chi poteva si costruiva un doppio seccatoio, con una stanza per pernottare e una per l’essiccazione; ma i mezzi erano pochi, e quasi tutti dovevano accontentarsi di questo scomodo hotel per lillipuziani.

Terminata la procedura di essiccazione, il lavoro non era ancora concluso. Prima che arrivassero gli appositi macchinari, la trebbiatura era un’operazione interamente manuale. Le castagne venivano poste nella bigoncia, una sorta di piccolo tino, e schiacciate con un bastone ferrato chiamato mànfano, cosicché la buccia si staccasse dalla polpa. Una volta completata questa operazione, le castagne venivano rovesciate a terra e ripassate con la mazzànghera, in modo che anche gli ultimi residui di buccia si staccassero. Infine, erano raccolte in vassoi quadrati di legno con delle sponde basse ai lati, i capistèi, e fatte saltare in aria ripetutamente e con movimenti esperti, affinché la buccia volasse via. Una volta ripulite, le castagne venivano portate al mulino e qui ridotte in una dolcissima farina da conservare, ben pressata, nella madia.

Mio zio Guelfo, ottantaquattro anni portati molto bene, storce il naso appena gli si parla della polenta dolce di castagne: “L’ho mangiata a colazione, a pranzo e a cena! Tutti i giorni!”. E quando alcuni volenterosi di Monticiano e Scalvaia hanno deciso di riattivare due seccatoi per essiccare le castagne con metodo tradizionale, riportando coraggiosamente in vita un rituale tanto legato alle nostre radici, molti anziani scuotevano la testa: “Voi siete matti! Non ci parlate di seccatoi! Non vi immaginate quanto fumo si è respirato!”

Perché il fascino della semplice vita di una volta, in tempi di agriturismi superchic e Indiana Jones della domenica, spesso ce l’ha solo chi non l’ha vissuta, o l’ha vissuta da privilegiato. Si durava fatica a cavare il pane dal castagno. Non ci dimentichiamo che ci possiamo permettere di andare al supermercato, scrivere al pc storie come questa e fare viaggi intercontinentali solo perché qualcuno ha vissuto, o sta vivendo, a mezzo metro, magari a centinaia di chilometri di distanza. Non ce lo dimentichiamo mai.

[a cura di Emiliano Rinaldi]

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4 Comments

  • Sulla pagina evento facebook delle storie piccole ho chiesto come partecipare ma non avete risposto, forse vi è sfuggito il mio post

  • Ciao Martina, abbiamo risposto alla tua domanda sulla scadenza nella pagina evento ieri pomeriggio: la data del 31 agosto non è tassativa, quindi potrai spedirci la tua storia tranquillamente al rientro dalle vacanze, all’indirizzo mumbleduepunti@gmail.com… la aspettiamo!

  • Chiedo scusa, può essere che stanotte fossi mezza addormentata quando navigavo e la notifica l’abbia vista ma non registrata nel mio cervello :D

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