Ecomafia

Marzia Marchi, insegnante e giornalista, è stata presidente di Legambiente a Ferrara, ha promosso l’azione del comitato cittadino Acqua Bene Comune ed è attualmente membro del comitato “Costituzione: la via maestra”. Ha seguito per anni le questioni legate ai reati ambientali e all’ecomafia nella regione Emilia-Romagna, oggi risponde alle domande di Mumble:

Ambiente e mafia, un connubio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile trattare in relazione al territorio emiliano-romagnolo. In realtà oggi è un tema d’attualità: ma in quali occasioni e contesti la mafia può agire e provocare un disastro ambientale?

La mafia in Emilia-Romagna è fortemente infiltrata soprattutto nel campo dell’edilizia, che ha un impatto fortissimo dal punto di vista ambientale. La sua presenza è concentrata in special modo nel campo della movimentazione terra, ovvero nelle escavazioni e dunque anche nel campo delle bonifiche ambientali che, paradossalmente, diventano l’occasione per creare nuove contaminazioni. I sindacati degli edili e organismi di settore, come Nuova Quasco, segnalano da tempo che la gestione delle grandi macchine di movimentazione terra è ormai incontrollabile (Rapporto Ecomafia Legambiente 2008).

Potresti farci qualche esempio di caso in cui l’infiltrazione mafiosa è o è stata in stretto rapporto con il danno ambientale?

Non dobbiamo pensare alla infiltrazione mafiosa come a una presenza di sicari che compiono richieste esplicite, ma alla mentalità di fare profitto in tempi rapidi che si è impossessata del sistema imprenditoriale, anche a livello di piccole aziende. Allora possiamo constatare che, per esempio, la gestione dei rottami ferrosi in regione è già stata oggetto di indagini della magistratura, così come lo smaltimento dell’amianto non è chiaro che percorsi segua, una volta raccolto e stoccato secondo i vari protocolli firmati dai gestori dei rifiuti. Dietro queste non chiarezze si esercita una presenza mafiosa che si fa carico di far sparire materiali la cui presenza poi ritroviamo nella terra dei fuochi, di cui oggi sentiamo parlare con tanta insistenza. Sempre sul territorio emiliano-romagnolo, un altro esempio è l’edificazione selvaggia e inutilizzata della fascia costiera, la sequela di villette chiuse, per intenderci, la cui presenza non ha altra spiegazione che un riciclaggio di danaro sporco e il danno ambientale è misurabile nello scempio del paesaggio, nella distruzione delle dune costiere che proteggevano dall’erosione e nel consumo di suolo che impermeabilizza il territorio favorendo alluvioni.

D’altra parte, non serviva l’apporto della mafia per poter definire il nostro territorio già inquinato. Il mondo industriale e la mafia, soprattutto nella fase dello smaltimento dei rifiuti, sono pericolosamente vicini. In quali casi dobbiamo tenere gli occhi aperti e che generi di situazioni dobbiamo segnalare alle autorità?

Lo smaltimento dei rifiuti è oggettivamente il settore più a rischio di infiltrazione mafiosa, perché comporta la gestione di un problema di non facile risoluzione. Oggi abbiamo un quantitativo esagerato di materiali pericolosi, una serie enorme di bonifiche territoriali che comportano la rimozione di terreni inquinati e nessuno ci dice in dettaglio come saranno trattati. Una multinazionale come HERA fornisce dovizie di particolari su come viene gestito il riciclaggio della carta o della plastica ma non è altrettanto chiara su cosa avvenga dei rifiuti pericolosi come l’amianto. Occorre dunque chiedere con forza la tracciabilità del ciclo completo dei rifiuti e segnalare – come disse in un convegnola PMdi Ferrara Ombretta Volta – ogni azione sospetta, perché spesso i traffici più imprevedibili si scoprono da segnalazioni dei cittadini.

Come valuti l’operato della magistratura nella nostra area rispetto ai reati ambientali originati da un sistema di stampo mafioso?

La magistratura ha molto coraggio e determinazione in fase inquirente, ma non mi sembra alla stessa portata nella fase giudicante. Uno per tutti, il caso Solvay a Ferrara che nei primi anni ‘90 venne prosciolta dal reato di danno ambientale e che oggi invece impegna Comune, Regione e perfino Ministero dell’ambiente nell’intervento di bonifica di un sito che è stato definito il più grande giacimento europeo di CVM, un gas cancerogeno che veniva utilizzato da Solvay per la produzione di PVC e smaltito illegalmente in una discarica comunale. Attualmente si è in attesa del processo d’appello per lesioni colpose e mancata adozione delle misure di sicurezza a carico degli ex operai, dopo l’assoluzione ottenuta in primo grado. Ci auguriamo che la situazione si ribalti come avvenne nel caso Marghera, sempre in un processo per inquinamento da CVM.

L’opinione pubblica ha – secondo te – la percezione di quanto possa diventare grave e seria una situazione di incuria ambientale se questa non verrà fermata in tempo?

No, non credo! Più è grave il problema e più l’opinione pubblica tende a sotterrare la testa sotto la sabbia, perché accettarlo significa dover mettere in atto dei cambiamenti, non solo di scelte politiche, ma anche di stile di vita, e questo è molto difficile. Diverso quando la faccenda ti tocca direttamente, ecco perché allora sorgono così spontaneamente dei comitati di cittadini.

Le associazioni di cittadini a tutela del territorio e quelle che nascono dalla cultura dell’antimafia, trovano terreno fertile nella nostra regione e, soprattutto, collaborano insieme?

Sono piuttosto scettica in questo senso. Temo che nella nostra regione prevalga la sensazione, a livello di cittadinanza, di essere ancora abbastanza immuni dal fenomeno mafioso, perché qui la mafia si manifesta sotto l’aspetto pulito della nuova imprenditorialità, di alta managerialità e delle gestioni finanziarie. È più faticoso per le associazioni che lottano contro gli effetti della gestione mafiosa trovare sostegno popolare.

Nessuno può ormai fingere di non sapere il livello delle catastrofi ambientali in corso in alcune aree del Sud, legate allo smaltimento di rifiuti spesso anche con valori di tossicità mortale. Pensi che sarà mai possibile vedere quelle scene in Emilia?

In Emilia abbiamo catastrofi dello stesso livello ma molto più – letteralmente – insabbiate, finora. Penso al caso che citavo prima dell’inquinamento da CVM nel sottosuolo e soprattutto nella falda acquifera superficiale di Ferrara, una situazione che ha stentato molto a uscire poiché la connivenza del Comune nelle responsabilità e nella gestione del piano di caratterizzazione dell’inquinamento è stata elevatissima. In Emilia-Romagna le amministrazioni sono troppo spesso coinvolte nella gestione diretta di grandi centri di potere come le multiutility o alcune cooperative (come non ricordare il fallimento di Coop Costruttori e di CMC) e nella definizione di accordi programmatici con le multinazionali che gestiscono i petrolchimici. Ne viene una grande difficoltà a intervenire poi nella serie di subappalti che derivano a catena da questi grandi accordi, penso per esempio anche al caso della variante di valico.

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