Lo shutdown non abita a Yale

Racconto di come un immigrato ha scoperto ciò che succede a Washington
[Antonio Nanni]

Gli americani uno pensa di conoscerli. Nel corso degli anni, ci hanno inflitto il piano Marshall, la ruota della fortuna, i Jackson 5, i Robinson, Chi Vuol Essere Milionario e Lady Gaga. Personalmente, Bruce Willis in Die Hard è il mio modello di vita e la Anderson in Baywatch il mio standard di bellezza. Poi ci sono state anche le bombe di Bush Junior che hanno reso l’America ancora più importante per quelli della mia generazione. Eppure, a prescindere dal numero di colossal visionati, un italiano si sente per forza a disagio negli States.

Non parlo a nome di chi viene a farsi un viaggio qui negli USA, ma parlo per chi negli USA ha intenzione di viverci. Te lo dicono subito nelle università; ti forniscono un opuscolo che spiega quali sono le fasi dello shock culturale. Il che non aiuta affatto a superarlo, ma almeno lo sai.

Per quanto mi riguarda, oggi ho avuto il primo shock. Sono qui da meno di una settimana e ancora devo capire come comprare un giornale americano. Per ora mi devo accontentare di leggere Repubblica.it e vedere come se la cava la mia cara Italia. Primo e unico commento al riguardo: sembra che sia fuggito dall’Italia appena prima che esplodesse,  come – tanto per fare un esempio – Jean-Claude Van Damme in Street Fighter scappa dalla base di Bison pochi secondi prima della sua autodistruzione.

Comunque, questo non è uno shock di alcun tipo: l’Italia era un casino anche 5 giorni fa. Il problema, invece, consiste in un articoletto di fondo nella home page di Repubblica che racconta dello shutdown americano. In pratica, il Senato non ha ratificato il bilancio del governo centrale e, quindi, il governo stesso ha smesso di funzionare. Con questo non si intende, certo, che Obama adesso sia in vacanza, ma si intende, invece, che 800.000 dipendenti pubblici lo sono.

Premesso che i servizi pubblici fondamentali – esercito, sicurezza interna e un poco poco di welfare – sono garantiti, io non mi ero accorto di nulla. Questo sì, questo è uno shock: 800.000 dipendenti a casa, governo centrale paralizzato e sembra che l’effetto più visibile sia una scritta sul sito della Casa Bianca e sul relativo account Twitter.

Prima di tutto, mi sono sentito un po’ l’ultimo degli stronzi: abito in America e leggo da Repubblica cosa succede qui. Poi ho capito che, alla fine, è Yale (dove attualmente mi trovo) che non legge i giornali. Certamente gli effetti a lungo termine di questa situazione saranno ben peggiori, ma, per ora, non s’è mossa foglia: la vita del campus va avanti come se la prima pagina dei quotidiani fosse occupata dalla cronaca del Superbowl.

Anzi, la vita a Yale va avanti meglio di prima dopo che l’università ha ricevuto una donazione di 250 milioni di dollari. Non so quanto sia la spesa italiana annuale per la ricerca, ma dovrebbe essere una cifra comparabile. Questa non è la normalità perché la cifra è eccezionalmente alta, ma Yale si basa su donazioni del genere. Nel 2011-12 solo il 25% delle entrate era dovuto a finanziamenti pubblici. Va poi segnalato che i finanziamenti sono stati per lo più elargiti all’ospedale privato di Yale – sì, Yale ha un ospedale privato al suo interno. Per esempio, chi credete che sia lo Sloane a cui è intitolata la facoltà di fisica? Null’altri che il padre dei ricchi donatori che hanno finanziato la costruzione della facoltà a inizio ‘900. Provate ora d indovinare quale ex alunno di Yale ha foraggiato la ristrutturazione della palestra: sì, proprio lui, George Walker Bush.

Questi sono solo esempi di donazioni a Yale, che a sua volta è solo un esempio di come funziona l’università statunitense d’alto profilo. Sicuramente, l’università italiana sarebbe paralizzata da uno shutdown, mentre qui non è cambiato assolutamente nulla. Ma non vi tedierò con l’ennesimo confronto tra i due modelli. Mi chiedo, però, come sia possibile che le migliori università americane siano private.

Naturalmente, esiste una storia che giustifica questa caratteristica del sistema educativo USA, ma questa stessa storia – che è legata alla più grande storia degli States come nazione – si è sviluppata secondo principi che a noi, in quanto europei, sono alieni.

Vivendo qui, mi viene da pensare che la società americana cerca di garantire in primis la “libertà”. In politica estera questa parola ha un significato tanto sfuocato da adattarsi bene alla guerra di indipendenza americana (1775-1783) e a quella in Iraq (2003); la stessa parola, però, ha un effetto ben preciso nella quotidianità. In sostanza, il sistema americano cerca di fare in modo che tu possa fare quello che ti pare: campeggiare in un bosco, cacciare bisonti, portare una pistola nella fondina come un pistolero del West, ecc. Lo stato centrale deve entrare meno possibile nella quotidianità perché la sua presenza è vissuta principalmente come limitazione. Si tratta, in sostanza, di una micro-libertà che si esercita in ogni atto quotidiano. Le ingerenze statali – quasi genitoriali – a cui siamo abituati noi mammolette europee non vanno di moda da queste parti. Per esempio, un programma centralizzato d’insegnamento per le scuole primarie e secondarie è in America semplicemente inconcepibile: chi è lo stato per impedirmi di far credere a mio figlio che Colombo è partito da Newark, NJ alla volta di Sidney?!

Questo è lo shock culturale che personalmente sento di più: una forma diversa di gestione del potere statale. Parlando da europeo: ti senti sinceramente un po’ abbandonato; parlando da studioso: il potere statale non è né l’unica né la più importante forma di potere – Foucault docet. Lo shutdown è causato da uno stallo politico che riguarda prima di tutto lo scontro sull’Obamacare – la tanto annunciata polizza sanitaria per tutti: tutti gli americani dovranno essere assicurati o pagare una multa. Penso che l’Obamacare sia visto proprio come il primo passo verso una gestione più europea del potere statale, a cui i Repubblicani sono opposti per definizione. E, del resto, non credo che una tale gestione del potere possa andare bene neppure alla maggior parte dei democratici.

La prossima volta, magari con giornali alla mano, racconterò proprio di questo.

 

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