Priebke e le Jene

Non mi era mai capitato di leggere di un essere umano che, cito a senso, “le preghiere per lui sono inutili tanto, non essendo pentito, andrà sicuramente all’inferno”.
[Giulio Antonio Borgatti]

Di nessuno mai avevo letto quanto i giornali scrivono di Priebke. Giuro. Non mi era mai capitato di leggere di un essere umano che, cito a senso, “le preghiere per lui sono inutili tanto, non essendo pentito, andrà sicuramente all’inferno”. La meraviglia per il giornalista che comprende la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone;  l’ammirato stupore verso chi è in grado di esprimere un’opinione così tranchant riguardo il giudizio che deve avere di un’anima immortale la Trinità santissima e adorabile, si mescola con il ridicolo delle immagini della folla schierata a impedire un corteo funebre.

Questa della gente che si scaglia contro il mostro non è cosa nuova: anche i più ignoranti ormai sanno che ci fu un tempo in cui aleggiava nell’aria il profumo dolciastro delle streghe al gratin; giusto non molti secoli dopo che un signore vestito di bianco aveva suggerito a una folla di brave persone di farsi un esamino di coscienza prima di passare al batticarne una ragazza un po’ troppo libera di costumi. La variante d’oggidì di questa vecchia storia è quella che ci viene regalata dalla fenomenologia delle Jene, non il magnifico film di Tarantino, ma il programma che ne ha copiato il titolo: uno spettacolo il cui successo si regge sul desiderio macabro della gente di trovare qualcuno peggiore di sé. Attività in cui siamo tutti dei gran campioni.

Lo sdegno di queste persone non mi sembra quello nobile di Enea davanti alla patria in fiamme; il sospetto, amici di Mumble:, è che le brave persone che urlano contro la bara di Priebke siano, in gran parte, gli avvoltoi della carcassa dell’autostima; i bravi padri di famiglia che tornando ubriachi dal matrimonio della cugina hanno avuto la fortuna di non investire una mamma col suo bambino e che quindi possono sentirsi delle brave persone, ma che in fondo si sentono meglio se possono trovare un buon termine di paragone verso il basso. Ahimè, però, la triste verità è che esistono anche persone migliori di noi.
Un pomeriggio di una domenica d’estate sedevo sul divano di casa mia in una Finale deserta e spopolata; avrei avuto tante cose da fare e non ne stavo facendo nessuna. Non avevo una grande stima di me e affogavo la pigrizia e il caldo in un avanzo di prosecco. Leggendo pigramente mi imbattei nella storia di Martin Heidegger e Hannah Arendt; celebre filosofo lui (uno dei maggiori, ora possiamo ben dirlo, del suo tempo); sua allieva lei. Amanti, naturalmente. Lui, sposato da lustri con una moglie per niente comoda, teneva la cosa riservata. Da qualche anno il giovane cancelliere Adolf Hitler andava per la maggiore fra gli studenti del primo anno e il professore, a cui la politica non interessava, per convenienze accademiche si era iscritto al partito nazionalsocialista. Non aveva fatto gran male alla sua carriera, in effetti. All’inizio delle persecuzioni razziali, Martin non mosse un dito per aiutare la sua Hannah, che era ebrea; lei se ne scappò in America per evitare le deportazioni e lì si rifece una vita. A guerra finita lei era una celebre filosofa, avrebbe finito per scrivere quel saggio sulla banalità del male di discreto successo di pubblico. Heidegger era rovinato. Gli avevano chiesto di rinnegare il nazismo ma si era rifiutato: era diventato nazista per convenienza ed era stato un errore. Non avrebbe rifatto lo stesso errore tradendo per convenienza il nazismo. Che persona magnifica doveva essere. Fu naturalmente rimosso dall’insegnamento, dato che non era un ipocrita. Da tutto il mondo il silenzio; solo una voce, dall’America, si levò in sua difesa: la voce di Hannah. Il peso delle parole di questa celebre ebrea perseguitata fece riavere a Heidegger cattedra, onori accademici, la sua vecchia vita.

A lui che le scriveva per ringraziarla di avergli ridato una ragione per andare avanti, ed esprimeva lo stupore che lei, dopo tutto quel che era successo, fosse ancora capace di affetto per lui, Hannah rispose con un biglietto: “Perderei il mio diritto alla vita, se perdessi il mio amore per te”.

Perbacco, se ce ne sono, di persone migliori di noi.

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