Se non si combatte la mafia a vent’anni…

di Linda Petracca

Non ho mai scritto un articolo sulla criminalità organizzata. Anzi sì, una volta, a 19 anni; un povero signore aveva tentato rocambolescamente di minacciare un altro povero signore presentandosi con una lettera minatoria in mano e una pistola a salve sotto la giacca. Qualcuno aveva ipotizzato la pista mafiosa. Non so chi, ma io lo scrissi. Ovviamente non si trattava di mafia ma di disperazione, di “nuova povertà” allo sbaraglio. Quindi posso ribadire di non aver mai scritto nulla sulla criminalità organizzata. Non so occuparmi di mafia. C’è un pudore specifico che mi tiene lontana dal trattare questa materia e mi fa sentire inadeguata.

Poi incontro Laura, che conosce Giulia, di soli 22 anni, che è fresca fresca di laurea in Lettere Moderne. La sua tesi in comunicazione giornalistica ha un titolo che mi emoziona “La rivoluzione giovane: giornalismo antimafia 2.0”. Mi lascio stupire dalla scelta di un tema così complesso per una tesi triennale e le chiedo di spiegarmi dove ha trovato il coraggio di immergere le mani in questa pasta.

Scopro così che per Giulia tutto è iniziato con uno stage in Sicilia nella redazione di Telejato (www.telejato.it) una televisione antimafia gestita da 14 anni da Pino Maniaci, sua moglie e i suoi tre figli in una città, quella di Partinico (Palermo) dove vivono molte famiglie mafiose pericolose. I Maniaci hanno imparato a fare i conti con le numerose minacce scritte e con le auto incendiate accidentalmente da chi vuole farli tacere. Nonostante le pressioni psicologiche sono riusciti a realizzare un nuovo Canale: Telejunior. Si tratta di una scuola di giornalismo gratuita, convenzionata con l’Ordine dei Giornalisti, rivolta a ragazzi che provengono da tutta Italia per dare il proprio contributo cercando notizie sul campo. Un progetto molto dinamico e vivo, che Giulia ha conosciuto direttamente durante il suo stage a Telejato.

“Questa esperienza mi ha talmente nutrita e segnata nel profondo che non potevo lasciare che rimanesse un episodio isolato della mia vita. Così sono tornata più volte in Sicilia. Ho lavorato a stretto contatto con la famiglia Maniaci. Grazie a loro ho conosciuto altre realtà di giornalismo antimafia, tra cui “I Siciliani Giovani”, rete di testate online erede de “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Venire a contatto con tanti giovani e preparati ragazzi che lavorano per questo progetto in maniera spesso volontaria, mi ha coinvolta al punto da considerare la mia tesi di laurea come l’occasione per approfondire una realtà che ormai sentivo mia e che ritenevo meritasse di essere “studiata” e guardata in maniera diversa”.

Cosa intendi quando dici che senti la realtà della lotta alla mafia come “tua”?

“Mi riferisco innanzitutto all’esperienza personale in Sicilia. Lavorare a Telejato, conoscere persone, situazioni e dinamiche come quelle che ho visto laggiù e, infine, entrare nella famiglia Maniaci, produce inevitabilmente l’effetto di farti sentire, da quel momento in poi, un po’ a casa tua, sia a Partinico che nell’intera Sicilia. Di conseguenza le vicende di quella terra iniziano a coinvolgerti e a preoccuparti come se si parlasse di qualcosa che ti riguarda da vicino. Inoltre, come ormai ben sappiamo, i fenomeni mafiosi non sono più una questione meridionale. È assodato che la criminalità organizzata è ben radicata in regioni come l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Nord-Est. La ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno scelto Reggio Emilia, Bologna, Modena come piattaforma base per i propri affari economici e finanziari, dal traffico di droga alla prostituzione, dall’edilizia al gioco d’azzardo. La Sicilia dunque è stata per me e per il mio lavoro di tesi un punto di partenza per parlare di giornalismo e mafie. Ho utilizzato la Sicilia come “metafora”, direbbe Sciascia; la Sicilia come specchio dell’Italia e dei problemi di un’intera Nazione. Problemi che riguardano anche il Nord, e quindi anche me e tutti i noi.

Ma torniamo ora alla tua tesi. Di cosa si occupa?

Il modo di comunicare le notizie di criminalità organizzata è il filo conduttore della mia tesi. In sintesi ho voluto fare una ricerca su come le nuove tecnologie, il web e la rete, utilizzati dalle nuove generazioni come strumenti culturali, possano essere una risorsa in più per il giornalismo antimafia. Sono fermamente convinta che l’uso consapevole e responsabile di internet può essere un elemento importante per il rinnovamento radicale nel modo di raccontare la criminalità organizzata. Il web apre nuovi spazi d’inchiesta online e le nuove leve di cronisti possono usare gli strumenti della Rete, che le sono propri per natura anagrafica, per costruire un giornalismo giovane militante approfondito e di qualità, seppur volontario e spesso non retribuito, che riesca a superare i limiti connaturati nel sistema informativo nazionale: dal monopolio editoriale, all’egemonia della cronaca nella trattazione “emergenziale” del problema mafioso, dalla strumentalizzazione politica al precariato/isolamento del cronista di mafia. A dimostrazione di questa tendenza ho portato appunto i due casi sopracitati, per me esemplari: Telejunior e “I Siciliani Giovani”.

Agli occhi dell’opinione pubblica la lotta alla mafia può sembrare qualcosa di troppo ambizioso per singole forze di volontà, qualcosa che può essere contrastato solo da istituzioni altrettanto potenti. L’esperienza a Telejato ti ha fatto conoscere molti ragazzi appassionati, preparati, impegnati. Sono i nuovi eroi della nostra società?

Combattere la mafia troppo ambizioso? La lotta alla mafia è diventata un grande contenitore, riempito a seconda delle occasioni con parole altisonanti come legalità, solidarietà, società civile. Tutte parole che a volte rischiano di perdere di senso se non vengono riportate a fatti reali, alle persone e a quello che fanno ogni giorno. Il giornalista di mafia, il cronista di giudiziaria, lo stagista che s’interessa di criminalità e la descrive… combattono la mafia nel modo che gli è proprio, ovvero facendo ciò che sanno fare: scrivere i fati di mafia, restituendo una narrazione che sia accessibile a tutti, senza lasciare mai fuori “i contesti”, i legami di questa con l’economia e la politica. In realtà più che combattere in senso stretto, fanno informazione, semplicemente. Fanno il proprio mestiere con professionalità e competenza, uniscono tasselli, collegano dati, nomi e cognomi, non tralasciano mai l’approfondimento e l’analisi. Questo spesso significa scontrarsi con i grandi interessi di altri, primi fra tutti quelli della criminalità organizzata e delle mafie. Insomma in primis questi giovani giornalisti, di cui parlo, fanno il proprio lavoro nel migliore dei modi e pretendono che al proprio lavoro seguano fatti e risposte. Se in Italia questo diventa troppo ambizioso poi, purtroppo è un’altra storia. E comunque se non si è ambiziosi a vent’anni, quando lo si deve essere?

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