Il primo nemico è il silenzio

Geneviève Makaping è una giornalista e antropologa camerunese-italiana. Vive in Italia dal 1988 e la sua regione di adozione è la Calabria. Da giornalista ha condotto numerose battaglie che l’hanno portata a conoscere il fenomeno culturale e criminale della ‘ndrangheta e a scontrarsi con esso. A lei abbiamo chiesto di fare luce sul legame esistente fra le organizzazioni criminali e il fenomeno della migrazione.

La cronaca non smette di offrirci le tristi immagini degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste, che a volte si concludono nella maniera più drammatica. Ma le mafie italiane in che modo sono coinvolte?

Il traffico di uomini è una delle attività più redditizie per ‘ndrangheta e mafia. Basti pensare all’insurrezione dei migranti avvenuta tre anni fa a Rosarno, nella piana di Gioia Tauro. In quell’occasione i migranti protestavano contro le ‘ndrine calabresi che li schiavizzano, pagandoli una miseria e facendoli dormire nei porcili, sorvegliati coi fucili giorno e notte. Le mafie lucrano sulla disperazione di queste genti e al contempo riescono addirittura ad accedere ai fondi UE per l’agricoltura.

La mafia “aiutata” dagli Stati quindi?

Paradossalmente sì, una caratteristica peculiare della ‘ndrangheta soprattutto, che non si propone nel ruolo di anti-Stato come la mafia siciliana, ma cerca invece di mantenere un basso profilo. Vedi anche le intimidazioni ai giornalisti: la mafia siciliana vuole “urlare” la propria carica anti-statale e si spende in azioni eclatanti come attentati e bombe; la ‘ndrangheta preferisce usare gli strumenti legali e quindi la querela può diventare un perfetto mezzo di intimidazione dei giornalisti.

Tornando ai migranti, è possibile che gli stessi sbarchi siano frutto di un’ideazione mafiosa?

Qualcosa del genere. Bisogna parlare di mafiosi africani che lavorano in stretto contatto con quelli italiani e albanesi e via dicendo, fino a formare una grande rete criminale transnazionale che specula sulle sofferenze dei migranti in cerca di futuro. Quando i migranti a Rosarno hanno alzato la voce, pochi hanno pensato che quello che stavano chiedendo erano semplicemente legalità e applicazioni delle leggi italiane. Un grande magistrato l’ha capito, Nicola Gratteri, e ha unito la sua voce a quella dei migranti dicendo: “Attenzione, i migranti sono nostri alleati nella lotta alla mafia”.

D’altra parte anche il racket della prostituzione sarebbe impossibile senza lo sfruttamento delle donne migranti.

Sì, anche se le prostitute che vediamo lungo i nostri viali – cosa poco nota – non arrivano in Italia via mare ma via aerea, con regolare passaporto. La prostituzione è un affare colossale per le mafie. Pensate alla Piana di Sibari, il più grande bordello a cielo aperto d’Europa: convivono su quelle strade prostitute africane e dell’Est Europa, spesso minorenni, gestite dalla mafia albanese che “appalta” dalla ‘ndrangheta quella piazza, risarcendo i mafiosi calabresi in termini di affari sul mercato della droga.

Quindi la prostituzione non è gestita direttamente dai calabresi?

Difficilmente. Infatti sono gli albanesi ad avere meno scrupoli nei confronti delle donne, mentre la ‘ndrangheta probabilmente ottiene più introiti e meno fastidi così. Illustra questo meccanismo con chiarezza un grande giornalista di prima linea, Arcangelo Badolati, nel suo libro “‘Ndrine, albanesi e il codice Kanun”.

In questo senso razzismo e mafia appaiono come nemici comuni.

Certo, il razzismo fa molto comodo alla mafia per poter continuare a sfruttare i migranti. Sono due fenomeni di sub-cultura che si originano entrambi dalla negazione dell’uomo. Bisogna tornare a mettere al centro del nostro interesse l’uomo, se vogliamo sconfiggere razzismi e mafie, distinguendo fra cosa è cultura e cosa non lo è affatto: l’ignoranza è la base su cui ogni cattiveria può crescere. Pertanto è l’educazione lo strumento principale della lotta alla mafia e al razzismo; in questo senso lo Stato italiano dovrebbe prendere in considerazione di formare vere e proprie squadre di giovani antropologi che vadano nelle scuole, a partire dalle primarie, a spiegare cos’è la cultura. Perché in Africa figure come Thomas Sankara o Stephen Biko sono state uccise? Perché parlavano della necessità di costruire una società partendo dalla scuola.

Un’operazione effettivamente complessa, ma cosa possiamo fare nell’immediato per battere le mafie?

L’antimafia è una cultura che deve essere adottata da tutti, sostituendola alla sub-cultura dell’omertà. Non è un lavoro immediato però. Per battere la ‘ndrangheta bisogna andare alle radici del fenomeno e questo non è semplice, è stato fatto controla Sacra CoronaUnita pugliese ottenendo grandi risultati e, infatti, con la propria mafia territoriale indebolita,la Pugliaha registrato una crescita economica e sociale spropositata se paragonata a quella della Calabria. Anche in base a questo, a quanto le mafie rappresentino un freno per il libero sviluppo dell’uomo, avvelenandogli i giorni, bisognerebbe chiedere a gran voce l’inserimento da parte delle Nazioni Unite della mafia come crimine contro l’umanità.

Cosa intendi per andare alle radici?

Attaccare la mafia conoscendola, come molti bravi magistrati italiani sanno di dover fare. Sapendo quindi che si tratta di un fenomeno antropologico prima che criminale, altrimenti sarebbe stata sradicata da un pezzo come è accaduto col terrorismo.

Azioni reali che possano mettere in difficoltà la mafia?

Smontare qualsiasi stereotipo innanzitutto: il membro della ‘ndrangheta è soprattutto un “colletto bianco”, altro che le rappresentazioni folcloristiche. Può essere un medico, un ingegnere o un docente, può essere ognuno di noi che mai impugneremmo una pistola. Facciamo l’esempio del colloquio di lavoro: se tu ti presenti per un’occupazione qualcuno ti mostrerà come devi procedere per fare il concorso mentre qualcun altro ti offrirà di esserti utile con una telefonata, quest’ultimo è esatta espressione della ‘ndrangheta. Ogni nostro comportamento quotidiano può quindi essere espressione della nostra cultura anti-mafia e contribuire a smascherare i comportamenti mafiosi che ci circondano.

E per un giornalista che si occupa di mafia qual è il primo nemico e quale il primo alleato?

Il primo nemico è il silenzio, l’essere lasciato solo. Come ho già detto è la ‘ndrangheta specialmente che ama il silenzio: meno c’è clamore meglio è. La ‘ndrangheta minaccia i giornalisti senza pistole ma con atteggiamenti velati, mettendo in dubbio la loro credibilità, infangando la loro immagine agli occhi dei lettori e dei direttori di giornale. Agisce sottotraccia, per questo il silenzio è pericoloso. I primi alleati sono sicuramente i cittadini, specialmente se uniti e convinti che la mafia non è “una cosa nostra” ma una cosa di tutti, senza distinzioni. Proprio in questo senso anti-mafia è anche anti-razzismo: la lotta alla mafia ha in sé l’accettazione dell’altro, i geni della pluralità e dell’inclusione. Non da soli ma insieme possiamo sconfiggerla, allargando i confini e non pensandola come “una cosa nostra”.

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