I frutti buoni

(Corleone, Palermo – Estate 2013)

1 – Lo zaino

Cosa so della mafia? Nozioni vaghe mai approfondite, ricordi sbiaditi di infanzia. La mafia era quella cosa che faceva scomparire i magistrati, all’epoca in cui credevo ancora che quando scomparivi, poi saresti riapparso come per magia. La mafia era quella cosa che faceva trovare una piovra gigante nel letto del ragionier Fantozzi, era il soggetto degli sceneggiati che guardavano i miei dopo avermi mandato a letto. E poi crescendo, poco di più. Mi sono addormentata a metà de Il Padrino, ho pianto vedendo I cento passi. Ho ascoltato mille telegiornali, visto qualche servizio a Le Iene, contestato chi, all’estero, tirava fuori la solita manfrina italiano-mafioso-pizza-mandolino. Ma continuo a non saperne quasi nulla. E probabilmente, lo scrivo tra il colpevole e l’imbarazzato, avrei continuato a non interessarmene: perché la mafia non ha mai bussato alla mia porta, almeno non direttamente. Poi basta fermarsi a giocare con un ometto sui tre anni e ascoltare la storia dei suoi genitori, che avranno la tua età, per capire il coraggio di certe scelte, la forza di chi lavora per un ideale di legalità. Basta poco per capire che vuoi saperne di più, che vuoi fare qualcosa: si scrivono un paio di messaggi e si va a un paio di riunioni. E ti ritrovi a fare lo zaino per Corleone, passerai una settimana lavorando per una cooperativa sui terreni confiscati alla mafia.  Ho preso i guanti da lavoro, la borraccia e i vestiti più vecchi. Il costume non so se portarlo, forse non ci sarà modo di andare in spiaggia. Gli amici mi prendono in giro perché in vacanza non si va per fare fatica, i più anziani mi dicono di stare attenta e non ridono quando rispondo stupita ‘a che cosa?’ Nel fresco della mia sera padana, provo a immaginare l’aria calda che riempie le narici su un campo di pomodori sotto il sole di mezzogiorno. Sono pronta per andare.

2 – Contadini

Il signore in fila dietro di noi all’imbarco, polo firmata e mocassini si rivolge alla moglie lampadata e rifatta definendo con disprezzo ‘contadini’ quelli che non hanno capito dove finiva la fila e ne hanno formata un’altra. Vorremmo mostrargli il contenuto del nostro zaino, ma quello ci ha già furbescamente superate per salire per primo sull’aereo in cui, tanto, entreremo tutti. Con noi anche altri ragazzi romagnoli, che incontriamo al ritiro bagagli. Sono troppo entusiasti, troppo propositivi, per le mie tre ore di sonno: sul treno che ci porta in città, appena superata la stazione di Capaci, abbasso gli occhiali da sole e fingo di dormire. Li riapro su una trafficatissima Palermo per scoprire che gli arancini si chiamano arancine e che quelle al burro in realtà contengono prosciutto e besciamella. Alla fermata dell’autobus, un ragazzo siciliano bellissimo parla al telefono: dice che è in ritardo, che vorrebbe andare ‘a mare’, ma che non ha il ‘motore’. Incrociamo gli sguardi e mi chiede dove sono diretta, i miei occhi cercano quello di noi che sembra avere più esperienza e lascio che sia lui a rispondere, ‘siamo volontari, andiamo a fare un campo antimafia’. ‘’Ah’, ci dice, e rimane sulla sedia di plastica posizionata alla fermata, davanti alla baracchina che esibisce musicassette dell’Equipe 84 e Super Sanremo 1986, mentre noi saliamo sull’autobus. E qui mi addormento davvero.

3 – Rosetta

Nessuno voleva restare di corvè il primo giorno, allora ci siamo offerte volontarie. Svegliarsi e servire la colazione, pulire i bagni e gli spazi comuni, riempire le taniche con l‘acqua potabile disponibile solo tra le 8 e le 10. Aiutare i cuochi con le incombenze della cucina non è per niente un peso. Soprattutto se lo si fa tra una chiacchiera e l’altra. E così scopriamo la storia di Rosetta, che ha superato i settanta ma dimostra vent’anni di meno: il liceo classico, le lotte sindacali al fianco del marito scomparso da poco (‘lo vuoi conoscere?’ dice estraendo una foto plastificata dalla borsetta), 60 anni di Sicilia in poche ore. Il tutto tra un colpo di mocho e una rassettata, in attesa del ritorno di chi è sul campo. La mattina passa veloce, alle 12 arriva il pane fresco. Il grano duro lo rende giallognolo, e non sono i semi di sesamo a dargli quel retrogusto che non riconosco. Sembra cannella, ma dubito che lo sia. Nella mi insegna i rudimenti della fonetica siciliana mentre affetto i filoni caldi, e la casa si riempie di nuovo di voci. È il momento di mettersi a tavola.

 4 – Cartolina

 Corleone non è esattamente come me l’aspettavo. Solo a tratti si trasforma nella cartolina di se stessa: gruppi di anziani che parlano davanti ai bar o alle case, bambini che giocano a pallone sulle stradine in discesa, le cento chiese, la ‘villa’ con le palme e le fontane dove bevono i randagi. Ci hanno insegnato a non dare loro confidenza, o ce li troveremo davanti a casa. Ci hanno anche insegnato quali locali frequentare e quali ‘è meglio di no’. La sensazione che si ha, girando per le strade, è la stessa che si prova in qualsiasi paese piccolo, la gente ti squadra, mette a fuoco lo straniero. Ma quelle occhiate, qui, hanno un peso specifico diverso. E le nostre parole si fanno più dimesse, più rispettose, a tratti timorose. Ci capiamo senza parlare, quando lo sguardo cade su un cognome importante e rispettato, riportato su un’insegna, una pubblicità. La maglietta che indossiamo ci conferisce un ruolo, bilancia in qualche modo le nostre insicurezze. Il nostro dovere qui, ci dicono, non è solo raccogliere i pomodori, ma anche farci vedere in paese. Perché la parola mafia, ora, si può e si deve dire. Solo che non è sempre facile come sembra.

 5 – Voci

I più giovani passano il tempo libero giocando a carte, fumando una sigaretta dietro l’altra e cantando grandi successi della mia adolescenza come noi si cantava le canzoni di Battisti. La sera intessono romanticismi da campo di vacanza e la mattina a colazione hanno le facce stanche di chi non è abituato ad alzarsi presto. Sul campo stringono amicizie e si lanciano i pomodori marci, hanno le schiene arrossate dal sole, e le unghie nere di terra. A guardarli rivedo me stessa dieci, quindici anni fa, e mi accorgo che stiamo facendo percorsi diversi, siamo qui per la stessa ragione, ma con consapevolezze differenti. Uno di loro è di Corleone, passa a trovarci la sera o resta intere giornate. Ha una bellissima voce e sa tante cose del suo paese, grazie alla storia della sua famiglia, ci dice: ci porta per le strade raccontandoci di Bernardino Verro, primo sindaco socialista di Corleone, e Placido Rizzotto, partigiano prima, sindacalista poi, sequestrato e fatto sparire negli ultimi anni ‘40. Da un palazzo escono le note della versione dance di Tanti auguri a te, scendiamo una discesa ripidissima accompagnando il canto. Qui si canta così tanto che abbiamo perso la voce.

6 – La cooperativa

A Salvatore piace molto raccontare, quando ti parla ti tocca la spalla e ride spessissimo. Invece di dire buonasera, dice sempre buongiorno. Calogero è esattamente quel siciliano che immagini quando pensi a un siciliano, fuma tante sigarette e parla con gli occhi. Mario e Gino hanno mani grandi e nodose per il lavoro sui campi, il primo scherza continuamente, il secondo apre raramente la bocca. Sono solo quattro dei dodici soci della cooperativa per cui lavoriamo, ma rappresentano perfettamente i due lati della Sicilia: quella estroversa e vivace, e quella silenziosa e lavoratrice. Una cooperativa che dal1998 a oggi si è vista assegnare dall’amministrazione locale circa200 ettari di terreno, coltivato a pomodori, meloni, grano, ceci, uva. Tutti confiscati alla mafia, come anche la casa in cui abitiamo, intitolata al giudice Caponnetto. E noi siamo qui come volontari un po’ da tutta Italia, lavoriamo quei campi e dormiamo in quella casa, come tanti prima e dopo di noi: perché non basta sottrarre un bene alla mafia, bisogna fare in modo che continui a vivere e a produrre. ‘L’Italia viene in Sicilia’, dice Salvatore, per coltivare pomodori e legalità.

7 – 11 aprile 2006

C’è uno scrittore che amo tanto, il nome non è importante. La cosa che lo rende affascinante è il suo stare nascosto dai riflettori, il suo aggirarsi non riconosciuto per le strade della sua città. Dopo quarant’anni di latitanza, Bernardo Provenzano poteva permettersi di fare lo stesso. C’è chi giura di averlo incrociato e poi riconosciuto solo in televisione, nelle immagini della cattura, l’11 aprile 2006. Stesa sul pavimento della cooperativa, mangiando il tè con i biscotti, ho imparato la sua storia. Sullo schermo le immagini di quell’anziano con una strana smorfia, quasi sorridente che, stringe la mano ai responsabili della sua cattura. Mi chiedo come si possa vivere per 43 anni con le finestre chiuse, come facesse per andare dal dottore o dal dentista, cosa ne è stato di lui, di chi lo ha protetto e aiutato, delle loro mogli e dei loro figli. Stretta tra gli altri nel pulmino ripercorro le strade su cui viaggiavano i ‘pizzini’ fino ad arrivare al covo del boss. A pochi metri da dove si nascondeva, dei bambini giocano sul prato. Poco più su, c’è una fontana che dà acqua buona da bere, e il tramonto sulle cento chiese di Corleone.

8 – I frutti buoni

I pomodori sono piante strane: un groviglio disordinato di rami e foglie. Ci dicono che le piante femmina abbiano le foglie verdi e arrotondate, i maschi appuntite e con sfumature violacee. Sulla stessa piantina, i frutti non sono mai tutti uguali: alcuni non sono ancora maturi e per il momento vanno lasciati dove sono, altri sono marci e vanno strappati e lanciati sulla terra tra le file, quelli buoni finiscono nelle cassette insieme ad altri pronti per diventare qualcos’altro. Se si passano sei ore sul campo guardando queste piante, l’analogia viene da sé. Al netto degli scarti, i frutti buoni, tutti insieme, diventano qualcosa di ancora migliore. È bello alzare la testa e vedere altri frutti buoni chini sulle loro cassette. È bello guardarli addormentati sul pullmino che li riporta a casa, è bello mangiarci la pasta al forno, berci il caffè, riderci insieme finché ti fa male la pancia. È bello vedere quei frutti buoni ballare con i bambini del paese e servire chili e chili di ceci agli abitanti di Corleone. Ti viene da pensare che sei fortunato, a esserti trovato sulla loro stessa piantina.

9 – Santa Maria della Rocca

Voltato l’angolo si torna indietro di 50 anni. Anche se l’orchestra si chiama Liscio 2000, anche se siamo tutti con il naso all’insù a guardare attraverso i telefonini e le macchine fotografiche quei festoni di triangoli colorati tirati da un palazzo all’altro. Le devote della parrocchia di Sant’Elena stanno allestendo l’altare davanti alla chiesa, per celebrarela Madonnadella Rocca. C’è una signora che osserva dal portone di casa, da dietro la tenda di pizzo bianco esce solo una ciabatta. Ci allontaniamo mezz’ora, il tempo di due passi nel parco e una granita, e al nostro ritorno la piazza è gremita di fedeli. I ragazzi continuano ad aggiungere sedie, le donne cantano alla Vergine della Rocca la loro preghiera per la salvezza dell’anima. La signora ha spostato una sedia davanti alla casa. Noi che non crediamo ci sediamo in disparte e aspettiamo la fine del rito, siamo qui per distribuire un assaggio dei prodotti della cooperativa. L’asfalto della strada si trasforma in una pista da ballo, per noi volontari prima, per gli amanti del liscio dopo. Troviamo un bastone e improvvisiamo un limbo, dietro di noi si accoda una mezza dozzina di bambini per giocare con noi. Una piccola, grande vittoria. Un signore vuole insegnarmi, ovviamente senza successo, a ballare, le ragazze del posto sfoggiano tacchi e minigonne. La signora ha ritirato la sedia e anche per noi è ora di dormire, la festa della Vergine della Rocca ha toccato anche il nostro cuore, come dice la canzone.

10 – Beach Artikel

Gli articoli da spiaggia sono sempre gli stessi, da quando ho memoria. Così come è immutabile e universale il gesto circolare che compie il padre di famiglia, sigaretta nell’altra mano, per ancorare l’ombrellone alla sabbia. La madre intanto, costume intero scuro, urla istruzioni minacciose alla prole esagitata.La Sicilia di mare è un’altra Sicilia: una pineta di eucalipti e postazioni per grigliare, sabbia fine e acqua blu. La stessa scena anche nella marina di Cinisi. Sfrecciando verso l’aeroporto nell’ultimo viaggio in pulmino, immagino Giuseppe Impastato bambino in calzoncini azzurri e gialli su quella spiaggia affollata. Ma non c’è tempo di fermarsi e contare i cento passi. Sono già in fila per il controllo sicurezza, sui capelli l’odore dello zolfo dei pomodori, sulle spalle quello della salsedine. Non ho comprato souvenir, non ce n’è stato bisogno.

Foto: Sandra Calzolari

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