Ho una cicatrice su una gamba

Ho una cicatrice su una gamba. Me la sono fatta quest’estate, scavalcando di nascosto la cancellata che non recinta nulla

Ho una cicatrice su una gamba.

Me la sono fatta quest’estate, scavalcando di nascosto la cancellata che non recinta nulla, se non una surreale scala anti-incendio, e che un tempo racchiudeva la mia scuola.

Ogni volta che la vedo, ripenso a quella sera e ai baci ai piedi della scala, e alle scavatrici, e alla paura delle bidelle, e alla crepa nel muro rosa della mia classe.

Lo so che non andrà via, la cicatrice, e mi ci sono abituata.

Ci si abitua a tutto, dicono.

In questi mesi, noi, qui, ci siamo abituati a cose che se ce le avessero prospettate due anni fa li avremmo sonoramente mandati a cagare.

Andare a messa, ai matrimoni, ai funerali sotto un tendone.

Andare a bere la sera, a sentire i dj, al ristorante sotto tendoni molto simili.

Andare al bar in casette di legno e alla posta nei container.

Sentire il rumore costante dei lavori in corso.

Vedere le impalcature i puntelli i tendoni di plastica sui tetti.

Fare il giro lungo per evitare il centro.

Attribuire un nuovo significato alla parola ‘prima’, che ormai è quasi sempre ‘prima del 20 maggio’, non c’è neanche bisogno di dire l’anno.

Perché quando da fuori domandano cosa succederà dopo, cosa resterà dopo, viene da sorridere.

Perché il dopo non esiste, il dopo è già adesso.

Ci si abitua a tutto, dicono, ma vedere il cielo dove ti aspetti mattoni e tegole lascia sempre un po’ sorpresi.

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