Mille bolle blu

Il 15 settembre 2008 verrà ricordato nei decenni a venire come una delle più importanti date del nuovo millennio.

Il 15 settembre 2008 verrà ricordato nei decenni a venire come una delle più importanti date del nuovo millennio. I fratelli Lehman – capitani della quarta banca statunitense – fanno crack, prestandosi da bisturi per l’incisione dei purulenti bubboni finanziari che infettavano le economie occidentali e che fino a quel momento erano stati anabolizzati da politiche di deregulation e di macroeconomia sperimentale.

Il panico borsistico che si scatenò a seguire lo conosciamo bene. I mercati americani ed europei ebbero il piacere di famigliarizzare con espressioni quali self-fulfilling prophecy e credit cruch, che sottintendevano a concetti riassumibili con un più triviale “abbiamo una strizza tale di diventare poveri che diventeremo poveri davvero, perché nessuno – banche comprese – spenderà più un quattrino”.

Ma i banchieri centrali servono proprio a questo: a rassicurare i cittadini improvvisamente terrorizzati dallo shopping compulsivo e dal consumismo à la è Natale tutto l’anno; a farli tornare nelle concessionarie auto, nelle boutique di alta moda e via dicendo. Così i due più importanti banchieri al mondo – quello della Federal Reserve e quello della BCE, all’epoca di nomina freschissima – a qualche anno dall’inizio della crisi, decisero di abbassare i tassi di dollaro ed euro. In questo modo, diedero la stura ad una sfilza di politiche monetarie dei soldi facili, nella speranza che tali liquidità, una volta in mano alle banche, venissero reinvestite sia nei titoli di stato “ad alta temperatura” dei paesi della periferia europea che nell’economia reale.

All’alba del 2014, la febbre da spread di molti degli stati europei periferici  si è abbassata, grazie ai massivi acquisti di bond da parte delle banche. Il mercato azionario americano ha rimbalzato per più del 100% delle perdite registrate durante i minimi del 2009. E le economie occidentali mostrano flebili segnali di ripresa, sebbene con alcune importanti eccezioni.

I banchieri centrali di quasi tutti il mondo – non solo di USA e UE – insistono con le politiche espansive e questo pare conferire una certa fiducia ai mercati azionari del globo.

Il problema è che questa ritrovata serenità finanziaria vive sulle spalle dell’economia reale, quella delle imprese (grandi, medie, piccole) che di prestiti ha continuo bisogno. Le banche vedono ancora  un orizzonte costellato da incertezze. La stabilità politica dalle parti del presidente Obama latita al punto che per la prima volta dopo quasi vent’anni si è tornati a uno shutdown parziale. In Europa non esistono leader in grado di porre sul tavolo questioni fondamentali, come quella di un’unione fiscale, o di un riequilibrio delle bilance commerciali degli stati membri. E le economie emergenti, Cina in testa, non sono più a livelli di crescita a due cifre.

In altre parole, gli istituti finanziari preferiscono stare seduti su pile di banconote, conservare dollari ed euro, per ampliare le proprie basi monetarie (in vista anche della vicinissima entrata in vigore di Basilea III) o per fare investimenti finanziari ad alto rischio.

Perché, purtroppo, le politiche monetarie del near zero rates, spesso portano anche a questo: a una infinita spavalderia nell’investire in asset rischiosissimi (ma con grossi guadagni nel breve termine), piuttosto che su aziende promettenti, ma ancora troppo piccole per garantire lauti guadagni.

D’altra parte, se il rischio di fare investimenti infruttuosi è grosso modo paritario, meglio puntare su quello che promette ricavi maggiori.

Inoltre, tassi così bassi stanno velocemente riportando a rialzi degli immobili, sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti. Dinamiche simili, in odore di bolla speculativa, si stanno registrando in Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania, Francia, Hong Kong, Singapore, Brasile, Cina, Australia, Nuova Zelanda e Canada.

La domanda quindi sorge spontanea: la marea di dollari ed euro che ha allagato le banche di tutto il mondo sta spianando la strada a una nuova bolla immobiliare e finanziaria?

Janet Yellen, che a breve prenderà il posto di Ben Bernanke alla guida della Fed, sostiene che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Dopo cinque anni di crisi, le banche centrali hanno chiari i due obiettivi da perseguire: garantire una robusta ripresa (accompagnata da un drastico abbassamento della disoccupazione) e implementare le cosiddette macro prudential policies, politiche di monitoraggio e controllo del sistema finanziario, per prevenire bolle speculative.

Ma innumerevoli sono le voci di dissenso che si levano contro la presunta efficacia delle macro-pru. Una su tutte, quella di Jeremy Stein, membro del board della Fed. Stein è convinto che le politiche atte al controllo del credito e del leveraging – come la limitazione delle percentuali di fido sui mutui, o l’imposizione alle banche di vincoli assicurativi più stringenti – non funzioneranno. Non solo perché non sono mai state testate prima, ma anche perché si sospetta che il divieto imposto alle banche di attuare certe tipologie di investimenti non farà altro che favorire il flusso di capitali verso il ben meno monitorabile sistema bancario collaterale. Secondo Stein – e chi la pensa come lui – solo politiche monetarie estremamente conservatrici (cioè atte a un innalzamento deciso dei tassi) possono tagliare la testa al toro e prevenire ogni forma di bolla speculativa.

Il problema è che se la macro-pru non dovessero funzionare, ai banchieri centrali rimarrebbe una sola arma per agire, cioè la solita modulazione dei tassi. Che, a quel punto, dovrebbe cercare di raggiungere due obiettivi antiteci: favorire la ripresa e garantire bassa volatilità finanziaria. Se i board delle banche centrali decidessero, d’ora in avanti, di tornare ad alzare i tassi in modo estremamente lento (o addirittura di continuare ad abbassarli) per favorire la ripresa economica, potrebbero incorrere nella madre di tutte le bolle, che porterebbe a un’altra crisi ed eventualmente a un’altra recessione. Se invece provassero a “scoppiare” la bolla prima che diventi grossa e ingestibile, potrebbero uccidere la ripresa, causando enormi danni alle economie di tutto il mondo.

In altre parole, a meno che le macro-pru non funzionino come sperato, i banchieri centrali saranno comunque fregati.

Per ora i paesi (o aree economiche…) con labili sistemi creditizi hanno evitato di innalzare i tassi d’interesse, considerata la bassa (o ancora inesistente) crescita economica. Ma è ancora troppo presto per dire se le politiche macroprudenziali funzioneranno. Al momento, con i prezzi degli asset che continuano a salire a ritmi sostenuti, sembrerebbe che almeno alcuni paesi, in seguito all’innaffiamento di denaro da parte delle banche centrali, abbiano già bevuto a sufficienza.

Sarebbe bello che l’ubriachezza raggiunta non diventasse molesta.

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