Un premio di consolazione: per un Nobel umanistico

Vivendo con una fisica, ho seguito con passione la scoperta del Bosone di Higgs. Non sono particolarmente consapevole di ciò che questo significhi, ma comunque sono contento che Higgs si sia infine preso il suo meritato Nobel.
[Antonio Nanni – New Haven, Connecticut]

Vivendo con una fisica, ho seguito con passione la scoperta del Bosone di Higgs. Non sono particolarmente consapevole di ciò che questo significhi, ma comunque sono contento che Higgs si sia infine preso il suo meritato Nobel.

Da queste parti, poi, ha fatto scalpore pure il Nobel per la medicina, che è andato – tra gli altri – a un professore di Yale. Anche in questo caso non sono particolarmente capace di dirvi che cosa il professor James Rothman – questo il nome del medagliato –  abbia scoperto.

Infine, seguo sempre volentieri il premio Nobel per la letteratura. Costituisce un’occasione in più per ricordarsi che una laurea in lettere non ti rende veramente esperto di letteratura: anche quest’anno il premio è andato a un’autrice che fino a ieri non avevo mai sentito nominare. Insomma, i Nobel li seguo sempre volentieri.

Il problema è che mi sembra di esercitare su di loro lo stesso sguardo con cui scruto il mio pesce rosso George Clooney: è il tipico sguardo distaccato che rivolgo a qualcosa che mi è estraneo. Capitemi: voglio bene a George, ma ci sono evidenti difficoltà di comunicazione tra mammiferi e pesci. Allo stesso modo, ci sono difficili interscambi tra me e il Nobel.

Eppure, mi dico: “Io nella vita vorrei essere un ricercatore. Perché guardo come un estraneo il massimo riconoscimento a cui uno studioso può ambire?”. Non vincerò mai il Nobel e me ne sono fatto da tempo una ragione. Semplicemente, anche avessi avuto le capità intellettuali per raggiungerlo, studio la materia sbagliata: sono nel lato oscuro della luna.

Allora mi chiedo perché non dovrebbe esistere un’istituzione simile al Nobel anche per noi che non usiamo formule, ma sviluppiamo comunque pensiero – anche per noi umanisti? Sinceramente, non credo che studiosi come Chomsky, Austin o Foucault siano meno importanti di Higgs o Rothman. Queste sono menti che hanno tracciato il percorso che noi poveri manovali della ricerca umanistica faticosamente percorriamo; sono stati in grado di analizzare in maniera originale e profonda problemi che riguardano tutti, esattamente come il modello standard o il funzionamento della cellula. Perché non premiarli? Dai che Chomsky è ancora vivo e ce la potremmo fare…

Non conosco la vita, il pensiero e le opere di Alfred Nobel, ma mi sembra che il premio da lui istituito si basi su principi abbastanza chiari: 1. importanza della ricerca; 2. attribuibilità della stessa. Credo che il primo non abbia bisogno di commenti, anche se ci torneremo. Con il secondo, invece, intendo dire che il vincitore del Nobel deve essere l’autore di un’importante scoperta – dove la parola “autore” va caricata di tutta la sua importanza.

In base al principio 2. non si possono premiare le collaborazioni scientifiche, anche se la ricerca è ormai sempre più un lavoro collettivo: il Nobel è un premio che cerca di far emergere i meriti dei singoli ricercatori.

A prima vista, nessuno di questi principi sarebbe in conflitto con un eventuale premio per noi umanisti, ché, anzi, oramai siamo noi i ricercatori più individualisti. Eppure.. .eppure non se ne farà niente. Il fatto è che in verità il principio 1. (l’importanza) è piuttosto problematico.

Per esempio, si può senza dubbio dire che le ricerche di Higgs e di Chomsky sono entrambe “importanti”, ma in verità non lo sono allo stesso modo. Infatti, le scienze dure hanno uno sviluppo che alle materie umanistiche manca del tutto. Se qualcuno vorrà ridiscutere il comportamento delle particelle elementari, dovrà fare i conti con il modello standard. Se qualcuno vorrà parlare di che cosa sia il linguaggio umano, potrà anche accantonare velocemente – o ignorare – le idee di Chomsky: di fatto, le materie umanistiche non hanno uno sviluppo lineare. Ecco allora che “l’importanza” di Higgs sta nell’aver creato un modello che dovrà essere superato o accettato, mentre “l’importanza” di Chomsky sta nel aver fornito delle idee che in generale sono le basi della linguistica – ma potrebbero pure non esserlo.

Questa differenza fa sì che la ricerca scientifica sia più o meno unitaria in tutto il globo, mentre la ricerca umanistica è già tanto se è unitaria da Bologna a Forlì. Con una metafora, potremmo dire che il mondo umanistico è assolutamente decentrato, mentre quello scientifico è ben più centralizzato. Di fatto, l’unica cosa che ho finora fatto in America è spiegare cosa faccio a tutti i professori con cui ho parlato, ogni singola volta. C’è simpatia tra noi, per carità, ma quando leggo certe cose mi viene da chiedermi se mai ci capiremo. Con ogni probabilità, questo problema è strutturalmente legato ai miei oggetti di ricerca, ma credo che ci siano anche delle responsabilità umane. Rimane il fatto che un premio in questo mondo policentrico è assolutamente inassegnabile: non ci capiamo neppure tra di noi.

E io, quando mando una mail ai miei vecchi professori, mi sento come ET che vuol telefonare a casa.

 

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