Io ero a Capaci

Sono le 16:45 di sabato 23 maggio 1992. Giovanni Falcone arriva puntuale all’aeroporto Punta Raisi, per passare il fine settimana nella sua Palermo. Ad aspettarlo, ci sono tre Fiat Croma di servizio: una marrone, una bianca e una blu.

A Falcone e Francesca Morvillo, sua moglie, è riservata l’auto bianca condotta dal fidatissimo agente Giuseppe Costanza. Giovanni è però di ottimo umore: strappa di mano le chiavi a Costanza e gli dice di rilassarsi e di godersi il viaggio perché quel giorno avrebbe guidato lui. L’agente, stacanovista e diligente fino al midollo, in un primo momento prova a replicare, ma poi, è costretto a rassegnarsi alla volontà del giudice e a sedersi sul sedile posteriore.

Le tre auto si mettono così in viaggio, verso Palermo, con l’auto di Falcone scortata in mezzo alle altre due. Il clima sembra sereno, tanto che non vengono nemmeno attivate le sirene.

All’interno della Croma bianca i tre chiacchierano e si accordano sul servizio del lunedì prossimo. Costanza però ricorda, quasi in tono di scherzo, che il giudice stava guidando proprio con le sue chiavi. Falcone allora, con la marcia ancora innestata, sfila le chiavi dal quadro elettrico, le ridà all’autista, e inserisce le sue. Costanza tarsale: “dottore, ma che fa, così ci andiamo ad ammazzare!”, grida; anche la moglie guarda con rimprovero. Il giudice allora sorride e, come un bambino appena scoperto a fare una marachella, si limita ad aggiungere: “scusate”, intanto che l’auto si appresta ad entrare nella galleria dello svincolo di Capaci rallentando sensibilmente.

Ed è proprio grazie a queste poche frazioni di secondo che l’esplosione investe in pieno soltanto la prima auto della scorta; mentre la seconda, quella di Falcone, si schianta poco dopo contro il muro di cemento e detriti innalzatosi improvvisamente con la detonazione. Il giudice e la moglie non muoiono sul colpo, ma in serata, dopo disperati tentativi di rianimazione.

Costanza però sopravvive: dopo quasi un mese di coma riapre gli occhi e in un paio d’anni recupera quasi completamente le sue condizioni.

È fatta di coincidenze la vita e se facessimo il gioco delle “sliding doors” saremmo davanti a due circostanze paradossali. Giuseppe Costanza oggi è un vivo-morto, ucciso dall’indifferenza, dallo snobismo della gente che si limita a definirlo “l’autista di Falcone”, senza nemmeno ricordare il suo nome e il suo operato nelle cerimonie di commemorazione.

Avrebbe potuto essere un morto-vivo, vivo nella memoria della gente, vivo nel ricordo di un eroe alle celebrazioni per le vittime della mafia. Avrebbe potuto esserlo, se avesse ricordato anche solo un minuto più tardi al giudice le chiavi, o se avesse insistito con più convinzione per guidare.

E lui lo sa, lui stesso soffre e si indigna per questa ingiustizia. In un’intervista rilasciata il 23 maggio scorso si sfoga così:

“Sono indignato per come si sono comportati e continuano a comportarsi nei miei confronti. A Ballarò Pietro Grasso, che peraltro mi conosce, mi definisce autista. Io sono un dipendente del ministero della Giustizia, ho un nome e un cognome, ho guidato la macchina di Falcone negli ultimi 8 anni della sua vita, ho rischiato la vita ogni giorno. E ora come vengo trattato? Come un numero. Io conosco Grasso da sempre e ora lui mi chiama ‘autista’? E poi senza dire se sono vivo, o morto. E’ il modo di fare? Sono stato completamente dimenticato per più di 20 anni. L’anno scorso, arrivò per la prima volta l’invito a partecipare alle commemorazioni. Mi chiamò l’allora ministro all’Istruzione Profumo. Poi mi chiamò anche la sorella di Falcone. Anche quest’anno è arrivato l’invito ma io non ci andrò. Oggi, 23 maggio, lo passerò a casa. Io voglio dire a tutti che sono vivo, non sono morto. Però forse se ero morto venivo ricordato. E ancora non capisco queste celebrazioni e queste sceneggiate di chi si presenta sul palco a parlare… Ma chi sono? Dov’erano allora? Io ho vissuto una guerra per 8 anni, io ero a Capaci, altri no”.

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