[Face to Face] Chiara Caporicci – Sfera Cubica

Chiara Caporicci di Sfera Cubica, tra i suoi miliardi di impegni, ha trovato due minuti per scambiare quattro chiacchiere con noi di M:.

Espertissima di comunicazione e ufficio stampa dietro a grandi festival come il Primavera Sound di Barcellona e lo Zanne di Catania, Chiara Caporicci di Sfera Cubica, tra i suoi miliardi di impegni, ha trovato due minuti per scambiare quattro chiacchiere con noi di M:.

Ecco cosa ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazza e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Che domanda difficile! Allora, da piccola spaziavo dalle cose più mainstream, modajole e commerciali della mia epoca ai grandi classiconi. Poi, immersa nella mia generazione, mi sono tuffata nel rock italiano. Non ero particolarmente affamata in modo frenetico… e non credo di esserlo tutt’ora. Amo ascoltare IL disco, e ancora lo faccio con la mentalità di quando compravo un disco solo per tanto tempo. Lo ascolto per settimane, me lo porto avanti per giorni, mi piace ascoltarlo e riascoltarlo, e consumarlo lentamente, leggerlo. È l’unico modo che conosco per far entrare davvero la musica nella mia quotidianità e nella mia memoria. Anche a scapito della quantità, o dell’aggiornamento.

Come e soprattutto quando decidi di entrare a lavorare nella musica e nel mondo della comunicazione?

Sono entrata casualmente nel mondo della musica, perché ho deciso di fare una tesi sulle autoproduzioni partendo dai Cantacronache fino ad arrivare al DIY. Una delle mie passioni è la comunicazione. Mi piace il dialogo, studiare come comunicano le persone tra loro, con i mercati di riferimento e i loro target, come questo si differenzia in base a cultura e abitudini. Mi piace il mondo del giornalismo in tutte le sue sfaccettature, della scrittura, dell’informazione nuda e cruda, quella lontana da opinioni, ego e provocazioni. Quella invisibile. E studiare il mondo della musica e i suoi meccanismi comunicativi, vi confesso che mi affascina molto e mi incuriosisce.

Sfera Cubica e A Buzz Supreme in questi anni hanno raccolto tante soddisfazioni, diventando uffici stampa di manifestazioni importantissime come il Primavera Sound, l’Ypsigrock e il recentissimo Zanne. Ci sono stati dei momenti in cui pensavi/ pensavate di non farcela?

Tanti! E ce ne sono tutt’ora. Siamo una giovane start-up (Sfera Cubica è nata il 14 febbraio 2012) e lottiamo costantemente con la dura realtà del precariato, dei contributi, delle tasse, della competizione, dell’impoverimento delle risorse e di tutte quelle difficoltà che tutti conosciamo bene. Lottiamo anche con e contro noi stessi, i nostri equilibri interni, il nostro lavoro, le nostre personalità. E sì, a volte capita di pensare di non farcela. Soprattutto quando arrivano dei lavori importanti come quelli che hai citato, e per i quali vogliamo sia tutto “perfetto”, sia nell’avere un cliente soddisfatto sia essere soddisfatti noi dei risultati ottenuti. Credo che la paura di sbagliare sia, paradossalmente, il grande motore lavorativo.

E poi, noi siamo 4 soci e abbiamo tanti collaboratori validi intorno, siamo una grande squadra, e in quanto tale, ci diamo sostegno e entusiasmo reciprocamente.

Da tre anni organizzate il festival/torneo di calcetto Tutto Molto Bello, dove etichette discografiche, musicisti e promoter se le danno di santa ragione sui campi del DLF di Bologna. Un progetto che ogni anno diventa sempre più grande e importante. Come è nato Tutto Molto Bello?

In realtà Tutto Molto Bello è nato da un’intuizione di due dei miei soci, Michele e Gianluca (entrambi nei Mariposa), in seguito ai mondiali in Sudafrica, quando l’Italia fece una figura barbina. E il primo pensiero fu: “Se giocano così, possiamo giocare anche noi”. E così… abbiamo iniziato ad allenarci!

Da due anni siete l’ufficio stampa italiano del Primavera Sound di Barcellona e della sua versione portoghese, l’Optimus di Oporto. Come è stato inserirsi in un organizzazione così grande? È stato difficile rapportarsi con dei professionisti di un altro paese?

Lavorare con il Primavera Sound ha significato incontrare un modo completamente diverso di agire rispetto al settore della musica indipendente italiana, dove spesso non ci sono professionalità, non si fa formazione, non si studia, non ci si confronta e c’è approssimazione. C’è troppo “imparare solo sul campo”, arrangiarsi, a causa sia di carente legislazione e formazione del lavoro, ma a causa dei giovani/nonpiùgiovani operatori, dai quali troppo spesso mi è capitato di sentir dire “booking? basta avere contatti e fare due chiamate”, o ci si definisce “ufficio stampa” per aver fatto una newsletter o per qualche contatto con la stampa. Ci chiudiamo in una nicchia e in alcuni meccanismi ripetuti, non ragioniamo con una mentalità d’impresa per poter osservare il nostro settore (e il nostro modo di lavorare) con una visione più d’insieme. È un burrone pericoloso in cui tutti (noi per primi) spesso rischiamo di cadere. Grazie al Primavera Sound abbiamo avuto la possibilità di “allenarci” in un nuovo modo di lavorare, incontrando figure professionali riconosciute e dinamiche, con un linguaggio semplice e concreto. Una piacevole esperienza di qualità che abbiamo il privilegio di vivere!

Domanda banalotta: riesci a vivere del tuo lavoro?

Risposta banalotta: Ci provo, ma è davvero tanto difficile.
Questo significa che devo continuare a provarci ancora di più.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere una carriera come la tua?

Di leggere, tantissimo.

Di non farsi inghiottire dalla musica e dalle sue mode/provocazioni del momento (in questo la musica indipendente non è poi così diversa dalla massa che tanto si snobba), ma di guardarsi intorno, coltivare altre passioni, “spiare” altre arti e discipline, essere curiosi e osservare molto chi non è vicino, chi è diverso e mai ascolterebbe ciò che ascoltiamo o produciamo noi. Staccarsi, allontanarsi, per poter avere gli stimoli creativi giusti per tornare a osservare le cose che dobbiamo fare. Sviluppare la creatività rompendo consuetudini e aspettative.

C’è una tecnica molto carina, che consiglierei a chiunque voglia fare il mio lavoro: I sei cappelli per pensare.
Lascio a voi scoprire cos’è!

I cinque dischi che ti hanno cambiato la vita.

Sinceramente non saprei, non sono brava in queste cose…
I primi che mi vengono in mente, tra quelli ai quali sono più affezionata ci sono Substrata di Biosphere, Though for Food di The Books, The Amateur View dei To Rococo Rot, Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, Germi degli Afterhours e Transit Transit degli Autolux… però nessuno di questi forse mi ha cambiato la vita!

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